Giovani Poeti

Giovani poeti: Alessandro Taddei | L’Altrove

Oggi vi presentiamo Alessandro Taddei, ventiduenne di Monza.

Alessandro studia Lettere Classiche all’Università di Pavia e lo scorso settembre ha dato alle stampe Anche Apollo beve mirto, la sua prima raccolta edita dalla Casa Editrice Montang.

Abbiamo fatto una bella chiacchierata con Alessandro, ve ne facciamo partecipi.

Grazie Alessandro. Ricordi quando hai iniziato a comporre in versi?

Ho iniziato a scrivere in versi durante il mio ultimo anno di Liceo, quasi per gioco. È stato un qualcosa di naturale e spontaneo, nato da sé. Mi è sempre piaciuto scrivere, ma non mi ero mai cimentato in niente che andasse oltre alla prosa. I primi versi cercavano di emulare forme metriche desuete (il sonetto, la canzone) e i risultati erano poca cosa devo dire. Forse è stata la raccolta “La religione del mio tempo” di Pasolini a spingermi a scrivere in versi liberi. Ad ogni modo, non posso rinnegare quei componimenti iniziali completamente: l’attenzione maniacale alle sillabe, agli accenti e alla struttura metrica è stata sicuramente un ottima “maestra elementare”.

Perché hai preferito la poesia alla prosa?

Non ho mai “preferito” la poesia alla prosa, ma ho sempre sentito la scrittura tout court come una modalità per esternare la mia interiorità e renderla manifesta in primis a me stesso. È sempre stato un modo per ordinare le mie sensazioni e dare loro libero sfogo, e quando le emozioni provate sono divenute troppo forti e travolgenti, allora è come se loro stesse avessero trovato una loro sistemazione naturale non in prosa, ma in versi (liberi da quelle gabbie metriche su cui inizialmente mi ero concentrato). La poesia, differentemente dalla prosa, riesce a concentrare in poco spazio tanta “metafisica”, e ogni parola, nei suoi suoni, nella sua posizione specifica all’interno del verso, concentra una potenza di fuoco capace di colpirci più fortemente di altre forme testuali.

“Perché un uomo diventi un poeta (testimoni Petrarca e Dante), deve essere innamorato, o infelice”. Così disse il poeta inglese Lord Byron. È così anche per te? È il dolore che fa creare?

Credo che la poesia possa essere frutto di ogni sentimento. Esistono però sentimenti che, forse, la Poesia riesce a scandagliare meglio. Credo che l’amore sia uno di questi, ma il fatto che questo sia indubbiamente un tema privilegiato della poesia credo sia frutto anche di un retaggio culturale e storico: dalla poesia trobadorica si canta l’amore, in forme che sono certamente diverse e con finalità diverse, ma pur sempre di amore si tratta. Inoltre è il sentimento più “colorato”, della felicità, della disperazione, dell’ansia e dell’angoscia, ed i colori, in poesia, stanno benissimo, specie se si vive in un mondo sempre più “grigio”. Per quanto riguarda il dolore sono totalmente d’accordo, ma non so se possa valere per tutti, non ho la superbia di pretendere che sia così. Per me ogni dolore è sempre una grande occasione creativa e introspettiva, e non solo il dolore “d’amore”. Non che sia un masochista, non vado a cercarlo appositamente, ma ogni verso scaturito da quelle emozioni è come una carezza di mamma quando da piccoli si piange e si sta male per qualche motivo. Per me, poi, sfogare il dolore in versi significa anche “esaurirlo” più velocemente e cercare di comprendere lui e le mie dinamiche interiori.

Hai una poesia che ripeti spesso come mantra?

Non ho una poesia che ripeto come mantra, ma cedo spesso anche io al verso virgiliano “Omnia vincit amor et nos cedamus amori” dalle Bucoliche (X,69).

Vi invitiamo a leggere alcune poesie da Anche Apollo beve Mirto, che vi proponiamo di seguito.

IL MANDORLO II

È stato un attimo,
capace di cancellare
le eterne le nove vie.
Eppure ho paura di te.
Potresti mai amare un albero?
E i morti preferiscono le dolci compagnie,
nella loro puntuale eternità mentale,
nel silenzio assordante delle ore veloci.
Lontana
non voglio ti porti la voce soltanto.


LA DEBOLEZZA

So della tua pelle, di nuovo.
Ma tu prometti che arderò in eterno,
senza bruciarmi mai
e che le nostre notti
saranno sempre troppo corte?


L’HEAUTONTIMOROUMENOS
Da C. Baudelaire

Ti colpirò diritto al cuore
pieno di una collera gonfia di paura
e la tua palpebra sarà la sorgente
per abbeverare il mio deserto
là dove le lacrime sono più amare.
Sui canali delle tue guance
nuoteranno i frammenti dei miei sogni più forti
e raschieranno il letto dei fiumi
fino a farti sanguinare
come il relitto di un vascello bellissimo.
Ed i tuoi singhiozzi si
faranno un lamento
funebre che ubriacherà la
mia anima.
Sono il campo di una battaglia che ho ingaggiato
di una guerra che non ho voluto.
Sono le vene d’ambrosia
le arterie di nero veleno.
Sono la piaga e il coltello
Sono lo schiaffo ed il volto
Sono la vittima ed il carnefice
ed ardo e son ghiaccio
eterno dannato a ridere piangendo
per respirare.

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