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Recensione “Il treno è il pioppo” di Giuseppe Bertòn | L’Altrove

Il treno e il pioppo di Giuseppe Bertòn – già a partire dal titolo – è un originale libro di poesie, tradotto in inglese da Luisa Randon che, in quanto ad originalità, non sembra essere da meno; infatti nel suo profilo artistico leggiamo: «Il suo giardino è la ‘stanza tutta per sé’ di Virginia Woolf, un luogo dove sentirsi libera, creativa, circondata da emozioni, profumi e colori che hanno caratterizzato le varie fasi della sua vita». E l’autore, oltre a scrivere poesie, lavora come medico cardiologo e ricercatore, ma non solo: corre maratone, in montagna, in bicicletta e scia. È ammiratore del complesso musicale rock inglese ‘Van der Graaf Generator’, e vedremo come tale passione gli abbia ispirato poesia. Gli elementi tipici continuano con le due citazioni in apertura sul mondo dei treni e delle ferrovie, scelte ad hoc: «Le stazioni sono una mia vecchia passione. Potrei passarci giornate intere, seduto in un angolo, a guardare quel che succede. Quale altro posto, meglio di una stazione, riflette lo spirito di un paese, lo stato d’animo della gente, i suoi problemi», sguardo sul mondo di Tiziano Terzani. «E poi, il treno, nel viaggiare, sempre ci fa sognare», visione romantica di Antonio Machado.

E c’è una spiegazione precisa, autobiografica, anche per la titolazione, della quale preferisco parlare quando s’arriverà, nell’analisi dei testi, appunto alla lirica Il treno e il pioppo, un accostamento di due elementi in apparenza strano, ma significativo e persino logico nei vissuti del poeta relativi all’età infantile. Strutturalmente la raccolta è stata suddivisa dall’autore in sei brevi sezioni: L’ultima sera dell’anno (I); Marocco (II); Mille anni (III); Una volta ho scritto una poesia (IV); Alla luna (V); Senza fine (VI). In generale ci troviamo di fronte ad un autore che esprime una visione universalistica, cosmopolita, legata a valori umanitari e solidali del mondo, dell’uomo, della società. Culturalmente conserva i contributi del classicismo e nel contempo si proietta verso le novità artistiche provenienti in particolare dal mondo anglosassone: come evidenziato nella nota biografica il ‘sound’ del libro è forse in qualche modo poetico-rock.

Le radici classiche affondano nell’ellenismo mitologico e dell’Eros per risalire fino alla classicità leopardiana e sconfinare nel Romanticismo con il misterico canto selenico. Dall’antichità ancora echeggiano le divinità della civiltà greca con alcune figure rappresentative della bellezza, della poesia, dell’ebbrezza e della liberazione dei sensi: «…Apollo, bellezza di forme, / parla parole soavi, / abbellisce la terra della Grecia // e gli occhi del mondo. / Apollo sente il vento della musica / e vola, sul canto di Dioniso / per le vie della Grecia…» (La notte). Il respiro secolare della poetica di Berton si concretizza ancora nella bellissima Mille anni, una celebrazione dell’amore, che persevera immutabile ed eterno nel cuore degli umani, così com’era vissuto e cantato, nel mondo conosciuto come Ellade, da Eros e Afrodite: «…Mille anni dopo, / ho sentito un poeta dire le tue parole, / leggiadre e incantevoli. // Mille anni dopo, / ho sentito un musicante cantare il tuo canto, / ho sentito una ragazza respirare il tuo respiro. // Mille anni dopo, / gli stessi palpiti nel petto, / gli stessi baci, le stesse parole …».

La lirica Alla luna è scritta rimembrando il Leopardi del pessimismo filosofico e cosmico del Canto notturno di un pastore errante dell’Asia: entrambi gli autori interrogano la luna come una semi-divinità per conoscere i destini umani, il senso del dolore che immutato e immutabile tormenta l’individuo e l’umanità intera. È nota l’imperturbabilità e la freddezza della luna leopardiana, che lascia “il poeta immenso” senza risposte e più sconsolato di prima, rafforzando la sua convinzione dell’inimicizia radicale e insanabile tra la Natura, la Ragione e l’Uomo, poiché le considera la causa principale della nostra infelicità. Non così nel nostro poeta, il quale mantiene aperto un dialogo con il corpo celeste che ruota sopra di noi, ha toni gentili e suadenti nei suoi confronti e, in conclusione del canto, le chiede di donare dei momenti di felicità alle creature terrestri: «…E la dolce ragazza sulla riva / del mare greco, nella sera d’estate, / che ti guarda sognante! / Le regalerai un bacio questa notte? // E la sposa felice / che oggi fa festa, / perché è la sua festa! / Le regalerai amore questa notte?…». Si rinnovano qui le atmosfere lunari notturne tanto care agli artisti romantici: oltre ai poeti, i musicisti (Beethoven, Chopin, Liszt …), che creano un legame con il poeta Berton, musicologo.

