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Recensione: “Cromie” di Vincenza Armino | L’Altrove

L’invisibile prende corpo nelle liriche che compongono l’opera di Vincenza Armino, Cromie, edita da Guido Miano nel 2020.

E il paradosso, con i suoi contrasti, con i suoi distacchi e le sue beffe funge da guida, mentre il lettore si accinge ad accogliere l’invito per intraprendere il suo tour alla volta dei sentimenti. La rarefazione di stato, il suo continuo mutamento in un ciclico disgregarsi e riaggregarsi si fa amico sincero della poetessa e le concede le sue corde, onde avvicinarsi all’ineffabile, all’incredibile, in ciò che, in effetti, è quasi impossibile da dire a parole. Ma è poi vero che la parola avvicina, mentre il silenzio segna il passo della distanza? Non è detto, si resta incuriositi, come bambini coinvolti in uno spensierato nascondino, mentre la mente, però, brama di conquistare un sapere in più.

Qua e là compare qualche virtuosismo che avverte del livello culturale conquistato, forse avvisa sia necessario equipaggiamento anche del lettore. Questi, comunque, non ha molto tempo di vagliare, in quanto, rigo dopo rigo, è già conquistato dalla chimica della poesia, così attenta a ogni elemento e alle loro combinazioni. Il corpo sottile degli eventi, nel frattempo, ha già intrapreso il suo esercizio ad assottigliarsi. Emerge quasi il gusto della sfida: è come se la mente dell’Autrice miri e orienti a un risultato sempre più alto. È una poesia esigente in un mondo abituato al disimpegno.

La descrizione spesso dimostra la precedenza della realtà, della sua fattualità, rispetto alla narrativa. L’anima avverte l’esigenza di raccogliersi e di ascoltare, di osservare. La parola, se viene, è successiva. Talvolta si ha la sensazione che queste rime desiderino cogliere la fine e forse trattenerla, mentre essa è già trascorsa e manda segnali di sé, come scia in mare di un’imbarcazione già lontana e rivolta all’orizzonte ignoto. Persino il ripiegarsi in se stessi ha i propri tempi, soprattutto i propri limiti, in quanto è sorpreso da qualcosa che trattiene. Come non sentir riecheggiare il grande poeta, Salvatore Quasimodo? La luce irrompe, interrompe, è percepita dal vuoto, ma la sua natura è diversa. Diverse sfumature danzano, in certi punti s’intrecciano, altrove sembrano non guardarsi né riconoscersi.

Vuoto e ricerca rappresentano prerogative profondamente umane, che spalancano gli occhi sul mistero, se ne lasciano conquistare, senza per questo arrivare a capire e a spiegare tutto da cima a fondo. Neanche se lo propongono, intenti come sono a cogliere l’attimo, per poi realizzare: quello, che sembrava placido e statico come un bel quadro, si è già mosso, dando vita all’ennesimo colore in più, che su questa terra ci è concesso di ammirare. Cromie è proprio un titolo indovinato e bene abbinato allo spirito di questi versi sciolti, brevi, che non ammiccano e che spesso infondono la sensazione di viaggiare anch’essi su di un treno, proprio nel momento in cui sta partendo. Chi sosta sul marciapiede a lato del binario non resta del tutto fermo, questa è la magia della letteratura, il dono del movimento che non si vede e che non si può registrare dall’esterno.

Anche le avvisaglie del cambiamento e delle stagioni che si avvicendano si affidano ai colori e al loro variopinto ventaglio, assegnato alla natura, alle sue creature. Quando la scena è inquadrata facendo un passo indietro, le differenze si accordano in armonia, anche il paesaggio gode di una sua complessità. Il mondo delle cromie non è scialbo, non è piatto, non è scontato, ma è sereno nelle sue cadenze mutanti. Se di un’esigenza si fa portavoce questa letteratura è quello della luce: la vita necessita di luce e questa consente apertura, spazialità, movimento. La sua assenza può essere funzionale all’esercizio di sensi diversi dalla vista e all’affinamento del fiuto che ricerca, altra attività propriamente umana, capace anche di giocare con se stessa, forse sapendo bene di non poter mai giungere alla soluzione definitiva.

