Giovani Poeti
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Giovani poeti: Lorenzo Pataro | L’Altrove

Continuiamo a proporvi altri giovani talenti. Oggi è la volta di Lorenzo Pataro, diciannovenne calabrese. Lorenzo non ama farsi chiamare poeta, ma preferisce darsi l’appellativo di scrivente.
I suoi pseudo-versi, così li definisce, ci hanno subito colpito e spronato a fargli alcune domande per conoscerlo meglio. Ecco come ci ha risposto.

Benvenuto, Lorenzo. Ricordi quando hai scritto la tua prima poesia?

Sì, ero alle scuole elementari, il maestro ci diede come compito per casa di scrivere una poesia sull’autunno, come sarà capitato a tutti, da bambini, di provare a descrivere le stagioni con lo sguardo innocente e ancora aperto sul mondo tipico di quell’età. Ricordo che quando arrivai a casa andai quasi nel panico. Avevo sempre scritto favole, fiabe, brevi racconti (come ora del resto, per la maggior parte, anche se molti sono ancora nel cassetto), ma poesie ne avevo sempre e solo lette. Poi capii che la poesia, o qualsiasi composizione in versi (o presunti tali, nel mio caso), non ha bisogno di regole vere e proprie, che non c’è bisogno di sapere da dove nasca, da dove trarre ispirazione; la poesia non ha formule, vincoli, ma si nutre di sguardi, di dettagli che sfuggono, di briciole che hanno bisogno di essere raccolte e trasformate in canto.
La prima volta mi gettai senza pensarci, mi limitai a guardarmi intorno, a buttare le parole così come mi venivano in testa (forse è per questo che ancora adesso scrivo quasi sempre e solo di getto) guardando la malinconia di ottobre. “Cadono le foglie/alcune piante restano spoglie”, cominciava così, era una descrizione alquanto superficiale di un paesaggio autunnale come tanti altri, ma non ci avevo pensato, non avevo cercato le parole, ci eravamo venuti incontro. Credo che la poesia sia anche questo, incontrare le parole e raccoglierle, accudirle, consegnarle all’Altro dotandole di un valore nuovo, rinnovato. Da allora ho sempre avuto un rapporto particolare con la poesia, fatto di silenzi, di rinunce, di insicurezze. Ma la prima volta mi ha aiutato a capire che la poesia non è, ma diviene, non ha definizioni, ma si definisce.

“La poesia è l’arte di far entrare il mare in un bicchiere” così disse Calvino. Cosa ne pensi di questa affermazione?

Mi rievoca subito i versi che danno il titolo ad una poesia di Emily Dickinson alla quale sono particolarmente legato, “Portami il tramonto in una tazza”, che accostano un elemento di per sé incontenibile, come il tramonto, con un oggetto che deve fungere da suo recipiente e che io ho interpretato da sempre come la richiesta della poetessa – e quindi la ricerca del senso della poesia stessa – di poter comprendere quanto sfugge all’esperienza terrena, di poter penetrare i misteri dell’Universo. La poesia, come ha giustamente detto Calvino (che tra l’altro è uno degli scrittori che ho amato e amo maggiormente e del quale ho divorato quasi tutto quello che c’era da divorare riservandomi qualcosa anche per dopo) cerca proprio di riportare l’universalità del mondo, il mare, il senso dei sensi, se esiste, in un bicchiere, in poche parole che gettano reti, che spesso raccolgono, spesso tornano a casa senza aver pescato nulla, ma che continuano a gettare. La Poesia, anche in senso lato, non ha bisogno di lodi, di meriti, di incentivi, esige di essere sentita, di poter continuare a gettare reti nell’attesa di raccogliere occhi, sguardi. Da qui la sua immortalità e il fatto che dopo secoli di storia, rivoluzioni, persino nell’era digitale, la Poesia di Omero o di Dante continua ad essere letta, studiata – e forse anche odiata, a scuola, perché se ne perde il senso, la si spezzetta per poter finire il programma, la si riduce a nozione -, riprodotta e imitata. Qui sta tutto, la poesia vive indipendentemente dal tempo, dal valore che le attribuiamo, è una lettera d’amore indirizzata al mondo, diceva Chaplin, che venga letta o meno. Resiste. E anche se quel bicchiere sembra rimanere sempre lo stesso, ogni volta che qualcuno legge dei versi fa la stessa cosa che fanno le onde col mare quando lo scuotono per farlo respirare.

C’è un poeta che è per te un punto di riferimento?

