Nasceva oggi

Nasceva oggi Giovanni Giudici | L’Altrove

Nasceva oggi il poeta, saggista e traduttore Giovanni Giudici.

Giovanni Giudici nacque a Le Grazie, una frazione di Porto Venere, il 26 giugno 1924. Dopo la morte della madre, si trasferisce a Roma insieme al padre. Nel 1945 si laureò in Lettere e, nello stesso anno, si iscrisse al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria. Giornalista professionista dal 1948, collaborò con L’Espresso, L’Unità e altre riviste, stringendo rapporti con Fortini, Montale e Sereni. Nel 1953 pubblicò la prima raccolta di versi Fiorì d’improvviso e nel ’65 La vita in versi, forse la raccolta più conosciuta. Seguirono altri libri che vennero raccolti in I versi della vita, pubblicato da Mondadori nel 2000 e nella più recente, sempre Mondadori, Tutte le poesie.

Morì a La Spezia il 24 maggio 2011.

Oltre all’attività poetica, Giudici si dedicò anche a quella di traduttore di autori come Pusˇkin, Pound, Plath, Coleridge.

È l’esperienza autobiografica la costante più significativa della poesia di Giudici, evidente già dai titoli delle sue prime raccolte. Autobiologia, ad esempio, unisce i termini autobiografia e biologia ed esprime una chiara ricerca di quelle componenti più profonde di ogni uomo, oltre che del poeta stesso. Questi narrati da Giudici sono gli anni dello sviluppo economico, di quel benessere pagato a caro prezzo con la perdita di una propria autenticità, per sottomettersi alle sue leggi e ritmi: «la sveglia alle sette, un rutto, un goccettino / – e tutto ricomincia – amaro di caffè», in Tempo libero, nella raccolta La vita in versi.

La poetica di Giudici si sofferma dunque sull’incapacità dell’uomo a reagire e per questo motivo la prima produzione di Giudici è stata vicina al Crepuscolarismo.
Il poeta si appropria di illusioni, pene e dolori con un linguaggio in cui sono presenti elementi ricercati, aulici ed altri più colloquiali e del parlato. Riesce a combinare insieme realismo e teatralità, finzione e denuncia, mettendo in luce sempre la necessità dell’atto di scrivere, una consapevolezza che nulla può impedire di attuarsi. «Metti in versi la vita, trascrivi / fedelmente, senza tacere / particolare alcuno, l’evidenza dei vivi. // Ma non dimenticare che vedere non è / sapere, né potere, bensì ridicolo / un altro voler essere che te».

Poesie di Giovanni Giudici

da La vita in versi

Dal cuore del miracolo

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.

Il rancore è di chi non ha speranza:
dunque è pietà di me che mi fa credere
essere altrove una vita più vera?
Già piegato, presumo di non cedere.


da La Bovary c’est moi

Preliminare di accordo

Tuttavia un minimo d’impostura è necessario – mi disse.
La verità non coincide con la saggezza.
Stanno contro il disordine alcune regole del gioco.
Sii grato al rituale. La verità ti divora.
Hai ragione – si aspettava che rispondessi.
Recitiamola pure la farsa del ragionevole.
Anch’io ripeterò che tutto non si può avere
pronto a morire purché non crolli il letto dove muoio.
Ma anche per me era l’ultima occasione che restava.
E prima di sottoscrivere solo chiedevo se in cambio
dell’accettare quel molto di finzione che diceva
un minimo di verità sarebbe stato compatibile


da Il male dei creditori

Senza titolo

Perché con occhi chiusi?
Perché con bocca che non parla?
Voglio guardarti, voglio nominarti.
Voglio fissarti e toccarti:
Mio sentirmi che ti parlo,
Mio vedermi che ti vedo.
Dirti – sei questa cosa hai questo nome.
Al canto che tace non credo.
Così in me ti distruggo.
Non sarò, tu sarai:
Ti inseguo e ti sfuggo,
Bella vita che te ne vai.


