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“Poesia e Psiche”, intervista a Luca Buonaguidi | L’Altrove

Fin dagli albori la parola è stata considerata come una forza capace anche di guarire.
Apollo era non solo il dio delle arti, della poesia, ma anche dio della medicina, della guarigione.
Nella Poetica, Aristotele discusse sul ruolo della catarsi nell’effettuare una cura emotiva, ed è stato notato il valore della poesia nel produrre intuizioni e nel fornire verità universali. L’uso della poesia per affrontare problemi emotivi può essere fatta risalire ancora più avanti nella storia, fino a tempi precedenti in cui venivano usati incantesimi e invocazioni.
La storia più recente ha indicato che la poesia è stata utilizzata per scopi terapeutici all’inizio del XIX secolo. Il poeta Robert Graves scrisse nel 1922 un’antologia definita un dispensario completo per i disturbi mentali più comuni che può essere usata tanto per la prevenzione quanto per la cura.
Dagli inizi del Novecento la poesia-terapia si diffuse ampiamente specialmente in America, attraverso diversi progetti in ospedali, gruppi di sostegno e anche attraverso libri. Fu proprio negli USA che nacque nel 1969 l’Association for Poetry Therapy (ATP). Da questa iniziativa la Poetry Therapy raggiunse diverse realtà e si deve ad Antonella Zagaroli l’introduzione di questa nel nostro paese nel 1992. Il suo fu un lavoro unico, ma poco considerato sia dagli psicologi che dai poeti.
Negli anni 2000 fu, tra gli altri, Dome Bulfaro che si interessò alla poesia-terapia e creò Mille Gru, casa editrice che, tra le altre cose, si occupa dello studio e dell’approfondimento sulla poetry therapy, specialmente grazie alla rivista Poetry Therapy Italia creata nel 2020.
In questo cantiere culturale italiano opera anche Luca Buonaguidi, psicologo e scrittore che da anni utilizza la Poetry Therapy nella clinica con i propri pazienti, in attività formative e interventi di gruppo.
Buonaguidi è autore di libri sulla musica, raccolte di poesia e saggi. Da poco è uscito il suo ultimo lavoro, proprio per Mille Gru Edizioni: Poesia e Psiche, dall’ispirazione poetica alla terapia della poesia. Si tratta di uno studio molto approfondito sul ruolo della poesia e dei suoi effetti come cura, un percorso di ricerca che intende esplorare il linguaggio poetico e le sue caratteristiche.

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Per l’occasione abbiamo fatto alcune domande a Luca Buonaguidi, che ci ha gentilmente risposto.

Grazie Luca. Cosa ti ha spinto a scrivere della poesia come terapia?

Quando ero studente universitario a Firenze, con i miei coinquilini eravamo soliti affrontare lunghe digressioni sui grandi temi dell’umanità, affogandole con un bicchiere dopo l’altro fino a farle naufragare. Una di queste zattere ha continuato a circumnavigare la mia coscienza, ben oltre il giorno dopo. Quella notte eravamo rimasti solo io e Gianlorenzo, all’epoca dottorando in filosofia e gran cerimoniere degli spropositi filosofici che si ribadivano nella cucina di quella comunità di metafisici anonimi. Insieme ci sembrò di ravvisare una fila di visionari dal destino particolarissimo eppure comune. Avevano pagato le loro abissali intuizioni con la tragedia personale, la follia improvvisa di Nietzsche mentre vede frustare un cavallo a Torino o una dissociazione dalla propria identità come in Rimbaud che fugge dalle proprie poesie fino in Africa. Oppure all’approssimarsi della fine scelsero la poesia come corrimano davanti alla morte “all’avvicinarsi della fine, Socrate si dedica a Esiodo e al canto. Hobbes traduce Omero in versi. L’austero Hegel scrive una poesia ricca di sentimenti profondi per Holderlin”, come scrive George Steiner. Gianlorenzo mi raccontò di altri casi di studiosi andati fuori dai gangheri o improvvisamente vicini alla poesia dopo aver toccato il cielo con idee particolarmente luminose. Io enumerai tutti i poeti diventati pazzi o suicidi in seguito a versi che sembravano avvicinare la domanda ultima. Sembrava che ci fosse un prezzo per quella conoscenza ulteriore che l’elemento poetico dell’esperienza sembrava poter offrire ai più dotati e temerari. La conversazione accese in me la curiosità sul tema dei rapporti tra poesia e follia: non tanto su cosa accadesse dopo esser stati colpiti dalla seconda, ma su come la prima predisponesse a una conoscenza più profonda del mondo e di se stessi. A volte, una coscienza insostenibile, forse perché come ci dicono alcuni degli studi che ho attraversato nel libro, afferente a un dominio di conoscenza che precede la coscienza stessa; da qui l’idea che in questa follia ci fosse il seme della terapia. Come scrive Holderlin: “Là dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che salva”.

