Nasceva oggi,  Poesie ritrovate

Poesie ritrovate: Jolanda Insana | L’Altrove

Nasceva oggi Jolanda Insana, poetessa e traduttrice e grecista siciliana.

Nata a Messina il 18 maggio 1937, Jolanda Insana si laureò in lettere classiche e inizò ad insegnare in vari licei. Venne scoperta solo nel 1977 da Giovanni Raboni, che pubblicò la sua Sciarra amara nel Quaderno collettivo della Fenice (Guanda) pubblicò, descrivendola così: «[…] dietro o al di là della beffa, dietro o al di là dell’acuto, atroce sarcasmo, è in ogni caso, e senza scherzi, questione di vita o di morte: ed è questo, certo, a far circolare nella poesia della Insana, nel suo personalissimo impasto di sostenutezza aulica e gesticolante allegria dialettale, nel suo epigrammismo che, per naturale paradosso tende a farsi voce ininterrotta, declamazione, poema, una vena di minacciosa, rabbrividente cupezza».

Nel 2002 vinse il Premio Viareggio per la poesia con La stortura, pubblicata da Garzanti. Sempre Garzanti, nel 2007, fece uscire l’intera sua opera, con l’aggiunta di un poemetto intitolato La bestia clandestina.
Poetessa e amante della cultura classica, tradusse autori greci e latini, come Saffo, Plauto, Alceo. Morì a Roma, dove si trasferì nel ’68, nel 2016.

La poesia di Jolanda Insana

La Insana rappresenta una delle voci più temerarie e originali del nostro Novecento.
La sua poesia è un potente intreccio tra aulicità di forme, tendenti al classicismo e il ricorso a termini semplici, del quotidiano che spesso sfociano nel volgare.
Leggere i versi della poetessa messinese è immergersi in un ricco panorama; c’è la coralità, la teatralità tipica della cultura sicula – spesso utilizza il dialetto – e c’è soprattutto la corporalità.

L’ironia, il grottesco dominano le composizioni, le quali ricordano la farsa fliacica greca o la satira latina di Lucilio e Marziale. La poetessa, in questi casi, fa largo uso di neologismi, tra il sacro e il profano, tra l’offesa, l’invettiva e il lirismo.

Come in questa da La tagliola del disamore

dove dove sei
anima mia sfiorami
non vedo
anima mia chiavicona sconciata
smantecata e sgualdrappata
non ti vedo più
ho la vista tappata e la testa ingravidata
schizzata spappolata

sono io che cammino sul muro
sono io che m’arrampico dove?
dove sono? tienimi
non lasciarmi cadere indietro
afferrami
non lasciarmi scivolare
nel vuoto nel niente
nel dentro delle ventraglie incordate
nel sacco di merda che sono che siamo
tirami per i capelli
ferma l’occhio strabico e guardami
guardami dentro la palla degli occhi
e toccami il naso il culo le orecchie
dimmi che sono qui che sono in piedi
e sto parlando con te
e non girare lo sguardo altrove
in chissà quale pagliaio e verminaio
in quale porcilaio o angiolaio
ma fammi vedere che non è solo sangue e fuoco
uranio e mucca pazza
organi strappati e gole e budella strappate
ascesso e pus
carogna e fogna
sulla terra
anima mia sconsacrata scoreggia

portami al mare
e vèstiti d’azzurro
e spogliami spogliami

io non ho niente
e tu sei finita sbausciata

Come le stessa afferma: «Il Desiderio è la forza che muove le cose, è la sottile sostanza che ci tiene in vita, e dunque la Poesia è la poesia del desiderio: desiderio di giustizia di libertà di democrazia, desiderio di pane, di sapori forti, desiderio dell’altro. Non parte la parola dalla cultura (chissà poi se è ero, dal momento che tutto è cultura), la parola parte dai grumi e dalle ferite, dall’umido e dal secco, e va alla cultura, si ritrova nella tradizione e torna indietro più ricca per comunicare emozioni». (Doria 2003)

I versi sono forsennati, si spingono oltre l’immaginabile, riescono a portare il lettore in una carica espressiva vorticosa, un climax ascendente, vibrante di emozioni contrastanti.

L’opera dell’Insana ruota attorno ai temi più disparati, come i fatti di cronaca, la malattia, l’amore, la guerra, la politica.

