Poeti contemporanei viventi

Versus: Calandrone-Vivinetto | L’Altrove

Oggi ospitiamo, per la rubrica Versus, due poetesse straordinarie: Maria Grazia Calandrone e Giovanna Cristina Vivinetto.

Poetesse diverse, ma simili nell’approccio a quest’arte. Ecco la nostra intervista doppia:

Domanda tanto facile quanto difficile: Che cos’è per voi la poesia?

Calandrone: Un tramite per conoscere il mondo.

Vivinetto: Per me la poesia nasce dall’esigenza di trovare una risposta alle ambiguità e contraddizioni del reale. Fare poesia è provare a risolvere questi conflitti logici, culturali e interpretativi che affollano il mondo che ci circonda. Di conseguenza, poesia è anche un’esigenza, l’esigenza di trovare le parole a un grumo profondo che non si riuscirebbe a comunicare in altro modo se non mettendosi a disposizione di queste parole e lasciarsene travolgere.

E come definireste la vostra?

Calandrone: Uno dei molti tentativi umani di indagare un mistero che – immagino – non sarà mai svelato.

Vivinetto: La mia poesia è anch’essa un tentativo di interpretazione della realtà attraverso l’arma del racconto, delle storie che toccano tutti, indistintamente, e ci toccano nella nostra parte più intima, alle radici.

Quale eredità vi ha lasciato la poesia femminile italiana?

Calandrone: La strada fatte dalle donne prima di noi ha aperto la nostra: la nostra possibilità di pubblicare, la nostra possibilità di dirigere collane e, soprattutto, ha sgomberato il campo dall’associazione immediata e immeditata tra poesia “femminile” e mielosa effusività sentimentale. Penso a donne come Rossana Ombres o Nella Nobili, da me recentemente riscoperta, soprattutto ad Amelia Rosselli, che ha fatto esplodere il linguaggio e ci ha autorizzate all’invenzione, all’innovazione e al coraggio.

Vivinetto: Direi notevole e sostanziale, dal momento che spesso mi ispiro a illustri modelli femminili. Uno fra tutte, per l’Italia, Antonella Anedda.

Ed esiste un poesia prettamente femminile in Italia?

Calandrone: No.

Vivinetto: Dipende da cosa intendiamo per prettamente femminile. Se scritta da donne, la risposta certamente è sì. Se, invece, intendi una poesia che, per come è scritta, si evince sia femminile, allora rigiro la domanda e chiedo: cosa determina un tipo di scrittura? Cosa si può dire, invece, maschile?

Poesia e social. Qual è la vostra opinione al riguardo?

Calandrone: I social sono il fast-food della poesia, l’ho già detto. Possono servire come esca istantanea, con la stessa funzione di uno spot pubblicitario. Ma poi il “prodotto” poesia ha bisogno di tempo e spazio, di vuoto intorno, per emanare la sua radiazione e fare la sua musica. Essendo, come affermava Pasolini, «inconsumabile», si colloca all’opposto dell’immediatezza e del consumo.

Vivinetto: Assolutamente positiva: nel 2020, d’altronde, sarebbe impensabile altrimenti. La poesia, come qualsiasi mezzo di comunicazione, si evolve e contamina: giusto sia presente anche sui social (e spero col tempo sempre di più!).

Poesia come antidoto, si dice. Ma antidoto a cosa?

Calandrone: Credo si intenda antidoto al dolore e alla solitudine umani. È in effetti anche questa una funzione della poesia, ma in senso opposto: non perché lenisca o consoli, ma perché dice la verità, non nasconde. Poiché la verità è spesso dolore e solitudine, la vicinanza del poeta, l’evidenza che un poeta abbia già attraversato quei territori desolati (pensiamo a Eliot, a Cvetaeva, a Celan, a Trakl) e ne abbia fatto bellezza, ci fa sentire compresi e ci incoraggia. Personalmente, più che a un antidoto, preferisco pensare alla poesia come a un controcanto collettivo, sociale, alla paura e all’odio. E così ho infatti intitolato il mio intervento a un convegno su poesia e politica.

