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Su “L’Antonia”. Poesie, lettere e fotografie della poetessa milanese | L’Altrove

Esce oggi 29 aprile, per Ponte alle Grazie, L’Antonia, una bellissima raccolta di poesie, lettere e fotografie di Antonia Pozzi.

Leggere della vita, dell’opera della Pozzi in maniera così intensa e, allo stesso tempo, delicata è un’esperienza da compiere.

Nel libro, Paolo Cognetti riporta in vita L’Antonia, la ragazza dalle lunghe gambe nervose. Scorre tra le pagine un filo che lega Cognetti alla Pozzi, c’è la Milano-casa, la montagna-rifugio, la poesia-vita. E l’autore incontra la scrittrice e di lei ci parla, con lei dialoga, racconta la sua storia. Si mescolano pensieri nei quali il lettore si introduce con passi leggeri, quasi per non disturbarne il flusso.

A sfogliarlo, il libro è un intervallarsi di sensazioni. È noto il sentire della Pozzi, il suo acuto sguardo sulla realtà, vissuta profondamente e spesso con sofferenza nella Milano degli anni ’30, città che le diede i natali, ma che le toglieva la gioia.

La prima sezione del libro è appunto chiamata Case. Se il capoluogo lombardo sta stretto alla poetessa, Pasturo, con le sue montagne, diviene la casa vera, il luogo in cui vita e amori si incontrano. Le montagna, con le sue ripide pareti, i sassi, le valli scoscese è per Antonia un paesaggio di cui riempirsi gli occhi e il petto. Tra le Alpi si riscopre, ama – con ardore – scrive e immortala nei suoi scatti quanta più bellezza possibile.Le poesie della sezione Nevai 1933-1934 brillano di meraviglia. Nel luglio del 1933 Antonia è a Breil, in Val d’Aosta, e scrive come mai prima. Cognetti unisce il sentimento della poetessa al suo ed esclama: “È una gioia anche per me poter leggere «Acqua alpina».”

Acqua alpina

Gioia di cantare come te, torrente;
gioia di ridere
sentendo nella bocca i denti
bianchi come il tuo greto;
gioia d’essere nata
soltanto in un mattino di sole
tra le viole
di un pascolo;
d’aver scordato la notte
ed il morso dei ghiacci.

Segue la parte dal titolo Studenti. Un giro di amicizie universitarie e l’amore per Remo Cantoni riempiono i due anni successivi. Ritroviamo un’Antonia innamorata, le poesie di questi anni sono dedicate al bel Remo, quello che lei chiama secondo amore, che si frappone al primo ed indimenticato Antonio Maria Cervi, professore di latino. A Remo scriverà poesie bellissime come Confidare e Bellezza.

Confidare

Ho tanta fede in te. Mi sembra
che saprei aspettare la tua voce
in silenzio, per secoli
di oscurità.Tu sai tutti i segreti,
come il sole:
potresti far fiorire
i gerani e la zàgara selvaggia
sul fondo delle cave
di pietra, delle prigioni
leggendarie.

Ho tanta fede in te. Son quieta
come l’arabo avvolto
nel barracano bianco,
che ascolta Dio maturargli
l’orzo intorno alla casa.

8 dicembre 1934

Tra le poesie trovano spazio anche le lettere di Antonia. Particolarmente interessante è quella in cui narra del suo disordine, (Il mio disordine. È in questo: che ogni cosa per me è una ferita attraverso cui la mia personalità vorrebbe sgorgare per donarsi) dell’inquietudine e del giudizio di Paci sulle sue poesie (Nessuno mi toglie dall’anima il giudizio di Paci).

Di seguito si aprono le sezioni In silenzio, in cui Cognetti ripercorre gli anni fino al 1937 e Dino e la periferia.
Se a prima troviamo un’Antonia dopo la storia finita malamente con Remo, nella seconda i pensieri della poetessa vengono occupati da Dino Formaggio, futuro filosofo e critico.
Tra i due c’è del tenero e lei si firma La tua fessacchiottina. Ma quello che più colpisce in questa parte del libro è una lettera di risposta che Cognetti descrive così: “Sembra una di quelle lettere di Rilke, che l’Antonia amava, al «giovane poeta»”.

[…] ma questo mi sembra di poterti dire: non aver paura di te stesso, non lasciarti paralizzare dall’autocritica, scrivi – scrivi – scrivi.

Con Dino intesse una fitta corrispondenza epistolare, gli fa molte foto, gliele dona.

Sul retro di questa fotografia, inviata e dedicata a Dino Formaggio, Antonia Pozzi scrive: “È l’immagine più cara che ho di me, dove sembro più un ragazzetto che una donna e ho addosso e intorno tutte le cose che più amo: i miei scarponi, il cappellaccio a fungo, la bella neve bianca, le pietre, il legno; qui è l’essenza, il midollo, la fibra viva e contrattile della mia vita. E per questo deve essere tua: perché tu solo mi hai capita così. L’Antonia che si avvia per una piatta e dura strada cittadina, soffocandosi i canti nel cuore, stendendo veli neri sul volto delle sue montagne, ti lascia in eredità questo ricordo delle sue giornate più vere: tu lo seppellirai lievemente, lo cospargerai di terra soffice, e chissà – forse in un mattino improvviso, sereno, dopo una notte di temporale, un cantuccio tornerà ad affiorare nel tuo cuore. Allora, guardando una cima di montagna lontana, penserai a quello che è stata l’Antonia e ti sembrerà di volerle ancora bene.”

Nella stessa sezione troviamo l’ultima poesia scritta della Pozzi dedicata all’amico e scalatore Emilio Comici, di cui Cognetti ci fornisce una foto.

Per Emilio Comici

Si spalancano laghi di stupore
a sera nei tuoi occhi
fra lumi e suoni:

s’aprono lenti fiori di follia
sull’acqua dell’anima, a specchio
della gran cima coronata di nuvole…

Il tuo sangue che sogna le pietre
è nella stanza
un favoloso silenzio.

Misurina, 7 agosto 1938

Le ultime sezioni del libro sono forse le più tristi. Una è Chiaravalle, l’altra Dopo di lei.
Particolarmente emozionanti i commenti dell’autore.

[…] l’Antonia prende la bici e se ne va a Chiaravalle. Dall’Istituto Schiaparelli ci metterà una mezz’ora. Si trova un prato davanti all’Abbazia, tra fossi e le acque che cantano, e butta giù tutti i barbiturici che ha – forse che ha messo da parte per quest’occasione. Mentre aspetta che facciano effetto, scrive qualche biglietto d’addio.

Antonia muore il 3 dicembre 1938. Oggi riposa a Pasturo come desiderava, tra le piccole lapidi dei montanari, tra l’erba alta e le rocce.

Lei è quella che resisterà a polvere del tempo. Mi piacerebbe poter tornare indietro e dirglielo, all’Antonia, la ragazza dalle lunghe gambe nervose. Chissà com’era sentirla ridere e chissà se allora lo scoprirei.

Termina così un libro meraviglioso e commovente. Un viaggio fatto di parole e immagini. Un inedito racconto di una delle voci più importanti del nostro Novecento.

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