Quando hai iniziato ad occupartene?

All’epoca avevo già verificato su me stesso la potenzialità della poesia come farmaco per l’anima. Su un piano teorico la prossimità tra il processo poetico e quello terapeutico ha iniziato ad apparirmi con chiarezza durante l’ultimo anno di studi alla facoltà di Psicologia di Firenze, in cui, grazie alla fiducia del Prof. Gianni Marocci, ebbi la possibilità di trasformare queste mie domande nella mia tesi di laurea in psicologia clinica. Inizialmente la mia idea era quella di svignarmela in fretta e senza troppo impegno, all’epoca studiavo e lavoravo per pagarmi un semestre in India e non avevo voglia di complicarmi la vita con un disegno di ricerca sperimentale. Pensai che con una rassegna delle esperienze di terapia della poesia me la sarei cavata con dignità, rispetto a un argomento che comunque suscitava il mio interesse. Nella mia ingenuità immaginavo che l’utilizzo terapeutico della poesia fosse qualcosa di noto, diffuso e documentato come tanti altri temi della psicologia. Con mia grande sorpresa invece mi imbattei in un’area di ricerca sterminata ma indefinita, salvo eccezioni che provenivano dagli Stati Uniti, che erano comunque parziali rispetto al tema trattato. Ma anche nel resto del mondo non era rinvenibile quel librone/manuale/pietra miliare da cui ogni studente attinge a piene mani rispetto a ogni argomento umanamente scibile. Il libro irrinunciabile per chiunque volesse, come me, approcciarsi al tema, non c’era. Pensai che avrei potuto cimentarmi personalmente nell’impresa e mi misi all’opera.

Com’è nato il libro? Ce ne racconteresti la genesi?

Ho scritto il libro che avrei voluto leggere, esito di uno studio matto e disperatissimo lungo dieci anni. All’inizio ero da solo, con la grande libertà di cercare dove, quando e come mi pareva, cosa che non avrei potuto fare dentro il percorso di dottorato che mi venne ventilato per continuare la mia ricerca. Declinai, ben suggerito, principiando così la mia navigazione solitaria. Per costruire la mia nave dovetti abbattere la foresta della mia tesi di laurea. Si salvarono solo due capitoli, decisi di ripensare completamente il resto, di costruire qualcosa di completamente diverso: avevo in mente un saggio che potesse essere divulgativo oltre che speculativo ed empirico e iniziai a riscrivere ogni parte, mentre continuavo a cercare nuove fonti per ampliare l’orizzonte, rimescolare le carte, a volte contraddicendomi per cercare di capire più a fondo tematiche complesse. Volevo capire tutto, leggere tutto, scrivere tutto quello che era stato detto di decisivo sul tema, così mi sono ritrovato, esaurita la bibliografia italiana sul tema, a procurarmi e tradurre libri dalle biblioteche americane e francesi. Nel viaggio del libro continuavo a mandare segnali radio a a Dome Bulfaro, che avevo individuato come la persona che stava lavorando per affermare la poesia terapia in Italia e lui mi ha aiutato a tenere il timone dritto sull’obiettivo di fare di questa ricerca il libro di cui parliamo oggi e non solo il sottofondo della vita della mia mente. La filosofa della poesia María Zambrano è stata la bussola rispetto al rischio di perdermi, di questi dieci anni ne ho passati due in viaggio in Asia e su alcune tematiche del libro mi sono incagliato per mesi, come sulla condanna platonica della poesia: lei pensava che l’unicità della poesia fosse nel suo rendere possibile, contemporaneamente, il sentire e il capire. Le pagine memorabili di questa donna, al cui ricordo ancora mi commuovo, mi guidarono per anni dentro altre pagine, che mi guidarono verso altre pagine ancora, e ancora, e ancora. Di lì a poco capii che ero finito nel mezzo dell’Oceano dell’Enigma dell’Ispirazione Poetica e lì ho preso tante di quelle mareggiate (abbagli dolorosi, vane digressioni, sfighe come il computer rotto-riscrivere tutto) mentre studiavo l’evoluzione della poesia come linguaggio del sé. Poi l’ho vista, intera, bellissima, dico: la poesia. Da linguaggio primigenio, praticato dai primi uomini apparsi sulla terra come prima lingua franca estesa a tutto il mondo, a linguaggio iniziatico, rivolto alla divinazione, alla espressione delle idee e dei sentimenti del poeta come anche alla cura del disagio psichico, come ci proponiamo oggi. Fu un’epifania, ricordo ancora l’ebbrezza, la frenesia di testimoniare questa intuizione, ricevuta da altri e finalmente colta anche da me. Così nelle giornate soleggiate, scrivevo cosa era sopravvissuto delle notti tempestose, cercando di asciugare concetti vertiginosi per renderli fruibili a tutti. Tutto questo è durato anni e ho pensato più volte lungo questo tempo che questo libro fosse fuori dalla mia portata, che ci fosse un motivo per cui nessuno l’avesse ancora scritto o fosse sopravvissuto al tentativo rimasto incompiuto. Anche il lavoro sulla forma ebbe un’evoluzione: sarebbe stato scritto secondo le norme dell’Associazione Psichiatrica Americana per esprimere la volontà di dialogare con la comunità scientifica, ma inserendo citazioni poetiche, stralci di poesie e riflessioni di poeti in un numero tale da far crescere un paratesto che è un libro dentro il libro. Non si poteva proprio fare un libro sulla poesia senza la poesia dentro. Il lungo corteggiamento di Dome Bulfaro è diventato finalmente lavoro condiviso sul testo, poi allargato al comitato scientifico di Poetry Therapy Italia, da quel momento la mia nave è stata affiancata dalla loro flotta, nutrita e con un entusiasmo tale da rigenerarmi per le ultime miglia di mare prima dell’approdo finale. Oggi questo libro lo offro ai lettori come una mappa della mia navigazione decennale, per chi si voglia avventurare in simili mari.

