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Intervista a Beatrice Orsini su “Anche l’acqua ha sete” | L’Altrove

Mi sono finta a lungo un animale domestico, inizia così una delle poesie in Anche l’acqua ha sete di Beatrice Orsini, edito nel 2018 da Controluna edizioni. E in effetti, una delle più interessanti piste per la lettura di questo libro è una particolare – e irrequieta – visione sul domestico, sulla vita di ogni giorno. Un domestico che è come una pelle, un tessuto organico pronto ad accogliere oppure a rivoltarsi in maniera violenta, è pronto al rilassamento come allo spasmo (“I bambini piangono nei loro letti, hanno gole infinite/pronte a mangiare i lupi delle favole”).
Emotività, corpo, relazioni e mura di casa non sembrano avere separazione in queste poesie. La spinta emotiva dà forma al corporeo tanto quanto agli oggetti d’arredo o ai locali dell’appartamento (“Con quale feroce immobilità/mi attendono gli oggetti a cui appartengo:/gorgheggiano/lucidi di pianto e di bianca quiete”).
Una irrequietezza liquida è sempre presente e guardinga: come una nota costante di sottofondo dà un tono particolare all’intera opera.
Accanto a questo asse portante, ve ne è un altro che regge l’architettura del libro: il discorso sulla parola (“Ma io non muoio/se di me rimane una parola”). A organizzare il gioco di specchi e di ossimori delle emozioni, infatti, nella Orsini ci sono le parole, c’è il discorso (“mi adatto in un perimetro/abitato da sole parole./Mi si racconta la favola che sono”). Il corpo, il domestico, il quotidiano esistono incardinati nelle parole. In un certo senso, nella Orsini, corpo e parola conservano una ambiguità di fondo, ma in grado di portare verso nuovi orizzonti è la parola non il corpo.

Alessandro Ardigò (A.A.): Sulla base di quali spinte e di quali bisogni, interni ed esterni, nasce “Anche l’acqua ha sete”?

Beatrice Orsini (B.O.): L’incontro con la scrittura è avvenuto tardivamente nella mia vita, ma in qualche modo è stato preparato da un lungo addestramento sulla parola: un addestramento iniziato sul lettino dell’analista in cui ci si mette al lavoro su di sé attraverso il dire. In un certo qual modo, la parola – latitante, sfuggente, imprendibile, menzognera persino – dal setting analitico è transitata ad una dimensione poetica, portando con sé le medesime questioni che hanno accompagnato la mia analisi e la mia formazione clinica; pertanto, se l’esperienza maturata testimonia del valore di cura della parola all’interno di una relazione transferale, è altrettanto vero che “Anche l’acqua ha sete”, fin nel titolo che lo caratterizza, evidenzia e valorizza l’aspetto di mancanza che abita ogni essere umano. Mancare, essere mancante – dunque incompleto – è un’esperienza dolorosa ma è anche la condizione necessaria, imprescindibile per accedere al desiderio e il desiderio è la spinta, la molla, di qualunque nostra azione.

A. A.: Un aspetto che mi ha molto colpito, leggendo il tuo libro, è lo sguardo sul “domestico quotidiano” : riesci a porlo in una luce molto particolare. È una scelta consapevole o è una visione inconscia?

B. O.: Il soggetto cui presto voce si presenta come un essere spaesato e smarrito dentro un recinto che gli dovrebbe essere, al contrario, familiare. Il “domestico quotidiano”, per rifarmi alla tua espressione, sotto la sua superficie rassicurante e pacificante, nasconde una faccia perturbante: come nella pittura metafisica, gli oggetti ed i luoghi a noi noti possono apparirci, in maniera improvvisa, nel cono di una luce sinistra e diversa che ci porta a mettere in dubbio le verità che ci hanno sempre accompagnato, a mettere in discussione le nostre impalcature mentali e la realtà intesa come esperienza condivisa. Se non siamo ciò che abbiamo sempre ritenuto di essere, cosa siamo? Che cosa e chi siamo in ciò che siamo abituati a fare e ripetere? E, soprattutto, cosa vogliamo, da dove desideriamo? Perdere i nostri riferimenti implica un profondo disorientamento, comporta la perdita dei nostri punti di riferimento abituali, ma permette anche di guardare le cose, per la prima volta, in modo nuovo e autentico, di assumersi il rischio di un cambiamento. Per questo la scrittura diventa un atto di spoliazione e, in questa sorta di deposizione della parola e del corpo, si intreccia alla fotografia.