Leopardi, senza ombra di dubbio. Mi ha insegnato come scoprire la bellezza anche negli aspetti meno chiari dell’esistenza, mi ha insegnato a guardare il mondo per quello che è, a mettere a nudo ogni sensazione, a non avere paura di gettarmi e di disperare, se è quello che sento, a capire che ci vuole tutta una vita per imparare a vivere, a custodire le parole e a dargli un senso, a contemplare le cose spente per illuminarle, a guardare la luna con occhi diversi, a credere nel potere dell’immaginazione, a trovare un appiglio nella scrittura disinteressatamente, a cantare il disincanto.
L’ho anche detestato Leopardi, perché mi ci ritrovavo, mi raccontava, mi conosceva, e lo fa tuttora, in parte.
Leopardi va letto fuori dal contesto scolastico, dai manuali, fuori dal pessimismo nel quale viene superficialmente etichettato come se bastasse per giustificare il suo pensiero in continuo divenire. Leopardi va letto dall’inizio alla fine, dalle prime canzoni fino alla Ginestra, va messo in discussione, va contestualizzato e decontestualizzato allo stesso tempo.
Leopardi mi ha insegnato soprattutto che la poesia, l’Arte in generale, parte sempre dal particolare per giungere all’universale, che è uscire fuori rimanendo in sé, farsi fiore rimanendo seme, fecondo o infecondo che sia, testimone del mondo e suo atemporale narratore.

Tre aggettivi per definire la tua poesia.

Semplice.
Perché non si serve di abbellimenti retorici fini a se stessi, di orpelli inconsistenti, di involuzioni barocche e fuorvianti, ogni parola è scelta con cura, come scavata dal porto sepolto ungarettiano. Scrivo di getto ma allo stesso tempo, paradossalmente, scelgo parole che tutti possano comprendere. La poesia esige di essere sentita. E anche nella semplicità ci si può ritrovare.

Dialogica

Perché si rivolge spesso ad un tu imprecisato, senza volto, nome, persino sesso, a volte. Un tu che viene dal passato e che profuma di futuro, che è e non è ancora, che forse è già stato, o non sarà mai. Un tu che è spesso anche un io, un invito a sapersi abitare per abitare, a sapersi amare per amare, ad accompagnarsi per accompagnare.

Malinconica

Perché come la natura del mio carattere si nutre di nostalgia, di saudade – la nostalgia del futuro portoghese – di rimpianto, ma anche della bellezza di saper riconoscere nell’inferno ciò che inferno non è – parafrasando Calvino e ad un secondo livello anche D’Avenia – di gioia inferma e di speranza, per me e per chi mi legge, soprattutto.

Ecco le sue poesie

Iniziarsi

Se a tutto
c’è una fine
che tu sia
il tuo
inizio.

Per-donarsi

Tutte le volte che
ti chiedo
di perdonarci
a vicenda
morsi e
ri-morsi
è solo perché so
per
certo
che per-donarsi
è ri-donarsi per
non ri-perdersi.

Ri-cominciarsi

Abbi la voglia
d’ora in poi
di camminare
sul filo della
maturità
con la mente
ancora
addobbata
coi colori
di un bambino.

Abbi la forza
d’ora in poi
di guardare
sotto
e continuare
a camminare
sul filo della speranza,
anche senza speranza.
E se guarderai sotto
troppo a lungo
fallo solo per
darti coraggio
e spingerti in alto,
senza perderti
tra le voci
che ti augureranno
di cadere.

E
se
dovessi dargli
ascolto
fallo solo per poi
poter raccontare
il loro volto
stanco
della
vita.

Abbi la perseveranza
di continuare a
volerti bene
e volendoti bene
cercare
di volerne
agli altri che
te ne vogliono
incessantemente.

Abbi la costanza
di prendere
decisioni
senza
che qualcuno
ti dica
come prenderle.
E
se
non
vorrai
scegliere,
scegli di
non
scegliere.

Abbi il tempo di
concederti dei
secondi preziosi
per vivere
ciò che
non
puoi vivere
quando
non
sei solo.
E
se
qualche volta
avrai
voglia
di stare
“solo”
concediti il
lusso di farlo
senza
che gli altri
si sentano
in colpa
per non aver
pensato
a te.

Abbi la tenacia
di costruire
giorno dopo giorno
il palazzo
della vita
creando nuove
finestre
porte e
mura
dove
scrivere
versi e
respiri
di ciò che
sei
dipingendo
le pareti
con le labbra
impastate
di sogni.

Abbi
sempre
il
coraggio
di
essere
senza
dover
essere
agli
occhi
degli
altri
ciò
che
non
sei.

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Sei un giovane poeta? Scrivici e ti ricontatteremo!

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