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Recensione: “Questo io vedo e non oltre” di Giovanni Ricciotti | L’Altrove

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Vangeli! Sacri testi contenenti la nascita, la vita, la morte e la risurrezione di Gesù Cristo, che, sono stati rielaborati in varie come salse come l’opera poetica d’esordio in dialetto fabrianese-cuprense Questo io vedo e non oltre del poeta e cantastorie cuprense Giovanni Ricciotti (Borgo Tufico, 1950). Opera questa, in cui, attraverso il dialetto fabrianese-cuprense Gesù Cristo è dipinto, come una gustosa bevanda spirituale e una semplice pietanza purificante, ovvero folgorante bagliore rischiarante stolti e impacciati spiriti, ma in particolar modo come salvezza dallo sbaglio, dalla malinconia, dall’oblio etico e dall’emarginazione sociale, poiché fraterno amore ed etico riscatto. Rivincita socio-esistenziale, Gesù Cristo, come unica Via verso il celeste ed elisiaco Padre che ci immerge nella oceanica profondità della nostra terrena vita, per conquistare nella nostra terrena esistenza balsamici e apostolici Doni, come nella papale Evangelii gaudium. Folgorante bagliore divino, quello del cuprense, come Strada conducente redentori bagliori esistenziali, gioiose anime satanicamente corrotte e ebbre lacrime nomadi, per stolti deserti interiori stuprati da malinconiche grida sfregiate carnalmente. Divino baglio immortale, Gesù Cristo, morto-risorto dalla Croce per l’eterna Salvezza, che sulla Terra, si deve cibare attraverso compassionevoli sanificazioni delle fraterne altrui lacrime e altrui ferite sociali, ma in particolar attraverso indulgenti grazie nei confronti di coloro che ci sputano in faccia, poiché lodanti la messianica Croce conducente a Dio-Maria. Oceanico perdono messianico, la Croce, come oceanico feto partoriente luminosi ed elisiaci Vigneti terreni partorienti battesimali cure verso puerili lacrime violentate e carnali ferite scheggiate, come prova dell’amore verso l’evangelico Figlio sulla Croce, per la risurrezione nelle braccia del celeste Padre chiamato Dio. Perdono, la Croce, simboleggiante la Fede come sicurezza etica, dolce sonnifero, faro sociale e gioiosa autostrada. Vangeli, quelli di Giovanni Ricciotti, che magistralmente traducono modernamente arcaiche emozioni, lacrime, passioni, croci e lotte ultraterrene. Gesù Cristo, questo, che si unisce al cantautoriale stolto perdono fraterno, luminosa tavolozza interiore, purpurea carezza affettiva e accecante fonte battesimale come mostrato in Si chiamava Gesù (Fabrizio De André) e Io ti cerco-Gesù e cosi sia di un noto cantautore brindisino-salentino, ovvero terrene ricette esistenziali per riconquistare Dio, che, è ormai mutato dai terreni Figli in oscuro oceano colmo di calunniose bestemmie e scheggiato specchio, che, riflette umide lacrime sociali. Gesù Cristo questo come un lungo viaggio, che, ci conduce in terra molisana fino a Isernia dove con intensa emozione ci aspetta il giovane poeta Simone Principe (Isernia, 1998). Poeta, questo, mostrante la Madre e Beata Vergine Maria trattata indirettamente dal poeta marchigiano, come una potente e battesimale energia purificante brume psico-carnali attraverso l’ardente, lavante, purificante e coccolante anelito partoriente scheggiate emozioni amorose animate da cristalline attese esistenziali, come mostratoci dalla sua poesia “Respiro di vita” tratta dalla raccolta Aria pulita al risveglio. Beata Vergine Maria, quella dell’isernino, come balsamo curante cieche avarizie, vacue interiorità, puerili lacrime stuprate ed educante stolte politiche ideologicamente belliche. Madre e Beata Vergine Maria, quella di Simone Principe, mutante l’opera poetica del Ricciotti come l’ereditiera dell’antologia poetico-saggistica Passione e Morte di Gesù Cristo nei dialetti italiani di Manlio Baleani e la sorella del poemetto in dialetto senigalliese Via Crucis di Franco Patonico.

