Poesie ritrovate

Poesie ritrovate: Sante Notarnicola | L’Altrove

Sante Notarnicola (Castellaneta 1938 – Bologna 2021) è una figura a suo modo unica e meritevole di essere conosciuta. Meridionale sbarcato a nord per fare l’operaio, poi “bandito” e infine “detenuto politico”, è stato capace di confrontarsi con i detenuti “comuni” come con i grandi nomi dei detenuti “politici” senza rinunciare alla propria identità. Riacquistata la libertà, Sante ha continuato ad essere fino all’ultimo una figura di riferimento politico e culturale nella sua Osteria del Pratello, a Bologna.

L’anima e il muro (Odradek edizioni, 2013) è l’opera che forse, più di altre, aiuta comprendere la complessità di quegli anni, banalmente definiti di piombo, e la sua poesia, di cui Primo Levi è stato grande estimatore. Grande merito va all’introduzione di Daniele Orlando, che ha anche curato la realizzazione dell’opera, di cui segue un significativo passaggio.

“ … Il circuito rimaneva cieco: violenza estremista contro violenza “socialdemocratica”. Negli anni peggiori, tra il ’77 e l’83, la risposta furono dieci agenti e tre magistrati morti. La Legge Gozzini, del 1986, sancirà una situazione di fatto: il fenomeno del pentitismo e di quel singolare concetto giuridico trasformatosi poi in vero e proprio movimento politico che passerà alla storia come “dissociazione” produrrà arresti in massa. Insieme alla polverizzazione dell’organizzazione (Br, Br-Pg, Br-PCC, UCC…) determineranno il passaggio dall’attesa di «quando sarebbe giunto il momento» (EI, p. 150) alla «idea che ormai non avremmo più vinto». La scontro continuerà almeno fino alla fine degli anni Ottanta ma saranno ultime artigliate di un periodo terminale che Notarnicola intimamente definiva la Grande Svolta.

È in questo contesto che Sante Notarnicola avrà il privilegio di scambiare una lettera con Primo Levi, autore da lui molto amato, al quale aveva spedito, tramite l’amica comune Bianca Guidetti Serra, la raccolta di poesie Con quest’anima inquieta. Levi risponderà il 5 settembre 1979.

Caro Notarnicola,
ho ricevuto le tue poesie solo adesso, alla riapertura degli uffici di Einaudi presso cui giacevano. Le ho subito lette con partecipazione intensa.
Tu mi conosci quanto basta per sapere che io non sono d’accordo né con l’introduzione del volume né con la premessa. La tua dedica mi ha toccato, e te ne ringrazio, ma non posso accettare l’equiparazione del carcere coi Lager: So bene (e i tuoi versi ne rendono tremendamente l’angoscia) quanto sia duro essere privati della libertà, ma in Lager questa era l’ultima delle sofferenze, percepibile solo nelle poche ore di tregua: prima venivano la fame, il freddo, la fatica, l’isolamento, la morte intorno. In Lager, solo ad Auschwitz, morivano 10000 persone al giorno, e queste non avevano commesso altra colpa se non quella di esistere. Il Lager non era una punizione: non c’era traccia di giustizia, neppure di quella giustizia borghese che tu, a ragione o a torto, rifiuti, e che certo, nel tuo caso, non sa riconoscere quanto tu sia migliore delle tue teorie, e quanto sproporzionata la misura della pena a quella della colpa.
Detto questo, devo subito aggiungere che le tue poesie (alcune, come sai, le conoscevo già) sono belle, quasi tutte: alcune bellissime, altre strazianti. Mi sembra che, nel loro insieme, costituiscano una specie di teorema, e ne siano anzi la dimostrazione: cioè, che è poeta solo chi ha sofferto o soffre, e che perciò la poesia costa cara. L’altra, quella non sofferta, di cui ho piene le tasche, è gratis. Memorabile fra tutte, addirittura miracolosa per concisione e intensità, è Posto di guardia. Ti ringrazio per avermele mandate: le rileggerò, le farò leggere e ci penserò sopra. Pensaci sopra anche tu: forse lo scrivere è il tuo destino e (in molti sensi) la tua liberazione.

da L’anima e il muro, Odradek.

Di seguito una selezione di poesie di Sante Notarnicola

Da La nostalgia e la memoria

I numeri

Ti ho scritto stamane
la duecentoquarantacinquesima
lettera del millenovecentottantatre.

È il mio bilancio per l’anno che passa.

Tu, nel millenovecentottantatre,
alla prigione sei venuta ventiquattro volte
(non ti hanno permesso di più…)
e,
per ventiquattro volte,
hai percorso duemila chilometri.

Duemila per ventiquattro
fanno: quarantottomila chilometri.

Non dimenticare. Non dimentico.

Neppure una volta ti hanno permesso
di portarmi del cibo, un libro o un fiore.

Quarantottomila tormentati chilometri
(non dimenticare, non dimentico)
e poi una lastra di vetro
e lampi di ferocia, a dividerci.

Ma tutto questo non ha impedito
che crescesse ancora l’amore
che mi porti, che ti porto, compagna.


Da Con questa anima inquieta

Il guardiano delle macchine

Venni dal Sud
con la mia valigia di cartone

Il padrone
gettò al volo cinquanta lire
al guardiano delle macchine:
“Tieni ragazzo, divertiti!”
Le cinquanta lire rotolarono
sull’asfalto fermandosi
vicino ad un tombino.
Soddisfatto il padrone
entrò nell’Hotel
con la sua puttana.
Guardai la moneta
allungai il piede
spingendola nel buco.

Pioveva. Lunga,
lunga la strada
per la periferia. Quella
sera non presi il tram,
mi mancavano cinquanta lire.

Venni dal Sud
con la mia valigia di cartone.


Ricordi di periferia

Oziare di notte
Lungo i muri
Solo
Tra la nebbia
Piole
Di periferia
Strade indifferenti
Alle luci
Portoni improvvisi
E indovinare
Prossimi prati
E laggiù le montagne
Per fare il tuo discorso
Ahi! le notti
Di periferia
Tornare esausto
Ancora una volta
Prima dell’alba
Pronto alla pena
D’un altro giorno
Senz’avere sprecato
Neppure un’ora.


Da Liberi dal silenzio

Una Lacrima

Con la Grande Svolta
venne la restaurazione
e furono necessarie
le pietre e gli acciai.

Smarrimmo alla svelta
gli scopi e non fu possibile
vivere sopra le righe.

In un angolo
una donna a tutt’oggi aspetta.
Una lacrima lunga
scivola via.
Troppo lunga da asciugare.


Consummatum est (a Primo Levi)

È stato freddo e feroce
l’inizio di questo aprile
deturpato dai silenzi
che
scuotono-inseguono
e ci riportano
i ricordi originali
quando: leggendo il possibile,
tutti quanti ci schierammo.

Auschwitz, la fine dell’infanzia:
un’ombra lunga sui giochi
interrotti e mai più ripetuti.

Ma rimane il ricordo
del gallo di metallo: trafitto
dalla banderuola di latta
che vibrava al soffio del vento,
e
questo aprile così duro
ha il colore dello sterrato,
tarda a passare e ci costringe
spalle al muro al silenzio,
perché tutto possa consumarsi.

A cura di Alfredo Simone.

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