Riscoprire i poeti

Le poesie più belle di Sergio Corazzini | L’Altrove

Il mio cuore

Il mio cuore è una rossa
macchia di sangue dove
io bagno senza possa
la penna, a dolci prove

eternamente mossa.
E la penna si muove
e la carta s’arrossa
sempre a passioni nove.

Giorno verrà: lo so
che questo sangue ardente
a un tratto mancherà,

che la mia penna avrà
uno schianto stridente…
… e allora morirò.


 

Imagine

La rondine di mare che ieri, mia dolente,
volava sopra il lago, con l’alucce sgomente,

erra sempre e la sorte del suo tenero volo?
brutal piombo la colse, e cadde, morta, al suolo?

o pur, libera, dopo lungo palpito d’ale,
giunse all’immenso, azzurro Oceano natale,

ove ne l’aria, ondeggiano esalazioni amare?…
A me, vedi, la piccola rondinella di mare,

stanca, che sfiorava, con l’aluccia sua lieve,
l’onde del lago, troppo, per i suoi voli, breve,

a me sembra il tuo cuore instancabile, ardito,
cuore di donna, cuore acceso d’infinito,

cuor nostalgico in preda al doloroso senso
di cercar, vanamente, per sé un amore immenso!


 

Rime del cuore morto

O piccolo cuor mio, tu fosti immenso
come il cuore di Cristo, ora sei morto;
t’accoglie non so più qual triste orto
odorato di mammole e d’incenso.

Uomini, io venni al mondo per amare
e tutti ho amato! Ho pianto tutti i pianti
vostri e ho cantato tutti i vostri canti!
Io fui lo specchio immenso come il mare.

Ma l’amor onde il cuor morto si gela,
fu vano e ignoto sempre, ignoto e vano!
Come un’antenna fu il mio cuore umano,
antenna che non seppe mai la vela.

Fu come un sole immenso, senza cielo
e senza terra e senza mare, acceso
solo per sé, solo per sé sospeso
nello spazio. Bruciava e parve gelo.

Fu come una pupilla aperta e pure
velata da una palpebra latente;
fu come un’ostia enorme, incandescente,
alta nei cieli fra due dita pure,

ostia che si spezzò prima d’avere
tocche le labbra del sacrificante,
ostia le cui piccole parti infrante
non trovarono un cuore ove giacere.


 

Tutta l’anima, tutte le pure

Tutta l’anima mia, tutte le pure
gioie godute nella giovinezza;
ogni mia più soave tenerezza,
tutte le mie speranze malsecure

nelle loro precoci sepolture,
l’eterna immensurabile tristezza
che il mio cuore dissangua ma non spezza
offerte alle mortali creature.

Anima, come vano, come vano
l’amor tuo, come triste il disinganno.


 

Desolazione del povero poeta sentimentale

I

Perché tu mi dici: poeta?
Io non sono un poeta.
Io non sono che un piccolo fanciullo che piange.
Vedi: non ho che le lagrime da offrire al Silenzio.
Perché tu mi dici: poeta?

II

Le mie tristezze sono povere tristezze comuni.
Le mie gioie furono semplici,
semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei.

Oggi io penso a morire.

III

Io voglio morire, solamente, perché sono stanco;
solamente perché i grandi angioli
su le vetrate delle cattedrali
mi fanno tremare d’amore e di angoscia;
solamente perché, io sono, oramai,
rassegnato come uno specchio,
come un povero specchio melanconico.
Vedi che io non sono un poeta:
sono un fanciullo triste che ha voglia di morire.

IV

Oh, non maravigliarti della mia tristezza!
E non domandarmi;
io non saprei dirti che parole così vane,
Dio mio, così vane,
che mi verrebbe di piangere come se fossi per morire.
Le mie lagrime avrebbero l’aria
di sgranare un rosario di tristezza
davanti alla mia anima sette volte dolente,
ma io non sarei un poeta;
sarei, semplicemente, un dolce e pensoso fanciullo
cui avvenisse di pregare, così, come canta e come dorme.

V

Io mi comunico del silenzio, cotidianamente, come di Gesù.
E i sacerdoti del silenzio sono i romori,
poi che senza di essi io non avrei cercato e trovato il Dio.

VI

Questa notte ho dormito con le mani in croce.
Mi sembrò di essere un piccolo e dolce fanciullo
dimenticato da tutti gli umani,
povera tenera preda del primo venuto;
e desiderai di essere venduto,
di essere battuto
di essere costretto a digiunare
per potermi mettere a piangere tutto solo,
disperatamente triste,
in un angolo oscuro.

VII

Io amo la vita semplice delle cose.
Quante passioni vidi sfogliarsi, a poco a poco,
per ogni cosa che se ne andava!
Ma tu non mi comprendi e sorridi.
E pensi che io sia malato.

VIII

Oh, io sono, veramente malato!
E muoio, un poco, ogni giorno.
Vedi: come le cose.
Non sono, dunque, un poeta:
io so che per esser detto: poeta, conviene
viver ben altra vita!
Io non so, Dio mio, che morire.
Amen.


 

Un bacio

Oh, un bacio, un bacio lieve
su la tua bocca rossa,
un bacio breve, breve
piccolo, senza scossa.

Senza che il core possa
tremar… no, non lo deve
non vo’ che tu per l’ossa
senta un brivido lieve…

che faccia il volto esangue…
. . . . . . . . .

Oh, un bacio di morente
sulla bocca, permetti?

Su quella bocca ardente
che pare un fior di sangue
trionfante tra i mughetti!

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