In Italia la poetry therapy trova modo di essere esercitata? Dove?

Oggi la poesia terapia è una pratica diffusa in tutta Italia in forma di laboratori e interventi di vario tipo, oltre che la base comune che ispira il lavoro clinico di tanti psicologi e psicoterapeuti come me. Anche in passato sono state condotte un numero imprecisabile di esperienze in quest’ambito, spesso da singoli operatori o piccoli gruppi che con coraggio hanno sfidato le resistenze residue delle istituzioni nell’accogliere certe istanze. Questa parcellazione spontanea ha creato fino a pochi anni fa una grande dispersione di ciò che di prezioso era stato realizzato. Poetry Therapy Italia, a cui non a caso ho consegnato questo libro, nasce con questo preciso scopo: riuscire a rappresentare tutti i movimenti svolti in questo ambito, creando una rete tra operatori e studiosi che va dall’Italia al resto del mondo, con particolare attenzione agli Stati Uniti in cui l’associazione di Poetry Therapy è da decenni una realtà solida nella comunità scientifica. Da anni questo gruppo di ricercatori autonomi, di cui ora faccio parte anch’io, si propone di elaborare interventi, laboratori, conferenze e il fermento in questo ambito è ben ravvisabile nei sette numeri dell’omonima rivista tematica. Dome Bulfaro si è profondamente impegnato verso una mappatura di ciò che la Poetry Therapy è stata, è e sarà in Italia, con interviste ai pionieri tra cui mi piace ricordare uno dei miei maestri, Antonio Lo Iacono (http://www.poetrytherapy.it/i-numeri-della-rivista/numero-001/breve-storia-della-poetry-therapy-in-italia-parte-1).

La medicina riconosce il potere della poesia come strumento di guarigione?