Beata Vergine Maria, quella di Simone Principe e Giovanni Ricciotti, come una Madre animata da calorosi abbracci, purificanti sguardi e balsamici aneliti immergenti nelle braccia di Dio, ovvero nelle braccia del Padre cibante emarginate stazioni, asciugante cicatrizzate lacrime e illuminante vacui sorrisi etici, come nella poesia “Padre Nostro” tratta dalla raccolta I calanchi del tempo del poeta e scrittore scrittore sassoferratese Antonio Cerquarelli (Sassoferrato, 1944). Mariana lettura poetico-letteraria, la Loro, con rimandi eucaristici perché immagine la Madre-Beata Vergine battezzante, purificante e curante attraverso il fraterno amore divino ferite, lacrime, crepe e brume psico-carnali. Amore divinamente materno, il Suo, che si mostra in Terra attraverso la Preghiera ai celesti Genitori da parte dei loro terreni Figli, poiché unica Strada da seguire per diventare noi stessi terrene Eucaristie consacranti i dolorosi, lacrimanti, crucciati e brumosi fratelli terreni per farli rinascere, come angeliche creature dedite alla cura di indigenze, emarginazioni, denutrizioni, stupri donando il nostro corpo e il nostro sangue per le altrui dolorose lacrime sanguinanti, poiché materiale segno tangibile del nostro amore verso Dio e il messianico messaggio di Gesù Cristo. Vangeli, che, ci fanno partire per la stupenda terra profumante di arance, uva e malvasia chiamata Sicilia, in cui, ci aspetta con emozione nella città di Palermo il poeta e aforista Emanuele Marcuccio (Palermo, 1974). Poeta, il Marcuccio, riassumente l’intera Storia evangelica nella lirica “Visione” tratta dall’antologia poetica Visione, come ubriacante cammino terreno dileguante vaporose brume esistenziali, con aeree albe profumate di marsiglia.

Alcune poesie da Questo io vedo e non oltre (Tipografia Abbatelli, 2018):

Santissima Trinità

Diverse volte da la resurrezione
Gesù se ripresenta a i seguaci
pé’ confortalli e rèndeli capaci
de predigà co’ tanta convinzione.

Pure i dubbiosi so’ rassicuradi,
in coppia porteranno tra le genti
la Bona Nova p’esse’ coerenti
a quel maestro a cui s’era ‘ffidadi.

Portanno ‘na speranza de salvezza
saranno in molti che li seguiranno
creanno tra i tanti ‘na certezza

che in molti po ce s’affezioneranno.
È ‘na rivoluzione e, a quanto pare,
e ha stravolto il modo de campare.


Corpus Domini

Chi se li scorda l’ultimi consiji
de ‘n caro pronunciadi al capezzale:
se fissano a la mente è naturale
e te li tèni a còre come fiji.

Lo stesso fece Cristo quella sera,
col pane e ‘l vino a disposizione,
pretese poi la massima attenzione
trovanno sia ‘l tempo e la maniera

che i suoi se lo tenesse’ a mente.
“Dopo de me quanno lo rifarede
– je disse – io tra voi sarò presente

come alimento, e voi ve nutrirede
de ‘n cibo che solo chi lo apprezza,
avrà tutto ‘l diritto a la salvezza.”

A cura di Stefano Bardi.

L’AUTORE

Giovanni Ricciotti, poeta, è nato a Borgo Tufico di Fabriano (AN) nel 1950, e vive a Cupramontana. Per la poesia ha pubblicato Questo io vedo e non oltre, Presentazione di Don Maurizio Fileni e Postfazione di Beatrice Testadiferro, Tipografia Abbatelli, Castelplanio, 2018 e Tutto accade niente dura, Presentazione di Don Maurizio Fileni, Tipografia Abbatelli, Castelplanio, 2020.

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