Vivinetto: La poesia serve innanzitutto a pacificarsi con se stessi, a ricucire gli strappi, a far sì che le cicatrici profonde possano diventare terreno fertile su cui piantare e costruire durevolmente. Più volte ho definito la poesia come una forma di “psicoterapia della parola scritta” e, per esperienza personale, posso dirvi che è vero.

Se doveste descrivere con tre parole le emozioni provate quando scrivete, quali utilizzereste?

Calandrone: Vuoto, collettività, stupore.

Vivinetto: Timore, Conforto, Stupore.

Le due poetesse si sono ulteriormente confrontate leggendo e commentando brevemente due loro poesie.

Ecco il commento di Maria Grazia Calandrone:

Nel testo che segue, Vivinetto sembra confermare che la poesia nasce come rivelazione. Anzi, nel suo caso, insieme a una rivelazione, che porta terremoto e trasformazione: la poesia stava lì, al di là dell’ovvio, collante invisibile di una spaccatura evidente, che diventa a sua volta evidente insieme al dolore. E, come si trasforma un corpo fuori luogo in un corpo voluto, trasforma il dolore in parole nuove.

Poesia tratta da “Dolore Minimo” (Interlinea, 2018)

A quel tempo ogni cosa
si spiegava con parole note.
Sillabe da contare sulle dita
scandivano il ritmo dell’invisibile.

Tutto era a portata di mano,
tutto comprensibile
e immediatamente dietro l’angolo
non si annidava ancora l’inganno.

La poesia era uno scrupolo
d’altri tempi, un muto richiamo
alla vera natura delle cose.
Così dissimulata da confondersi
con i palloni, con le bambole
dell’infanzia.

In quei tempi non c’erano disastri
da centellinare, difformità
da curare dentro abiti larghi,
padri da rifiutare e nomi
da pedinare in fondo agli stagni.

Finché non è arrivato il transito
a rivoltare le zolle su cui il passo
aveva indugiato, a rovesciare
il secchio dei giochi – richiamando
la poesia invisibile che mi circondava.

Non mi sono mai conosciuta
se non nel dolore bambino
di avvertirmi a un tratto
così divisa. Così tanto
parziale.

Giovanna Vivinetto, invece, ha commentato la poesia seguente:

Poesia tratta da “Il bene morale” (Crocetti, 2017)

Non toccarmi, non sono questa cenere
né la salvezza
della carne viva
non la rosa
ma il canto
di una cosa.

Non toccarmi, non sento più dolore
dell’oggetto composto in tutti i sensi
da superfici: strati
di bianco
fino nel buio della profondità, steli d’aria
dal cuore che è
statue in elevazione
uno stato di cose senza sguardo.

Non toccarmi, non ho più intelligenza
dell’albero che ciecamente frutta.
Ho sentito qualcosa che sovrastava.
Ho sentito che siamo incorruttibili.
Ecco allora i bambini
monumenti alla gioia
del corpo quando è forte
più del dolore, monumenti su coppe di silenzio
e un rumore di botole su lastre bianche.

Non toccarmi, sono la pietra bianca
e l’animale sotto la sua luce senza oggetto
e la parte profonda del cielo come una tunica di rovi
e il ruotare dei rovi.
Sotto il sasso c’è un rivolo di sangue, un insetto
senza speranza
e senza dolore
ma il suo canto si spegnerà per ultimo.

Non toccarmi, ho sognato che in cielo
ruotavano i pianeti e io tra quelli
portavo il cuore
esposto, perché la terra è piccola per il dolore
ma qualcosa perdeva sangue, ancora.

Poesia densa e senza scampo che ci spiega come il vero dolore sia materia senza dolore, universale, incorruttibile nella sua finitezza e nella verità che siamo programmati per scadere. Senza scampo né consolazione perché le cose accadono, banalmente, e non possiamo sottrarci mai a questo violento accadere.

Versus vi aspetta prossimamente con altre due poetesse italiane.