A. A.: Tu non ti limiti alle poesie, ma la tua sperimentazione artistica chiama in causa anche la fotografia e a volte anche la performance. Che relazioni ci sono fra queste utime e la tua scrittura?

B. O.: Scrittura, fotografia e performance nella mia esperienza artistica hanno un denominatore comune, ossia il corpo. Per quanto possa sembrare strano, la parola non è mai disgiunta dall’esperienza corporea, perché anche il corpo – come insegna la psicoanalisi – è intessuto di simbolico, immaginario e reale, il che vuole dire che è un elemento significante, non un mero organo di senso, ma qualcosa che ha struttura di linguaggio e proprietà di parola. La scrittura rievoca, fa risorgere, il corpo, lo indaga nelle sue pieghe pulsionali e, a sua volta, l’autoscatto e la performance, mettono in scena un corpo parlante.

A. A.: Leggendo il tuo libro, una cosa che mi è saltata all’occhio sono le “fonti”, cioè i modelli cui tu tu ispiri. Questi modelli, nel tuo caso, mi sembrano tutte autrici femminili della seconda metà del’900.

B. O.: In questi ultimi anni mi sono ritrovata a leggere in misura prevalente autrici donne; non è stata una scelta aprioristica o ricercata volutamente. Probabilmente la loro scrittura mi è risultata più congeniale e affine di quella maschile, forse perché le donne, più agevolmente degli uomini, hanno dimestichezza con la mancanza e hanno accesso a un altrove che, per parafrasare il curatore della mia silloge, “è capace di elevare il dolore, in canto”. Se la scrittura maschile è talvolta permeata da uno sguardo nostalgico, rivolto a un passato ormai perduto, quella femminile scioglie i vincoli ed i legami, potendosi prendere il lusso di scommettere sull’insensatezza del vivere, per essere, appunto, “altrove”.

Alcuni testi estratti dalla raccolta:

Mi sono finta a lungo un animale domestico
che vive di poco, nell’immaginario di un recinto:
cane, pesce rosso, canarino,
anche un roditore, all’occorrenza.
Saltavo la corda all’ora convenuta mostrando
di me un volto compiaciuto. Ero brava
nell’arte dell’inganno.
Mi sono finta a lungo un animale domestico.


Ci si abitua alle piccole
come alle grandi cose,
al peggio
ancor più che al meglio

alla tenacia di una colonia di pidocchi
a un piatto di minestra insipida e fredda

la pigrizia diviene un cemento
che incolla le gambe con i pensieri

i rubinetti sgocciolano piano:
hanno un ritmo regolare.


La settimana santa
Lunedì: il gesto bianco di tagliarsi le unghie
Martedì: tracce d’umidità sulle piastrelle del bagno
Mercoledì: una battaglia di fiori, la sete dentro il vaso
Giovedì: giorno di magro, briciole vuote a tavola
Venerdì: amarti e non volerti, un coltello ferito a metà
Sabato: volerti e non amarti, evenienza non prevista
Domenica: la messa di precetto che attende invano.


I bambini piangono nei loro letti, hanno gole infinite
pronte a mangiare i lupi delle favole (se si avvicinano troppo)
e le loro stesse madri. Le case hanno interiora color pastello,
budella di nylon, corridoi come tubature su cui crocifiggere
intere storie di famiglia.
Conviene chiudere gli occhi: prima il destro, poi il miope.
Interno neve. Esterno poesia. Non so se basterà a salvarmi
fare un pupazzo con foglie d’autunno.

L’AUTRICE

Beatrice-Orsini

Beatrice Orsini (classe 1976) nasce in provincia di Varese, dove vive e ha famiglia. Dopo aver svolto studi universitari in campo umanistico, collabora in qualità di consulente presso servizi che si occupano di minori e famiglia per diversi Enti Locali. L’approdo alla scrittura è di questi ultimi anni e suoi testi sono apparsi nella Collana Sentire n. 17, Pagine Editore, 2014, nella pubblicazione “Aleppo c’è” Kipple editore, 2017, nella Rivista Bibbia d’Asfalto e nell’Antologia “Fuori dal coro” (Chiare Edizioni, 2020). Con la casa editrice Controluna (2018) esce la sua prima raccolta di poesie dal titolo “Anche l’acqua ha sete”. Fa parte del collettivo artistico Versipelle.
Altri suoi campi di interesse sono la body art, le arti visive e la fotografia; nel 2019 si è svolta la sua prima mostra fotografica “Metamorfosi: sguardi di donna”, presso lo Studio Quadra Gallery di Domodossola.

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