Ed eccoci, a proposito del connubio tra melica e musica, alla parte IV del libro dal titolo Una volta ho scritto una poesia, composta soltanto da tre liriche, delle quali l’autore dice: «Le tre poesie che seguono sono ispirate e rispettosamente dedicate alla musica dei Van der Graaf Generator». Si tratta di un gruppo ‘rock progressive” inglese, il cui leader, Peter Hammill (voce, chitarra, pianoforte) è il principale autore delle canzoni. Ebbero subito un notevole successo, che divenne europeo con l’uscita dell’album Pawn Hearts nel 1971. Si distaccano tuttavia dagli altri gruppi del genere (Genesis, Yes, King Crimson …) poiché sviluppano temi filosofici nei pressi dello psicodramma, con atmosfere essenziali e cupe, senza virtuosismi e barocchismi. Il faro, Gerico, Il giardino abbandonato di Berton riecheggiano i loro contenuti e il loro stile.

Nella prima composizione protagonista è l’anima tormentata del poeta che cerca approdi di pace interiore: «…Il faro, sopra l’anima, / una piccola luce nella notte inquieta, / sull’angoscia che attraversa la pelle. // Il faro, luce fioca ancora lontana, / forse ci condurrà / in un porto tranquillo». Una folgorante visione della condizione umana che ricorda quella di Quasimodo in Ed è subito sera. Nella seconda è raffigurata una sorta di Apocalisse dei mondi e delle civiltà, dalla cui rovina si salva solo la dolce e leggera Willie, simbolo forse dell’innocenza perduta. Nella terza lirica il poeta sviluppa una riflessione metastorica sul senso del tempo e quindi della vita, come un ‘giardino abbandonato’, dove c’è tempo solo per i nostri fugaci sentimenti, e c’è forse nostalgia per l’Eden perduto, per l’iniziale condizione di beatitudine ormai appartenente solo alla memoria lontana dell’umanità.

Ritengo poi paradigmatica di una presa di posizione contro tutte le discriminazioni e le differenze d’ogni tipo fra gli individui, la poesia intitolata MLK – sicuramente le iniziali di Martin Luther King – dedicata all’integrazione razziale, ambientata «…sulle dolci colline dell’Alabama /…/ Quando bambini neri e bambini bianchi / hanno corso insieme a perdifiato /…// tu hai sorriso. / Un bambino nero ed un bambino bianco / sono venuti da te. / A portarti un sogno». Ma potrebbe esserlo anche Homeless, dove il poeta prova pietà e vergogna per la sorte di un ‘senzatetto’, ma anche per sé stesso, per non aver avuto il coraggio nemmeno di guardarlo mentre la polizia lo portava via. Nello stesso ambito tematico potremmo anche citare la lirica Black on black. 55.49 (NewOrleans), uno spaccato d’America «fitto di colore, fitto di dolore»; e Alle 5 della notte, il mondo di pazienti, medici, infermieri dove c’è sempre qualcuno in pericolo di vita al pronto soccorso degli ospedali e chi cerca di salvarlo. Solidarietà, empatia, umanità: sfere che la poesia ha il dovere di visitare. Ma, allora, perché Il treno e il pioppo? Ce lo spiega lo stesso autore nella nota alla lirica: colpito fin da bambino dal mondo mitico dei treni – dall’anima inquieta, in continuo movimento – lo ha poi da adulto confrontato al modo di esistere del pioppo, al contrario dall’anima saggia, legata alla terra. E la poesia riflette «… solo lo sguardo di un bambino, che giocava, e guardava, con meraviglia, senza capire». Il caso ha poi voluto che l’incontro d’amore con Stefania – compagna di vita a cui è dedicato il libro – sia avvenuto in treno, come si evince dalla lirica In un sospiro. Bertòn ci narra tutto con uno stile poetico libero, dove tuttavia si trova una prevalenza di strofe con quartine, terzine e distici e un utilizzo insistito di anafore, che conferiscono alla metrica ritmi e scansioni incalzanti, trasmettendo alla poesia assonanze che possono echeggiare quelle di un ‘progressive rock’.

A cura di Enzo Concardi

L’AUTORE

Giuseppe Bertòn è nato l’11 marzo 1957 a Zurigo e vive a Conegliano (TV), lavora come dottore in cardiologia e come ricercatore. Ha pubblicato “Mille anni”, Aletti Editore. Ha vinto il XX Concorso Internazionale di Poesia Inedita “Habere Artem”.

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