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Recensione: “Nessuno veda nessuno” di Biancamaria Frabotta | L’Altrove

È immediatamente straniante (poi l’abbiamo riletto almeno un’altra volta, come raccomandava Manganelli) approcciare Nessuno veda nessuno, libro postumo di Biancamaria Frabotta (1946-2022) appena uscito nello Specchio mondadoriano. Lo è perché la poetessa romana abbandona la sua ricerca della poesia per la poesia e approda a una versificazione come celebrazione, ringraziamento, ricordo e anamnesi di una vita spesa per la poesia, una vita al “femminile” come il sostantivo che la designa.

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Femminile perché il suo ricordo “affeminato” si rivolge principalmente a donne, amiche e/o poetesse, molte delle quali lei stessa ha contribuito a far emergere. Gli uomini sono pochi: oltre l’amato Brunello e l’allievo e amico Carmelo, poche altre figure tutte però memorabili in questo resoconto che è scritto in versi solo perché Biancamaria Frabotta era poetessa e da poetessa saluta chi la conosceva e l’amava. (E, in questo senso, non possiamo nascondere tutto il rammarico che ci travolge al pensiero che da Lei non si possa più “imparare” direttamente, considerato quale ottima insegnante era.)

Rispetto alle raccolte precedenti, pensiamo a Il rumore bianco a La viandanza, il verso si scioglie, si allunga, cede al racconto, ammette l’intercalare, l’interpunzione, la pausa della memoria, la carezza affettuosa, tutte cose che la poesia declina in un verso, a volte in una sola parola, essendo sintesi, concentrato, per natura. Ma se la ricerca di un poeta, a prescindere dalla sua poetica, passa per il significato che porta alla forma e poi al verso che costruisce un ritmo e nel ritmo approda un’età matura (non penso a poeti particolari perché credo sia più o meno il percorso che seguono tutti), la poesia di Biancamaria (mi sia concessa una confidenza spirituale) è andata oltre, ha superato il confine della ricerca, è giunta ad amare «gli esseri umani più che la poesia». In questo senso la consapevolezza che questo sarebbe stato l’ultimo libro, dichiarazione che aveva allarmato chi le stava vicino ma che, evidentemente, lei presagiva, sapeva, vedeva.

Il poeta è profeta dei suoi tempi per i tempi futuri, vede laddove gli altri sorridono, e vede pure cosa aspetta lui stesso, essendo la poesia principalmente declinata all’Io, pronome personale predominante. Biancamaria Frabotta ha visto nel suo immediato domani, dopo una caduta del tutto imprevedibile e un’età che non faceva immaginare una fine imminente. Ma possiamo dire che lei era serena all’eventualità. Rispose con il sorriso, tempo fa, a una domanda di una giornalista che le chiedeva il domani della sua poesia. Sperava che restasse conosciuta, letta. Altrettanto sottolineava come per lei sarebbe stato poco importante. E in questa “serenità” non ci abbiamo letto quella per un domani lontano, ma anche per il giorno seguente, per le ore successive. Perché il fatto che Biancamaria si preoccupasse negli ultimi tempi dei suoi affetti più che della perfezione dei suoi versi, ha un rapporto profetico con la considerazione del futuro delle sue poesie. In questo senso è riuscita a superare quello sbarramento creativo che afflisse e “uccise” Amelia Rosselli che, quando decise di porre fine alla sua vita nel 1996, erano almeno quindici anni che non scriveva più regolarmente. Biancamaria ha continuato, pur sapendo di stare all’ultimo atto, per raccontarci cosa ha davvero contato nella sua vita. Io penso che le persone celebrate in Nessuno veda nessuno possano essere orgogliose di questa citazione almeno quanto la loro stessa produzione artistica. Perché una cosa sappiamo e possiamo dirla con forza: come per Mario Benedetti, anche per Biancamaria Frabotta arriverà il giorno in cui la storia della letteratura e la ricerca filologica ci diranno quale grandezza ha raggiunto questa poetessa dalla voce dolce, dal verso tagliente, dalla finezza scavata. Un giorno che io mi auguro vicino perché lo vorremmo vedere tutti noi che l’abbiamo amata e riletta.

Poesie da Nessuno veda nessuno di Biancamaria Frabotta

SIRIO

Molte sono le stelle doppie. Quante? – chiedo.
So che la mia domanda può suonarti sciocca.
Come una stecca in una perfetta esecuzione.
– Gettar lì in quel vago fitto e scuro
un numero qualsiasi, sarebbe affaticarsi per nulla –
Ma una stella binaria – insisto. È una o sono due?
È una, eppure sono due – sancisci. La più luminosa
è la primaria. E l’altra, la sua compagna.
Sirio, la stella più lucente nel cielo notturno
della Terra è a noi la più vicina.
Non a caso i Greci la chiamavano l’Incandescente.
La sua massa è due volte il Sole. Se fosse situata
accanto alla nostra stella, la oscurerebbe più di venti
volte dannandola a una luce perpetua senza notti.
Basta alle nostre vite una lampada a fasi alterne.
Basta per non farci sentire soli nell’universo.

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CORALE

Ho sognato che a nostra insaputa
sfiorasse il nulla che eravamo
e siamo, uno sciame di molecole
una materica memoria senza ricordi.
Un’afona voce mai udita pronunciò
senza tatto l’annunzio ferale, un patto
unilaterale, una sorte comune ai vivi
e ai morti, una sussurrata oscura diagnosi.
Così cominciò la vita sulla terra.


Una poesia può esprimere idee sconnesse
può aggirare la logica. Non loda
il passato ai danni del presente
né si limita ad accettarlo o a criticarlo.
A volte Qualunque diventa Qualcuno.
Da dove vengono né dove vanno
non si sa i pensieri sbandati dei poeti.
Pensieri vani, magari nebulosi
pare che oscillino in un limbo
di umiltà e superbia.
Qualcuno auspica un poeta che ami
gli esseri umani più che la poesia.

A cura di Massimo Russo.

L’AUTRICE

Biancamaria Frabotta è nata a Roma nel 1946 ed è scomparsa nel 2022. Ha insegnato Letteratura italiana contemporanea alla Sapienza di Roma, ha scritto poesia, narrativa e critica letteraria. Tra i suoi libri di poesia: Il rumore bianco (1982), La viandanza (1995, Premio Montale), La pianta del pane (2003), I nuovi climi (2007), Da mani mortali (2012) e il riassuntivo Tutte le poesie (1971-2017) (2018).

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