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Addio a Francesco Scarabicchi | L’Altrove

Ci ha lasciato ieri il poeta Francesco Scarabicchi.

Scarabicchi è nato ad Ancona il 10 febbraio 1951, ha esordito con la raccolta La porta murata per la Casa Editrice Residenza, nel 1982, con prefazione a cura di Franco Scataglini, intellettuale e amico del poeta. Successivamente ha pubblicato Il viale d’inverno, postfazione (L’Obliquo, 1989). Più recenti sono L’esperienza della neve e L’ora felice pubblicate con Donzelli rispettivamente nel 2003 e nel 2010 e Il prato bianco per Einaudi nel 2017.

Si è occupato inoltre di arti visive e letteratura, ha ideato, con Francesca Di Giorgio, la rivista “nostro lunedì”.
All’attività di poeta ha affiancato quella di traduttore, dallo spagnolo ha tradotto l’opera di García Lorca da Antonio Machado.

La poesia di Francesco Scarabicchi è poesia del reale, troviamo in essa piccole situazioni quotidiane. Questo non deve però far pensare ad un poeta estraneo alle sue composizioni. Scarabicchi è dentro i versi, sente ciò che scrive ed imprime ciò che sente. È un sentire pacato, delle volte struggente, doloroso o vitale. Il merito dello scrittore sta in questo spazio che crea e ricreato così labile, in cui affonda e riemerge.

Dolore e morte, dimenticanza e amore sono temi che percorrono tutta l’opera di Francesco Scarabicchi, ma che compaiono con una specie di delicatezza, di mitezza che appare inspiegabile, tra versi sempre brevi e limati con perfezione come in:

«Non è la morte,
non è la morte,
credimi,
che uccide».
«Agli occhi
senza sogni
che rimane?»

O in:

«Ogni volta
il silenzio
attende i resti».

Sono poesie che sembrano sospirate, dette in un sussurro, eppure sono parole profonde. Colpiscono i versi dedicati al figli, intimi e commoventi, tra la nostalgia e la tenerezza paterna: “Egli è nato / nell’ora / di giugno / meridiana // nel chiarore / che dona / alla luce / la luce / che non c’era.”

Un poeta senza troppi cerimoniali, onesto e necessario nella nostra letteratura.

Vogliamo ricordarlo con alcune sue poesie.

Poesie di Francesco Scarabicchi

Ci vorrà

Ci vorrà
tutto il tempo necessario
prima che possa anch’io
fare a meno di me
senza voltarmi,
andando,
per lasciare.


Non somigliarmi,
non avere, con me, niente in comune,
lascia che sia, ogni volta,
l’imprecisa dolcezza di un saluto
a condurre i tuoi passi
e quel tremore trepido che guarda
il niente per cui è dato consegnarsi.


Mi condanna l’azzurro delle vene,
l’ombra lontana che non sa tornare,
le lettere del nome femminili.

Chissà dov’ero prima d’esser qui,
chissà chi ero prima d’esser te
che scivoli discreta da un foulard
e sei un numero civico, una via
del chiuso mondo che mi tiene fuori.

Da L’ora felice.


Un cenno appena

Scegli chi se ne va, chi non rimane
oltre l’ora di cena e si congeda
con l’umiltà discreta che non parla,
un cenno appena con la mano, il gesto
stabilito da sempre e inconfessato.
Così fu o così almeno lo rammento,
lui che s’alzò guardando già la porta,
sorridendo gentile come in sogno,
lasciando quella stanza e una città
che nemmeno s’accorse del suo viso.

Da L’Esperienza della neve.

Foto di Dino Ignani.

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