Estratti ed Inediti

Estratto da “Fernweh” di Eugenio Griffoni | L’Altrove

Altrove

Nel fondo insondato domando alla nebbia:
è un fondo o un’altezza? La tavola, irta di fiori,
ne riceve lo storto e folle mutare,
come giocattoli lasciati in disordine
le frasi sconnesse – una mano
che preme: la crosta di miele
sopra al davanzale, polvere in grumi
simposio del tarlo.

Ma tutto è sbagliato e trasuda di inganno.
Spingermi dovrei per rotte inusuali
tracciando le geometrie dei piani traslucidi.
Confinati rimestiamo
recondite distanze.

Non ho maestri che mi dicano il tuo nome,
ti chiamerò allora.

Altrove.


Tu mi disarmi e fai cadere

Tu mi disarmi tu mi fai cadere
tu mi precipiti nelle fossette.
Tu mi ingoi nel batticuore.

Se c’è
una manovra evasiva dal tuo sguardo
io non la conosco.

Conosco solo certi modi
per tacere l’imbarazzo.
Recitare schermatura
che mantiene
distanza. Rileggere
– tenui misteri –
di gocce increspate
fra il ciglio del fiore
e il me nello specchio.


Nόστος

Tu togli il confine. Abbatti
i punti familiari. Denudati.
Fabbrica vele di vesti poi
donati al vento. Guarda
il circondario. Guarda
nuvole solitarie graffiarsi guarda
cascate che mirano al cielo.
Tu non vedi. Tu non vuoi vedere.
Chi non vuol vedere
ha sposato la Paura. Allora
io ti crepo un respiro. Ti allago
di piogge straniere.
Ti consegno una carta e una via
soltanto. Per la cima delle cime.
Per il cuore infiammato
che trascende dimensioni.
Per l’estasi di unione.
Per il tre che è uno.


Piuma bianca

Rinnegherei ogni passo,
ogni scalpo divelto
ai giorni maniacali del santo,
ogni punto di cristallo ogni
fiore indorato del lago
che al celeste dal nero s’aggrappa
estatico. Sii coraggioso
mi dici, precipitando meteore
con chiasso di piuma:
bianca – l’afferro.

Ricorderò il mio nome,
ne bacerò il centro.
Allora saprò vedere.


Pochi metri ci separano

Pochi metri ci separano i sogni
ogni notte, un tappeto
e due paia di scarpe:
metratura siderale. Non è
parlare coi morti, imbottirsi
di santini o interrogare
lo squarcio; il sangue
ci imbratta le pareti
ne nascondo i grumi
come acido che scortica fino
al midollo. È lì che ti porto.
E vorrei baciarti
un giorno per strada
senza che si scandalizzassero
i nostri demóni. Ma
non v’è germoglio che cresce
nel brullo tuo cuore.

L’AUTORE

Eugenio Giffoni è nato nel 1992, vive a Jesi, ed è uno speleologo. Ha partecipato a diversi Poetry Slam, e fa parte del collettivo VoceVersa in vari tornei italiani. Nel dicembre dello stesso anno ha autoprodotto la sua prima raccolta di poesie, Fuori dalla tana. Inediti compaiono su «Poesia del nostro tempo», «Crunched», «L’Altrove», «Atelier», «Inverso», «Inutile», «La Rivisteria». Le poesie di Fernweh sono nate negli anni 2021 e 2022. Nel 2022 alcune poesie presenti in questa raccolta hanno vinto il primo premio sezione poesia inedita del Concorso Sinestetica, Pagine Marchigiane (Associazione Versante) e menzione al merito nel premio Paesaggio Interiore (Euterpe).

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