Davide Cortese
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Davide Cortese: la poesia come chiave dell’infanzia | L’Altrove

Il volume La letteratura e il male raccoglie alcuni famosi saggi che Georges Bataille ha dedicato alle opere di alcuni grandi scrittori, e negli anni mi si è impressa nella mente una frase scritta nelle primissime pagine: «la letteratura, come ho voluto gradualmente dimostrare, è il sospirato ritrovamento dell’infanzia. Ma un’infanzia che comandasse, avrebbe una verità?». Mi colpì molto che un autore impostasse il suo discorso intorno al male proprio a partire dall’infanzia.
Un poeta che, volontariamente o meno, ha fatta propria questa lezione di Bataille è Davide Cortese (Lipari, 1974): nessuno come Cortese riesce a restituirmi quel tremore dell’infanzia, il tremore delle paure, delle scoperte, della gioia, della vergogna, della santità. È raro trovarsi di fronte a dei testi, specialmente poesie, così capaci di riportarti a quell’età selvatica e indomita, piena di innocenza eppure così colpevole e ferina.
Con la silloge Zebù bambino (Terra d’ulivi edizioni, 2021) Cortese aveva scherzato, si era divertito a prenderci in giro, almeno in apparenza: libro in cui si racconta in versi l’infanzia del diavolo, discolo armato di fionda pronto a dare alle fiamme i compagni di scuola. Ma si trattava di un gioco serio, perché Cortese, con i suoi componimenti in rima, con quei toni da filastrocca blasfema, ci restituiva non già l’infanzia del diavolo, ma quel lato violento dell’infanzia, fatto di impulsi e tensioni. Quel lato sfrenato dove ogni cosa è possibile.

Vuole la giostra con un solo cavallo.
Vuole un sole che non sia giallo.
Vuole andare piano ma arrivare presto
accendere la luce per vedere il buio pesto.

L’infanzia del piccolo Zebù incarna quella «verità primordiale, quella del bambino che si rivolta contro il mondo del Bene, contro il mondo degli adulti e, con la sua rivolta senza riserve, si consacra al Male» (Bataille), e ci porta un bambino più vero, contrapposto all’ideale di perfezione che vediamo in Gesù bambino.
Di Cortese esce invece quest’anno Tenebrezza (L’erudita, 2023), nuova silloge che può forse essere letta come un naturale proseguimento di questa ricerca nel mondo dell’infanzia e dell’adolescenza, una ricerca in cui è inevitabile che il poeta si perda, perché quando si cresce, dell’infanzia ci restano una manciata di ricordi sbiaditi, sensazioni confuse, felicità e paure al microscopio, piccoli frammenti che comunque fanno di noi quel che siamo (Non siamo che reduci del più abbagliante degli splendori. / Tutto ciò che di più saggio abbiamo detto, / noi lo abbiamo detto da bambini); ma forse soltanto la poesia ha gli strumenti adatti per inabissarsi in siffatto dedalo e riportare in superficie qualcosa di prezioso, qualcosa in grado di dirci chi siamo realmente, nel bene come nel male. Da qui parte Tenebrezza, da un primo respiro, dalla nascita, o dal riemergere; nulla io so del mio spettacolo / come questa tua antica marionetta, dichiara il poeta, pieno di inquietudini, colpevole senza nessuna accusa.
Anche qui, in Tenebrezza, mi torna alla mente Bataille, perché più avanti, in quella sua raccolta di saggi, se ne trova uno dove l’autore legge Kafka alla luce della sua «perfetta puerilità», scrivendo: «Il punto debole del nostro modo di pensare sta nel considerare la puerilità come una sfera a parte, la quale in un certo senso non ci è estranea, ma che resta al di fuori di noi e non potrebbe essa stessa costituire né esprimere la propria verità, ciò che essa veramente è. […] tutti siamo infantili, in assoluto, senza remore e, bisogna anche dirlo, nel modo più sorprendente: ed è proprio col suo infantilismo che l’umanità allo stato nascente manifesta la sua essenza». Da qui Bataille ragiona su Kafka, su quel senso di colpa mescolato all’autocompiacimento per non essere riuscito a diventare uomo con la u maiuscola, lontano dal mondo paterno. E in Tenebrezza di Cortese ritroviamo l’uscita, mai del tutto compiuta, dall’infanzia, e il conseguente senso di colpa di un’adolescenza al buio, in cerca «del perdono del mondo».

Lasciatemi andare.
non dite nulla, vi prego.
Alla volta del silenzio
muovo il passo.
Mi grava sul dorso il peso
di tutto ciò che ho detto.
Se avessi taciuto
ora potrei volare.
Ho ferito e non so perdonarmi.
Al silenzio mite faccio dono
di tutta la mia crudele imperfezione.

E ancora:

Ma il mio scudo è di vetro soffiato.
Ogni lembo di me
è offerto al taglio della lama,
al colpo della pietra,
alla spietata parola.
Vado. Io vado.
Affondo il ventre
nella spada del sole.

In Tenebrezza si entra nell’adolescenza, dove l’infanzia si riveste di santità, regione perduta ma mai del tutto abbandonata, infanzia che si fa opposizione al mondo, e lì sopravvive sotto forma di antica meraviglia.

Perdura nelle braccia di mia madre
il peso del bambino che sostenne.
Mi strinse con le stesse dita
che toccarono la mezzanotte.
I cavalli disegnati
dalle nuvole un solo istante
hanno ossa che da millenni
brillano su questa terra.

A cura di Valerio Ragazzini

 

La foto del poeta è di Dino Ignani.

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