Non era previsto che sopravvivessimo

Non era previsto che sopravivessimo: Myrò | L’Altrove

Myrò o Merò (in greco: Μοιρώ e Μυρώ) fu una poetessa del periodo ellenistico della città di Bisanzio. Era la moglie di Andromaco Filologo e la madre – la Suda dice figlia, ma questo è meno probabile – di Omero. Myro fu probabilmente attiva tra la fine del IV e l’inizio del III secolo a.C.

Poco della poesia di Myrò è sopravvissuto. Dieci versi del suo poema epico Mnemosine sono citati da Ateneo e Meleagro include due epigrammi di quattro versi nella sua Ghirlanda. Inoltre è nota per aver scritto una poesia chiamata Maledizioni. Questo è noto solo attraverso uno scholion su Erotica Pathemata di Partenio di Nicea, che nota che in esso è raccontato il mito di Alcinoe. Infine, Eustathios afferma di aver scritto un inno a Poseidone.

Dal poemetto Mnemosine:

Myro, anche lei, dice in questo modo
Il grande Zeus era nutrito in Creta, né alcuno
dei beati lo conosceva; ma egli cresceva vigoroso.
E le timide colombe lo nutrirono sotto l’antro divino,
portando ambrosia dalle correnti dell’oceano.
E una grande aquila che attingeva nettare da una pietra
portava nel becco da bere al saggio Zeus.
Per questo Giove ampioveggente, dopo avere vinto il padre Crono,
la rese immortale e la pose ad abitare nel cielo.
Così ugualmente concesse onore alle timide colombe
che sono nunzie dell’estate e dell’inverno.

(Traduzione di U. Lisi)

Il frammento superstite del Mnemonsine di Myrò racconta la storia dell’infanzia di Zeus a Creta, dove era stato nascosto dalla madre Rea per salvarlo dall’essere ucciso dal padre Crono. Come il frammento superstite del poema di Corinna sulla contesa tra Citerone ed Elicona (PMG 654 col. i), esso racconta un episodio dei primi anni di vita di Zeus per enfatizzare il ruolo delle donne. Uno dei suoi epigrammi superstiti è indirizzato a un grappolo d’uva; l’altro chiede ad alcune driadi di proteggere un uomo che ha scolpito per loro una statuetta.

I due epigrammi rimasti:

A.P. VI, 116

Il grappolo

Sotto le volte dorate del tempio di cipri tu posi,
grappolo, colmo di liquore bacchico.
Ciongerti più non potrà di pampini belli la madre
né più velarti di nettaree foglie

A.P. VI, 189

Gli idoli

Ninfe Amadriadi, figlie del fiume, che questi recessi
calcate sempre coi rosati piedi,
io vi saluto. salvate Cleonimo: qui, sotto i pini,
gl’idoli belli collocò per voi.

Myrò sembra aver avuto un’ottima reputazione come poeta nell’antichità. Antipatro di Tessalonica la incluse nella sua lista di famose poetesse, e il proemio di Meleagro alla sua Ghirlanda si riferisce a lei come ad un “giglio”, mettendola accanto a Saffo e Anite. Nell’Antologia greca sopravvivono due epigrammi riferiti a Myro, composti da Anite e Marco Argentario, che potrebbero essere una rielaborazione di un poema di Myrò ormai perduto.

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