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Recensione: “Luce piena” di Mirella Vercelli | L’Altrove

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Luce! Energia etica, spirituale, ancestrale ed esistenziale racchiusa nelle poesie intitolate in corsivo nell’indice dell’opera d’esordio Luce piena (peQuod, 2020) di Mariella Vercelli (Grottazzolina, 1959).

Luce intima quella vercelliana, che si mostra, come una fonte battesimale dalla quale si abbeverano carnali ferite e scheggiate lacrime, poiché messiaco conforto balsamico animato da verginee bramosie. Fonte battesimale, più nel dettaglio, che muta le carni della poetessa in gelidi e sepolcrali passi invernali accarezzati da cimiteriali aneliti, ovvero da pindarici voli spiritualmente inutili ubriacati da estreme, fragili e mortali carezze etiche, sociali e psichiche, ma in particolar modo da carezze mortifere mutanti la sua Vita in un’ansiosa, uggiosa e crepata esistenza dal fetido olezzo d’urina inumidente i vergini sguardi lattei e invecchiante leggiadre carni in bubboni pestilenziali declamanti acquitrinose melodie animate da mistici liquami. Esistenza questa come un cammino transitante in calcaree e illegali stazioni ferroviarie, ovvero in oscuri luoghi dove ardenti amori carnali ardono su ustionate rotaie imprigionanti a loro volta, ignude malinconie popolate da timide ansie e monasteriali melodie lacrimanti. Inedita esistenza spirituale, questa, che è consumata dalla poetessa nella chimerica e utopica città di Ancona rappresentata come una trincea carnalmente abissale, spiritualmente asfissiante e socialmente odorante di urine sessualmente corrotte, che, sono purificate dai mistici risi marittimi dei gabbiani e dagli eterni firmamenti celesti di Posatora, in cui ancestrali maritaggi lunari si perdono in timorosi oceani profumati di loto. Liriche queste fin qui analizzate, che rimembrano le reboriane poesie imprigionate in Frammenti lirici, Canti anonimi raccolti da C. R. ed Ecco del cielo più grande, ovvero schegge capaci di riscoprire la logica collettiva sostituendo l’insidioso e lo svigorito con l’affermazione della Vita, in tutta la sua massima potenza.

Luci intime queste coccolate da terreni bagliori, ovvero lacrimanti luci registranti epilettiche parole partorienti goliardiche figlie e convulse parole ancestrali smascheranti la Morte, in quanto ambigua Madre e Sorella animate da nostalgiche reminiscenze esistenziali mutate in cadaverici respiri. Lessemi vercelliani costretti a camminare in apocalittici paesi natii, ovvero fantasmagorici paesi spirituali abitati da funeree ombre declamanti calorosi risi e intonanti rabbiose melodie intime, ovvero drogate beatitudini dalle ancestrali chiome carnalmente torturate, sentimentalmente derelitte e spiritualmente ebbre. Luce infine, quella vercelliana, che rimanda al poeta milanese Clemente Luigi Antonio Rèbora e allo stesso tempo rimembrante la raccolta Soli d’agave del poeta brindisino Giuseppe Indini, in quanto la luce vercelliana è un immenso oceano reminiscenziale incarcerante oscure brume esistenziali e ubriacante estreme quotidianità psico-fisiche, ma in particolar modo partoriente accecanti soli battesimali in fredde, corvine e sepolcrali giornate corvinamente invernali. Opera vercelliana infine, in cui si sentono anche lontani echi poetici riconducenti al poeta magliese Salvatore Toma e alla poetessa leccese Claudia Ruggeri, in quanto la luce mortifera vercelliana è rappresentata come contemplazione esistenziale e linfa che diluisce le emozioni stillandole all’interno della quotidiana esistenza, ma in particolar modo come una preghiera mutante gli spiriti ultraterreni in creature dagli sguardi limitatamente vacui e spiritualmente mistici.

A cura di Stefano Bardi.

Alcune poesie da Luce piena

Bevo la prima luce
pura e colma
come un assetato l’acqua
di una fonte imprevista

come un moribondo
la medicina
che non lo salverà,
ma sarà buon viatico.


Il passo affrettato di chi è già
con la mente all’arrivo,
il bagaglio pesante,
un bacio clandestino che sfiora
guardingo una guancia,
una lucertola che si beve la vita
a piccoli sorsi
sulla traversina arroventata.


La strada intorno al golfo
a mezza costa, cielo e mare
d’un azzurro uguale, tramonto
ovunque, come riverberato
da uno specchio enorme.
Era un incendio
che consumava l’aria, non respiravo
lottavo per fermare il tempo
ed era pianto l’inadeguato slancio,
la palese estraneità
all’istante
che palpitava eterno.

L’AUTRICE

Mirella Vercelli

Mirella Vercelli, collaboratrice medica e poetessa, è nata a Grottazzolina nel 1959 e da anni vive a Sant’Elpidio a Mare. Per la narrativa ha pubblicato Racconti 1978-2016, Aras Edizioni, Fano, 2016 e Luce piena per peQuod di Ancona del 2020, è la sua opera poetica d’esordio.

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