[…] il dolore che per lo corpo si muove
e non è in certo loco
variamente
sommuove
intralcia la vista
sconquassa le membra
e quando il collo
s’affloscia
come se disciolti fossero i nervi
a stento sostiene il capo che casca
morto
e non vuole cascare

da La Stortura


non ho nessun avere
e non potrò dire senza orrore.
tu non mi deluderai
tu non mi tradirai
dappoiché certo che a ogni istante è
d’amore il mio discorso con te
e mai di potere

da La tagliola del disamore


[…] hai visto i corpi dei bambini sfracellati dai missili israeliani?

da La bestia clandestina


e ancora:

[…] mi cuci la bocca
per non sentire la mia voce

quanto costa una sposa-bambina?

solo 470 euro
in Afghanistan

da L’idiota sottostante

Una sciarra tra vita e morte, uno scontro violentissimo fatto da colpi inferti da entrambi, ma l’una non prevale mai sull’altra e l’azzuffarsi di queste continua imperterrito tra i versi.

[…] pupara sono
e faccio teatrino con due soli pupi
lei e lei
lei si chiama vita
e
lei si chiama morte
la prima lei percosìdire ha i coglioni
la seconda è una
fessicella
e quando avviene che compenetrazione succede
la vita muore
addirittura di piacere

da Pupara sono


[…] quanto fiato perde
chi andando per la vita
chiama la morte e dice
accuccia – accuccia

da Camoliato madapolàm


[…] non finiremo mai di fare
sciarra amara
nessun compare ci metterà la buona
parola
tu stuti le candele
che io allumo

da Sciarra amara

Temi e linguaggio formano un’unione indissolubile, al quale si aggiunge la forza del suono. La parola poetica, infatti, per la poetessa, avviene attraverso il corpo, si esprime attraverso movimenti che producono suoni. Da qui l’uso di figure retoriche quali onomatopee, allitterazioni che richiamano il grido, il sussurro e altre emissioni di voci e segni marcati e marcanti.

[…] e intanto latra e ringhia
sfregando impuri suoni
storcendo frange di discorsi
d’accatto
con la pretesa di spiegare di male

da La Stortura

È una poesia che mette davanti a noi il nostro io e l’altro, il nostro essere umani, ma anche bestie, dalle quali prendiamo i comportamenti.

vai al mare senza sospettività
il mare non feconda
e il salino conserverà intatta la tua animalità

da La tagliola del disamore

Un bestiario umano-animale si ha in tutta l’intera opera della messinese e tra un elenco infinito di animali citati annovera anche lei

ho vissuto come una bestia

da La stortura

Quella della Insana è, dunque, una parola densa e sempre in tensione, affilata come un coltello, oggetto che ricorre spesso nei suoi versi o nei titoli delle sue raccolte (Fendenti fonici, Il collettame, La tagiola del disamore) come ricorre spesso anche l’immagine della ferita, del corpo dilaniato, del dolore.

cento metri di garza nello stomaco
e non si finisce mai di srotolare
così sei tu
questa sei tu
è questo il tuo segreto

riconosco i tagli
perché conosco i coltelli


quand’è il caso
mi calo la visiera
e do coltellate di bellezza.

da Fendenti fonici

Una poesia selvaggia, oscena, dalla quale molti sfuggono, ma noi preferiamo esserne attratti e divorati.

La parabola del cuore

vedo nel vuoto dove piove chiara salute e mi svuoto del superfluo
di presenze specchiandomi nella palla di cristallo
il tumulto è grande e non mi lasciano uscire
ma per chi parte reggono i muri e si fanno più arditi
ardendo in spazi più spazi
nel vuoto più vuoto dei trenta metri quadrati
serrati dalle grate
rinchiavardo l’unica porta e così è impossibile rientrare
a scaldare i lunghissimi piedi dalle belle dita irregolari
dentro il camino
e vedere quanto resiste e dura la camera di combustione
rinfocolata con l’arte che sai
e mi dispiace per te
sono qui e dici no all’abbraccio ammagatore
perché non vuoi che si veda quanto poco si ragguaglia la misura
ma io posso testimoniare che non fu illusione e la vista
durò aguzza per due notti
poi la visione per più di un mese e ora nell’addiaccio
l’estasi perde in levatura e stramazza in stasi
si prega di non abbandonare rifiuti
si legge sul sentiero che dalla spiaggia porta alla tua quarta casa
covo di cazzarne e straglio
bastardo e randa
l’empito per entrambi è rimesso in discussione
e la prima volta è sempre l’ultima
ma se esce pari vinco
e se esce dispari perdi

da La Clausura

Foto di Dino Ignani.

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