La poesia, di tutte le scienze umane è la più antica e di un’antichità originaria, poiché da essa tutte le altre scienze hanno avuto origine. E anche in seguito alla proliferazione di una lingua non più soltanto poetica come era quella arcaica, già migliaia di anni fa i medici dell’antichità officiavano riti di guarigione attraverso i canti. Non parlo solo di sciamani, ma dei medici di Epidauro che erano i precursori di Ippocrate, dei medici egizi che facevano mangiare i papiri su cui erano scritti i canti curativi perché credevano che questo offrisse un effetto ancora più deciso, del medico Sorano d’Efeso che prescriveva la lettura di drammi per i pazienti maniacali e commedie per i depressi… Potrei continuare per ore, riportando esempi tratti dalla bibliografia medica, ma basti pensare che il Giuramento di Ippocrate stesso è di natura poetica, non biochimica, e viene recitato oggi come allora per suggellare l’impegno alla cura di un medico… Non giurano mica sulla tavola di Mendeleev o impugnando un bisturi. Poi l’arte poetica, è passata dall’essere fenomeno centrale delle civiltà a una contingenza irrilevante rispetto ai destini del mondo e i tempi in cui i poeti erano temuti dai legislatori sembrano ricalcare l’affabulazione. La rimozione della sua utilità terapeutica arriva negli ultimi secoli quando si assiste, in seguito all’influenza positivista sul paradigma medico, a una diffidenza verso i metodi poetici precedenti, che hanno curato l’umanità per migliaia di anni, intuizioni che vengono improvvisamente accantonate, affastellate senza distinguo, come atti beceri da rimuovere in quanto non dimostrabili secondo il metodo scientifico quanto altri tipi di farmaci per l’anima, che nel frattempo viene ingabbiata nei confini della metafora corporea, esiliata dentro il cervello. E neanche la psicologia, che ai poeti deve la propria fondazione moderna e tante tra le più durature intuizioni, ha aiutato la poesia a salvarsi da questa improvvisa febbre revisionista e anzi, fondendosi col paradigma scientifico si è assurdamente trovata più volte a negare la rilevanza peculiare del fenomeno poetico, soltanto perché sperimentalmente non rivelabile in se per se. Questo almeno fino a pochi anni fa, quando lo psicologo James Pennebaker ha trovato finalmente un modo per far ricevere il riconoscimento della medicina sul campo del metodo scientifico alle pratiche di scrittura terapeutica, dimostrando in modo inoppugnabile effetti benefici sull’umore e sul sistema immunitario – e quindi, potenzialmente, su tutte le patologie collegate ad esso – e aprendo una strada al ritorno della scrittura e della poesia dove è sempre stata, ovvero nelle cliniche, negli ospedali e in tutti gli altri luoghi di cura e terapia.

O c’è ancora un alone di mistero intorno alla poesia-terapia?

Se c’è un alone di mistero è un residuo oscurantista, frutto dell’ignoranza dell’origine della disciplina psicologica, ancor prima che poetica. Tutti i giganti della psicologia del Novecento hanno riconosciuto il potere della poesia come strumento di cura e se ne sono occupati specificatamente, a loro è dedicata un’intera ala di questo libro. Gli psicologi tentano di comprendere l’esperienza di vita degli uomini da quel fatidico momento in cui il dottor Freud risolse un problema clinico con i versi di un poema classico, in cui il poeta Sofocle aveva preceduto il medico viennese di qualche migliaio di anni e in questo senso l’Edipo Re di Sofocle è il primo manuale di psicologia dei nostri tempi, ed è scritto in versi. Jung ha dedicato al tema una serie di interventi preziosi e attraverso la poesia del Libro Rosso ha lasciato presso noi la testimonianza più vivida del suo passaggio. Per Lacan l’inconscio era strutturato come un linguaggio, un linguaggio a cui i poeti hanno accesso. Bion muore lasciando incompleto un libro in cui aveva raccolto le tante poesie usate nel suo lungo lavoro clinico. La Psicologia della Gestalt nasce dall’intuizione di un’artista, la Psicosintesi si irrora di poesia mano a mano che cresce e alla fine anche la psicologia cognitivista è uscita dal cono censorio della sua componente comportamentista, introducendo l’idea che il codice alla base della mente sia poetico. Nel libro continuo per un centinaio di pagine a ricordare i contributi degli psicologi sul tema della poesia, ma dicevo appunto: tutti i grandi psicologi del XX secolo si sono occupati di poesia e per non restare piccoli psicologi serve questo tornare alle origini, capirle, sentirle, metterle in pratica nel presente per il bene dei nostri pazienti e per dare un futuro al nostro prendersi cura dell’Altro. Per non dimenticare la natura poetica del lavoro clinico, che psicologia vuol dire discorso sull’anima e che questo discorso, i poeti, lo fanno dalla notte dei tempi. E non mi limito a dire questo, ma il mio “assunto davvero rivoluzionario è il capovolgimento del rapporto tra poesia e psicologia, dando il primato alla prima”, come ne disse Roberto Carifi, poeta, filosofo e psicoanalista che mi ha aiutato all’inizio della mia ricerca: abitualmente si è portati a considerare la poesia, al massimo, come uno strumento della psicologia mentre secondo quella che è l’ipotesi suggerita da questo libro, la psicologia non solo è limitata e limitante nell’utilizzare e nel dare spiegazioni sul fenomeno poetico, ma è una branca della poesia. È semmai l’arte poetica, dunque, a poterci dire qualcosa in più sulla psicologia e avvicinare la poesia alla scienza, l’intuito all’analisi, l’ispirazione alla terapia. La poesia è l’altra scienza del Sé, l’altra cura dell’Altro con cui la psicologia deve dialogare per abbracciare la complessità della psiche.

