Giovani Poeti

Giovani poeti: Francesco Catalano | L’Altrove

Vi presentiamo oggi un nuovo giovane autore. Si tratta del ventiduenne Francesco Catalano, nato a Novafeltria. Attualmente è laureando in Italianistica presso l’Università di Bologna. Alcune sue poesie sono state pubblicate da Maurizio Cucchi per la rubrica “Bottega di poesia” presente su Repubblica (Milano).

Bene, Francesco, grazie per la tua disponibilità. Ti presentiamo al nostro pubblico facendoti alcune domande.

Quando hai iniziato a scrivere?

Ho iniziato a scrivere poesie qualche anno fa; credo fosse il 2020. Di poesia ne ho sempre letta tanta, ma fino ad allora non mi era mai venuto in mente di poterla fare a mia volta. O meglio, ci avevo pensato, ma non mi ero sentito pronto. Poi – e anche il tempo libero “creato” dalla pandemia ha aiutato in questo – ho iniziato a scrivere. Per dovere di cronaca devo ammettere che i primi lavori erano molto acerbi, ma credo sia una fase che quando si inizia a scrivere qualcosa di proprio tutti devono attraversare. Bisogna rimuovere, cancellare e scartare tanto prima di raggiungere una forma che sia personale, comunichi qualcosa in un modo che non sia scontato e possa essere interessante per coloro che la leggeranno. Ecco, questo credo che sia il passaggio più difficile: trovare la propria voce e la propria identità stilistica. Soprattutto in una prima fase, quando si è molto dipendenti dai propri modelli letterari, non è facile mantenere la loro lezione e allo stesso tempo smarcarsi per riproporla in una chiave diversa.

“I poeti sono come i bambini: quando siedono a una scrivania, non toccano terra coi piedi” scrisse Stanisław Jerzy Lec. Quali sensazioni provi quando scrivi?

Scrivere per me significa metabolizzare: dare forma e ordine a un qualcosa che dentro di me è confuso e incagliato. Poi è vero che nella mia poesia c’è anche molto disordine. Ma è un disordine a cui viene dato un corpo tangibile con dei lineamenti concreti: credo che tutto quello che descrivo abbia una sua fisicità, a volte anche ingombrante. Visualizzare le immagini e le suggestioni che provo o che banalmente mi balenano nella mente significa per me conoscermi meglio e coltivare un mio immaginario che, appunto, è profondamente personale. Un immaginario che non è per forza di cose reale o autobiografico, ma che è tutto quello che la mia mente, anche inconscia, crea e modella insieme: da qui poi c’è un lavoro di selezione. Perché non credo a una poesia che sia pura esternazione delle proprie emozioni e dei propri sentimenti: sono più per una poesia che rielabora e costruisce qualcosa che non è solo immediatezza. Sempre pensando che dall’altra parte c’è un lettore con cui bisogna entrare in un rapporto simpatetico.

Quali autori ti hanno formato maggiormente?

Vittorio Sereni e Maurizio Cucchi su tutti. Poi Giudici, Luzi, Magrelli e molti altri. I primi due che ho citato, però, hanno ricoperto e ricoprono tuttora un ruolo centrale nella mia formazione poetica per la crisi storica e individuale dell’individuo di cui sono interpreti, per il senso di isolamento, per la concretezza fisica delle immagini che popolano la loro poesia. Devo molto alla cosiddetta linea lombarda.

Poi – non l’ho citato subito perché credo sia un presupposto imprescindibile: uno fuori classifica si direbbe oggi – ovviamente c’è tutta la produzione poetica di Eugenio Montale. In particolar modo Satura e l’ultimo Montale in generale sono un laboratorio di scrittura costante.

C’è una poesia famosa che avresti voluto scrivere tu?

Una nello specifico forse non la saprei individuare. Direi tutto il Diario d’Algeria: penso sia il libro di poesia (parlo di libro e non di raccolta perché c’è un’unità semantica estremamente coesa in questo testo) che ho letto più volte. Ormai ho perso il conto.

Credo che ogni poeta abbia un libro sul comodino che gli è più caro di altri. Un libro che è costante metro di paragone, modello irraggiungibile a cui tendere, risorsa infinita di strutture e situazioni. Quello per me, almeno fino ad oggi, è il Diario d’Algeria. Se nello specifico dovessi scegliere un solo testo direi La ragazza d’Atene, che è una delle più belle poesie d’amore perduto. Meravigliosa.

Di seguito leggerete le sue poesie:

Le voci, i bagliori

All’uscita da scuola uno scorrazzare di colori,
splendidi insulti di voci bianche
nell’aria granulosa, prima della festa.
Frastuoni profondi, densi improperi
sulle guance paffute, altre già dure.

Silenzio nella notte d’acciaio,
gli sguardi rivolti in alto vuoti
dietro le lenti scure, annebbiate.
I suoi riccioli biondi emanano fragranza,
un leggero senso di unto famigliare,
ma l’attrazione svanisce nell’aria scura.

Gli occhi smettono di incrociarsi,
l’attesa è per il bagliore nel buio.
La pastiglia intanto fa il suo lavoro,
si dissolve e muore viscidamente:
prima lo stupore, poi lo svuotamento.


Rumore di sottofondo

A volte la sera si finisce in uno stato d’incantamento
davanti alla televisione, come un risucchio
che sottile aspira le sporgenze del viso.
È facile sentire vibrazioni a noi precluse,
lo scorrere frenetico del flusso di elettroni
assuefacendoci a immagini cupe, di morte.
È caccia al nuovo cadavere al telegiornale,
ormai sempre lo stesso, cambiano i nomi.

Ma è una sera di dieci anni fa, col piatto
di pollo e fave nella cucina dei miei genitori.
La tivù è ingombrante, non ancora al plasma,
pensi che le immagini vengano da quello scatolone,
con una supposta origine, e non comparse.

Ti accorgi, è lo stesso notiziario di allora,
uguale ricorrenza ogni giorno, mi chiedo
quando mi abbiano fatto smettere,
forse si è rotta l’incredulità. Oppure
anche quello si è rivelato tutta finzione,
intrattenimento per credersi fortunati,
miracolati e usciti vivi dalle otto ore lavorative.


Visione messicana

Vortici di stati gassosi, una fuga di note
che si disperde nell’aria riscaldata,
asciutta la vaschetta della fontana,
non si azzardano più gli uccelli,
o hanno perso la speranza.
Non piove da settimane e il terreno
è di un ocra secco e inamovibile.
La persiana sbatte contro il vetro
e viene scolorita dal riflesso abbagliante,
sul tavolo i resti della frutta secca,
sbucciata, semiaperta, se non intatta.
Rimarrà così, qualcuno è scappato da tempo
e non ritornerà, almeno fino a breve,
fino a che non verrà una calamità.

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