Alcune metafore sono abitate dal mare, che non disdegna di rimandare a sentimenti pregnanti, per poi accomodarsi pacioso nell’armonia di un quadro d’insieme, in cui, ancora una volta, torna il silenzio, l’assenza, l’attesa, ma su tutto regna una puntuale naturalità:

Dormono le stelle.
L’onda è compagna
di una spiaggia
nuda.
Venti circuiscono le nubi,
l’aria sa di fresco e di profumi.
Come un viandante
il cuore va per rogge
e pei dintorni.
Strana, una chimera
si posa.
Ogni cosa riposa.

Le onde del mare tornano sulla spiaggia a cancellare, mentre le tracce del passato sanno riapparire all’improvviso e parlano una lingua propria, che si accorda con i sensi, che la memoria, chissà perché, non smarrisce. Basta un profumo, altro amico abituale dei componimenti, a riportare indietro. E così anche l’olfatto cavalca le sue onde, per non lasciare i pensieri privi di compagnia troppo a lungo. Il tempo, in fin dei conti, si dimostra una creatura strana, sempre alle prese con le sue biglie: vorrebbe forse inanellarle per guardare al futuro, ma troppe volte si vede costretto o divertito nello sparigliarle. E in questi giochi le sorprese non mancano mai, così l’incanto rimane in caldo, sempre pronto a lasciarsi servire.

Tutto è sereno, tutto è vivace, nella sua alterigia. Con gli oggetti cantati si fa amicizia, ma non ci si azzarda a prendere mai troppa confidenza. Il panorama descritto rimane nel suo mistero, un po’ nobile, un po’ alieno. Lampi, voci, istanti, gocce, molto di queste pagine è breve quanto intenso. Le parole che indugiano sul viaggio ricordano Marcel Proust, a cambiare sono i paesaggi, ma molto di più i recettori, gli occhi, le orecchie, che, pur vedendo e ascoltando fenomeni noti, si riscoprono nuovi. Nella fuggevolezza del tempo e dei fenomeni si respira libertà, la saggia consapevolezza dell’andamento di tutto ciò che è.

Il tempo si riconosce dalle pieghe, esattamente come gli alberi dai segni circolari interni al tronco. Non si può barare, ma si è costretti a osservare. Le forme non fanno in tempo a definirsi, che già sono disponibili a rarefarsi, ad allontanarsi. Se i colori della natura e i paesaggi delle varie stagioni con la loro imponenza imperversano al centro della scienza, quando l’occhio di bue, stanco, cerca gli umani, indugia sulla madre, che, porta il peso degli anni, mentre mai si è liberata di quello della vita recata e offerta. E, in fondo, serve anche a pensare che ogni persona reca in sé il vocìo di molte altre, forse è una compagnia, forse un fastidio, ma in ogni caso c’è. Non è sempre evidente il filo conduttore, a volte si tende a cercarlo, ma non è detto che ci sia, e comunque non è importante. Ciò che non passa inosservato e che non accetta di essere ignorato è la vita come fatto, come volto, come riflesso. Il suo nome e la sua età contano meno, conta la sua presenza, in un frammento magari, ma c’è, come la sfumatura, come la brezza, come il riflesso, cangiante, sfuggente, libero, ma più di tutto esistente.

A cura di Ada Prisco.

L’AUTRICE

Vincenza Armino è nata a Melicuccà (RC) nel 1950 e vive a Polistena (RC). Insegnante di materie letterarie in pensione, ha pubblicato le raccolte di poesie: Pentagramma (2007), A piedi nudi, nell’anima (2009), Percezioni-Ricordi (2010), All’ombra di un respiro (2011), Messaggi sussurrati (2013), Poca voce (2013), Quando (2014, in Alcyone2000. Quaderni di poesia e di studi letterari), La strada (2015), Le dimore informali (2016), Come faville (2020), Spiragli (2020), Cromie (2020) e il libro in prosa: Massime, pensieri, riflessioni (2017). L’attività letteraria di Vincenza Armino è trattata nel quarto volume dell’opera Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, Guido Miano Editore, terza edizione, 2020.

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