Come bisogna approcciarsi alla poetry therapy?
Il paziente come viene introdotto verso questo metodo?

Come viene introdotto dentro qualsiasi altra cornice in cui vi siano delle persone che si prendono cura di altre persone. Ovvero con empatia, metodologia e il focus dell’intervento orientato sul benessere della persona e non sul testo. È importante ricordare che per poesia, in questo libro e nel lavoro terapeutico attraverso la poesia, non intendo soltanto l’utilizzo di quei componimenti in cui si va a capo o che si distinguano come poetiche per qualche caratteristica tecnica. Come ho avuto modo di chiarire, l’elemento poetico del linguaggio si annida anche nella prosa, nelle lettere, persino nelle liste e nelle altre arti perché la poesia è alla base del linguaggio stesso, come uno strumento più originario di espressione “che usa la lingua come una delle sue componenti e non come la principale” come sostiene l’antropologa del linguaggio poetico Brunella Antomarini. Dunque ribadisco volentieri che l’utilizzo terapeutico della poesia non è il nuovo strumento da infilare nella cassetta degli attrezzi degli operatori della salute o nel prontuario del paziente, ma è stato il primo. Se ci si mette in condizione di utilizzarlo, come clinici e come pazienti, si ravviserà una naturalezza sbalorditiva nella pratica. Sembrerà qualcosa che usiamo da sempre, senza riconoscerlo o conoscere a fondo come e perché ci aiuta a vivere nelle contingenze quotidiane e a dare un senso a questo sconfinato mistero che è l’esistenza.

Quindi sono le sue finalità? Diremmo che si tratta di un metodo senza controindicazioni?

La finalità della poesia terapia è contribuire al benessere biopsicosociale della persona, come tutti gli altri trattamenti terapeutici. Non è un metodo senza controindicazioni, per questo motivo come comitato scientifico stiamo lavorando per coniare deontologia professionale, linee guida di intervento e un’apposita certificazione che anche in Italia regolerà la poesia terapia dentro i contesti istituzionali senza impedire la proliferazione di tutte le altre pratiche contestuali, che intendano usare ed esplorare le potenzialità della poesia come espressione del sé. Bisogna infatti da un lato tutelare la poesia e la poesia terapia da una eccessiva psicologizzazione, dall’altro lato riconoscere agli psicologi di essere stati tra i più grandi poeti del XX secolo. Esiste forse una metafora più potente e duratura di quella fissata da Freud con “l’inconscio”?

Infine, consiglieresti testi o poeti che potrebbero prendersi cura della parte più vulnerabile di noi? In che modo ognuno di noi può “praticare” la poesia come forma di cura in maniera autonoma?

Ci sono manuali editi in Italia, uno di Mille Gru, che si sono occupati di indirizzare le persone verso un utilizzo tematico, consapevole della poesia, prescrivendo alcune poesie per determinate condizioni. Io stesso ho un prontuario di poesie che utilizzo frequentemente nel mio lavoro clinico, leggendole ai pazienti quando sento l’eco di quei versi ad offrire una ulteriore risonanza emozionale alla storia di vita che la persona sta faticosamente, dolorosamente facendo riemergere dall’ombra e dall’oblio. Dipende dalla condizione che si sta attraversando, non consiglierei Prevert a chi ha subito una delusione d’amore, per esempio, ma a qualcuno che si sta riaffacciando sulla possibilità di amare di nuovo. E a chi ha subito una delusione d’amore, per esempio, consiglierei qualcuno che possa risuonare con l’esigenza profonda della persona, che può essere di tanti tipi diversi: se la persona sta negando il dolore, la aiuterei a riconoscerlo con una poesia capace di dire il dolore anche con veemenza, se necessario, oppure sottilmente, comunque versi attraverso cui la sua emozione si possa manifestare, per riconoscerla insieme e potercene prendere cura. Se la persona sta già nel dolore, troppo dolore, la aiuterai con dei versi che possano offrire una carezza delicata sul cuore. La poesia è una consolazione solo se possiamo e vogliamo disporre della consolazione, a volte è un abisso senza fine e non si deve mai dimenticare di somministrare poesie o tecniche conformi al bisogno della persona, calibrate caso per caso. Tante ricerche ci dicono che, non a caso, i poeti hanno un rischio molto più elevato di incontrare nell’arco di vita una diagnosi psichiatrica o il suicidio. Perché i poeti aprono sempre la loro finestra anche se a volte è una finestra sbagliata, diceva uno tra loro che ho amato molto.

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