Giovani Poeti

Giovani poeti: Stefano Poloni | L’Altrove

Lieti di segnalarvi oggi un giovane autore. Si tratta di Stefano Poloni, ventiduenne nato a Treviglio. Attualmente frequenta la facoltà di economia all’università di Bergamo ed è un grande appassionato di cinema e lettura.

Come siamo soliti fare, abbiamo fatto anche a Stefano alcune domande per farlo conoscere a voi gentili lettori. Ecco come ci ha risposto:

Grazie Stefano per la disponibilità. Prima domanda, mai banale. Quando hai iniziato a scrivere?

Sin da piccolo ho sempre avuto il bisogno di esprimere i miei sentimenti ed i miei pensieri attraverso la scrittura. Credo che le storie – così come le emozioni di ogni persona – non siano fine a se stesse, bensì, debbano essere raccontate ed ascoltate. Non ho mai creduto nel talento, perché non c’è un modo giusto o migliore di intendere le “cose” della vita. La normalità è un concetto ormai superato, perciò il nostro vivere non può essere né giusto né sbagliato. È semplicemente personale.

Proviamo ad immaginare. Se potessi incontrare un poeta, magari non vivente, chi sceglieresti?

Il poeta con cui tanto avrei voluto confrontarmi è Ungaretti. Molti sono stati gli autori che durante gli anni di scuola abbiamo affrontato, ma è stato solo Ungaretti il solo a imprimere in me la vena poetica che ancora oggi coltivo nella mia quotidianità. Ciò che mi colpì del suo poetare non fu lo stile, oppure il contenuto dei suoi scritti, ma il motivo per cui scriveva.
Ungaretti diceva che la poesia l’ha “salvato”. Sceab era un suo caro amico, morto suicida per motivi legati al distaccamento dalla sua terra natia e dalla sua famiglia. Lo stesso Ungaretti provava simil sentimenti, ma sopravvisse grazie alla poesia. Io in parte lo comprendo, ho sempre cercato di basare il mio modo di poetare secondo questo fine. Tutti in questo mondo lottiamo contro qualcosa o qualcuno, e tutti ci aggrappiamo ad appigli capaci di sostenerci anche nei momenti cupi della nostra vita.
La poesia mi ha salvato, perché non mi ha lasciato annegare nei dubbi e nelle mie insicurezze. È nella poesia che io ho scoperto la mia salvezza.

Cosa succede quando scrivi?

A’ poesia è nu mare con acque deserte,
Che lassa a digiuno pure le verte.

Questi due versi che sono semplicemente la seconda ragione per cui scrivere è la mia droga. Quando scrivo entro in un continuo dialogo interiore tra me e le mie emozioni. Scavo nel mio IO alla ricerca di sentimenti e storie cui vale la pena raccontare.
Ma tutto ha un prezzo. Una volta scritto ciò che ho da dire, la mia mente rimane priva di ogni pensiero, di ogni emozione. Atrofizzata. Come se venissi prosciugato. Tutte le volte che scrivo cerco di consumare la mia interiorità, perché è lì che risiedono i pensieri più intimi. È solo scavando nelle profondità del nostro animo che possiamo raggiungerli. Ma una volta scavato e estirpato tutto ciò che nella poesia può essere tramutato, non resta più nulla.
La mia mente rimane come un mare asciutto, privo di vita, a tal punto che anche le reti da pesca, una volta issate dai marinai, digiunano. Un mare (la mente) privo delle sue creature (i sentimenti) non è altro che un mondo privo di vita (privato della ragione).

Quindi, la poesia cos’è per te?

La poesia è un continuo ciclo di epurazione. La poesia è un concetto viscerale, come il resto delle arti. Tutti siamo capaci di creare, dobbiamo solo guardarci dentro.

Ecco delle poesie di Stefano Poloni:

Dolori di una madre

Guardami la schiena figlio
Io che ti ho difeso da ogni periglio,
Ora giaccio con un coltello alle spalle inflitto
E non odo altro nell’animo che un dolore fitto.
Io ti ebbi avvertito,
Ma un anello ti lega il dito
Di colei che nella tua casa condusse il male
Ma nella mia carne infilò il pugnale.
Perché agli occhi di una madre
Non c’è dolore più profondo
Di vedere il proprio figlio amare
Una donna dallo spirto iracondo.
Che si dilegua dalla Tua vita
Ripudiando la fede che poggia su entrambe le dita.


Grido di guerra

Traspare la fumera dai corpi
Di chi a fine battaglia non giace fra i morti
E si trema, non per freddo, ma per dolore
A noi basta il ricordo di casa per farci calore.
“soldati imbracciate il fucile, domani si carica, ultima ondata”
Ecco il paradosso della guerra
Anni a difesa della propria terra
E basta una firma come atto di clemenza
Per porre al conflitto una data di scadenza.
E mentre i generali si servon di foglio e matita
Un soldato a fianco a me implora morfina per la sua ferita,
Implora pietà per la sua vita.
E il suo grido di dolore
Soffoca, sepolto dagli spari di cannone.
Ho visto negli occhi del mio nemico
Lo stesso sguardo del mio compagno ferito.
Amari sono i giorni che mi attendono
In questa poesia si affronta il tema dell’amore sofferto. Un uomo ripensa agli attimi vissuti con la propria
donna, ma più pensa più prova dolore.
Amari sono i giorni che mi attendono.
Ricordi e attimi mi illudono
Di un quieto vivere passato,
Ma altro non era che evo tormentato.
Lacrime solcano nostri volti
E spine dai nostri cuori ci siam tolti.
Sono brandelli di muro che cedono
I secondi che ci legano.
Dannato mio cuore sanguinante
Che ad ogni goccia da lui versata
Il petto si fa sempre più pesante
Pressato dal dolore di averti amata.


Si ama con la lingua
Ho sciacquato le mie parole
Nelle tue lacrime,
così che potessi finalmente
parlar d’amore.

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