Estratti ed Inediti

Estratto da “La mia felicità da sola non sta in piedi” di Concetta Celotto | L’Altrove

Pensavo

Pensavo ai pesciolini morti
galleggianti nell’ampolla
Pensavo a me seduta a un bar
a guardare il mare
mentre una brezza leggera muove i miei capelli

Pensavo a quante sensazioni
il sole e la calma di un pomeriggio di luglio
lasciano affiorare
lentamente

Pensavo ad un passato imprecisato
e ad immagini perdute
e a me
che abbandonata su un’amaca
dimentico il mondo…

Pensavo

ad occhi chiusi

dopo aver fatto l’amore.


Un uomo

Ho nascosto il mio sguardo altrove
lasciando che sfiorasse i particolari del palazzo
le tracce consunte della storia
la stradina disordinata.
Lo stomaco, intanto, si stringeva in una morsa.
Furtiva ho rapito un’ombra dai tuoi occhi opachi
nera come il tuo volto
affumicata come le pareti della tua buia dimora.

Posavi il tuo corpo allargato di stanchezza su una sedia sgangherata
trovata chissà dove
sulla strada grigia e puzzolente.
Un bastone per sorreggerti
un giornale logoro per cuscino.
Eri solo
(non ho scorto alcuno che potesse alleggerire il tuo e il mio dolore)
forse al termine di un’esistenza dura come la grigia pietra della via
finito in uno stambugio o vissuto lì da sempre
tra i poveri mobili messi l’uno sull’altro
il fetore delle lenzuola e la sporcizia atavica del cesso.

Una miseria triste, opaca, ai piedi della strada insignificante
nella periferia senza anima e senza sole.
Una vita accomodata sulla sedia
dentro o fuori
nel respiro dei gas di scarico
nello sguardo spento alla vita
fatta di insegne scrostate dai muri
carte stracciate a terra
auto che scorrono e che sostano
dinanzi ai tuoi piedi.

Mi scruti senza cambiar espressione
con la fissità di un volto avvezzo al soffrire.
Ti chiedi, lo leggo solo da un’impercettibile movimento delle palpebre,
cosa io voglia, lì immobile nell’angolo
tra la gente che muta continua a vivere.
Non posso liberare i miei occhi dalla gabbia della tua logora immagine
insopprimibile è l’impulso di scavare
nelle più intime pieghe del tuo vivere spento,
di annusare l’aria stantia del tuo rifugio.

Ecco: io ti guardo negli occhi perché non posso abbracciarti
ti guardo perché tu abbia dignità
perché tu sia sottratto all’indifferenza di sguardi
che non danno senso a ciò che vedono.

Ti guardo perché sei un Uomo.


Corsa cieca

Di ritorno da una corsa cieca
ho le braccia piene d’oggetti
presi con mani nervose
durante il tragitto.

Mi guardo attorno
vedo ciò che prima non scorgevo:
Il paesaggio è assolutamente sgombro
affastellato di cose mute
senza spessore
che oltrepassi e non lasciano segno.

Riprendere la corsa ora
… quasi impossibile
un inutile esercizio d’animale sopravvivenza.
La gola si serra e lo sguardo si chiude
lo spazio fuori diventa infinito
non c’è più cosa a far da argine al vuoto.

Sono un fantasma che passa attraverso
E non ode più suoni.


Niente, assolutamente niente

Niente
assolutamente niente.
A letto a pensare
e a cercare di non pensare.

Trattengo il corpo e la mente
senza fatica
mentre fuori il mondo farnetica.

Ricordo gli anni lontani
quando il buio e il nulla
custodivano in silenzio il dolore.

Oggi ho il cuore in frantumi
e lascio che niente vi opponga resistenza
solo la forza del sonno
che a tratti mi solleva
e distrae i miei tormenti.

E persiste, alitandomi tutt’intorno
un inferno di parole
stracciate in aria, gettate sui muri
che fremono, si sgretolano.

Un punto morto
che non esige più
complicati esercizi di pensiero

ma solo quel tempo
che passato,
lascia di tutto
solo una voce senza suono.


Agosto

Nell’azzurro cielo vuoto
scorrono i brutti palazzi di città,
sospesi e dolenti sulla terra nuda dell’estate.

Qualche donna alla finestra mostra il suo viso stanco
e fuma guardando l’orizzonte di cemento.

Uomini scuri e senza camicia si muovono nervosi
sulla strada rovente tra i muri scrostati.

Che poesia maledetta la periferia assolata e silente..
sembra una vecchia sfacciata
che volge un sorriso triste e senza denti.

Una malinconica canzone di fine estate
la città senza i suoi uomini..
la sua immagine vivida e accaldata è un pugno nel mio petto.

Il pensiero rincorre ostinato le assenze,
con decadente voluttà nel perdersi nell’aria rarefatta,
risoluto
nello sfiorare le imposte chiuse,
nell’inseguire le figure senza volto
nel sentire l’odore forte di quel silenzio
in cui si agita sottovoce
ciò che non si vede.

L’AUTRICE

Concetta Celotto

Concetta Celotto, napoletana, classe ’75, si è laureata in Filosofia nel 2003. Ha in seguito studiato giornalismo, editoria, comunicazione multimediale.
Giornalista pubblicista, ha scritto numerosi articoli per riviste, quotidiani e blog, ha lavorato come editor per una case editrice napoletane, le Edizioni Intra Moenia, con cui ha pubblicato numerosi libri, sia come autrice che come curatrice, tra cui: “’O Vascio. Breve storia dei Bassi napoletani” (2011); “Andar per feste” (2014) e “Conoscere Napoli”(2015). Scrive poesie sin da giovanissima, alcune delle quali sono finite in un libricino, edito da Iemme, dal titolo “La mia felicità da sola non sta in piedi” (2016), con illustrazioni dell’artista Walter Picardi e una introduzione dello scrittore Angelo Petrella.

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