Da Autobiologia

I segni della fine

I segni della fine posso imitarli,
raggrinzire sul dorso della mia mano
la cute in corte serre – farle durare
gli attimi di pensare che saranno
millenni per quelle decrepite cellule.

Ancora senza danno posso cogliere a volo
l’idiozia estro che un ghirigoro
in una piega del cervello lampeggia
e mi blocca
una chiusa di capillare irrorante.

Coltivo emiplegia, storta bocca,
disconnetto parole e utensili, chiedo
un coltello (per esempio) da bere.
O in un riflesso di vetrina mi so vedere
e subito

farmi ginocchia che male mi sorreggono,
discreto farneticare: l’ammazzo, mi ammazzo,
e uno che mi segua cauto, chiami guardi – ma no,
per dirgli subito poi, è lei che vaneggia.
E io irreprensibile, rispettabile – o

a une dieci di sera
da un artificio precipitare in realtà,
diventare, cullarmi americano ubriaco
e naturali rutti politica fluire,
mio cinema. E in amore

cedere a ogni previsto senile errore
o giovanile che è
uguale sia pure speculare – piatire,
non saper non tremare, amare una
nel contemplare il luogo dove passò.

E i poveri esercizi del corpo
e l’acqua dove nuoto che ha luce d’obitorio
e io che ci scherzo là in fondo guardandomi
morto – per mia mania
di pareggiare biografia e biologia.

I segni della fine posso imitarli e allontanarli.
Io so che sono loro che imitano me.
Come la vita non si può modificare,
ma al prezzo di esserne ingannati
tuttavia ingannare.


da La vita in versi

Una sera come tante

Una sera come tante, e nuovamente
noi qui, chissà per quanto ancora, al nostro
settimo piano, dopo i soliti urli
i bambini si sono addormentati,
e dorme anche il cucciolo i cui escrementi
un’altra volta nello studio abbiamo trovati.
Lo batti col giornale, i suoi guaiti commenti.
Una sera come tante, e i miei proponimenti
intatti, in apparenza, come anni
or sono, anzi più chiari, più concreti:
scrivere versi cristiani in cui si mostri
che mi distrusse ragazzo l’educazione dei preti;
due ore almeno ogni giomo per me;
basta con la bontà, qualche volta mentire.
Una sera come tante (quante ne resta a morire
di sere come questa?) e non tentato da nulla,
dico dal sonno, dalla voglia di bere,
o dall’angoscia futile che mi prendeva alle spalle,
né dalle mie impiegatizie frustrazioni:
mi ridomando, vorrei sapere,
se un giorno sarò meno stanco, se illusioni
siano le antiche speranze della salvezza;
o se nel mio corpo vile io soffra naturalmente
la sorte di ogni altro, non volgare
letteratura ma vita che si piega al suo vertice,
senza né più virtù né giovinezza.
Potremo avere domani una vita piu semplice?
Ha un fine il nostro subire il presente?
Ma che si viva o si muoia è indifferente,
se private persone senza storia
siamo, lettori di giornali, spettatori
televisivi, utenti di servizi:
dovremmo essere in molti, sbagliare in molti,
in compagnia di molti sommare i nostri vizi,
non questa grigia innocenza che inermi ci tiene
qui, dove il male è facile e inarrivabile il bene.
È nostalgia di futuro che mi estenua,
ma poi d’un sorriso si appaga o di un come-se-fosse!
Da quanti anni non vedo un fiume in piena?
Da quanto in questa viltà ci assicura
la nostra disciplina senza percosse?
Da quanto ha nome bontà la paura?
Una sera come tante, ed è la mia vecchia impostura
che dice: domani, domani… pur sapendo
che il nostro domani era già ieri da sempre.
La verità chiedeva assai piu semplici tempre.
Ride il tranquillo despota che lo sa:
mi calcola fra i suoi lungo la strada che scendo.
C’è piu onore in tradire che in esser fedeli a metà.

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