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Addio a Ivano Ferrari | L’Altrove

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Ci ha lasciato ieri il poeta Ivano Ferrari.

Nato a Mantova nel 1948, Ferrari lavorò per anni al mattatoio della sua città. Esordì con il poemetto Macello, nell’antologia Nuovi poeti italiani 4, edita da Einaudi. Si distinse soprattutto per l’originalità dei testi presentati, intensi ed espressivi, in cui rappresentava il mondo reale da un punto di vista disilluso, degradante.

Tutta l’opera di Ivano Ferrari è dunque basata su registri destabilizzanti, metaforici, tra il serio e l’arguto, tra il sacro e il profano.
In Macello, raccolta che lo consacrò, le immagini della sua esperienza vissuta lavorando al mattatoio risultano vivide, lucide. Qui è onnipresente il richiamo della morte, dell’orrore; la lingua si fa asciutta, limante e la realtà è cruda, senza visioni di bellezza. L’uomo è circondato da spettri, da grida e urla, tende verso una purificazione illusoria, ideale.
E quel tipo di dolore che si ritrova anche in La morte moglie (Einaudi), libro composto da due parti scritte a trent’anni di distanza l’una dall’altra. La prima parte (Le bestie imperfette) contiene poesie ritrovate su un vecchio quaderno scritto all’epoca di Macello, la seconda parte contiene invece poesie scritte in morte della moglie.

Sono poesie crude pure queste, ci si ritrova anche qui tra coltelli, forche e corpi morti o, successivamente, davanti al lutto. Non hanno nulla di patetico, tali testi, sono strazianti è vero, ma in Ferrari notiamo quanto la vita sia quel che è: un’esperienza selvaggia.

Un voce poetica quella di Ivano Ferrari che rimarrà unica, dissonante ed indimenticabile nel nostro panorama letterario. Come dice Antonio Moresco: “È una poesia quella di Ivano sgraziata per troppa grazia”. Ed aggiunge: “Se non vivessimo in un paese di morti, questa voce non sarebbe solo una voce marginale intesa da pochi ma voce centrale della poesia italiana di questi anni”.

Oggi lo ricordiamo con alcune sue poesie:

Una vitella stupita d’esser viva
guarda noi che la ignoriamo,
decine di sorelle appese si pavoneggiano,
si sente sola e brutta a respirare
ma non ci sono più paranchi
e le celle frigorifere sono colme,
rotea intorno lo sguardo suo più dolce
se è pausa o tregua nessuno raccoglie
si gonfia, lancia un grido e scivola sul sangue
piove plasma per un poco e finalmente
si libera un paranco.


Un lungo, insopportabile ritardo.
Poi il rumore dei camion
le urla degli autisti
le ultime preghiere delle bestie.
Ricomincia la vita appaiono le forche
le pistole, le falze, i coltelli.

Da Macello

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Coltello lunghissimo e stretto
due persone la tengono
una terza porge fieno,
circondata da buone intenzioni
la bestia si calma, mangia
addirittura nella mano dell’uomo,
all’improvviso una quarta figura
si avvicina da dietro
con uno sguardo calcola la posizione
tra testa e collo come si dice
punta delicatamente il coltello e spinge
con tutta la sua forza.
La bestia crolla
strabuzzando gli occhi
bianchi.


Si barcolla di luce
quando esci dalla radioterapia
la ragione diventa un atto sentimentale di rivolta
e un bacio l’arte astratta della bocca
c’è una lenta imboccatura della maniera
brigata madeleine:

Da La morte moglie

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