Giovani Poeti

Giovani poeti: Nicolas Genovesi | L’Altrove

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La nostra sezione dedicata ai giovani autori si arricchisce oggi di un nuovo talento.

Ospitiamo Nicolas Genovesi, nato nel 1995 e oggi insegnante. Anche lui ha risposto alle nostre domande, le riportiamo di seguito.

Grazie Nicolas. Cosa ti ha portato a scrivere in versi?

Se ho la sciagurata pretesa di scrivere versi lo devo al non-sciagurato incontro con i versi dei classici della poesia (dopo avere letto Montale non puoi che pensare “Troppo, troppo bello, voglio farlo anche io”), che poi mi ci avvicini o meno… quello è un altro discorso.

Che funziona ha la poesia o, più in generale, la scrittura nella tua vita?

Scrivere può aiutare a dare un senso alla realtà (forse). Sì, è un’operazione arrogante, probabilmente fallimentare, però, ecco, uno ci prova. Io poi quando scrivo mi rilasso, che mi fa bene, che sono sempre nervoso…

Che ne pensi degli instapoets? Pubblichi anche tu i tuoi testi sui social?

Non pubblico poesie sui social perché ritengo che una “mediazione editoriale”, anche piccola, sarebbe preferibile, già un blog come il vostro mi sembra più che perfetto. In ogni caso è chiaro che il luogo dove compaiono i versi non ne determina la qualità, se Orazio avesse scritto le sue odi su Instagram non sarebbero state di certo meno belle per questo.

Sempre antica, sempre nova, | Splende ognor la face mia. | Mai non muore Poesia. Scrisse Luigi Carrer.
Secondo te, cos’è che tiene in vita la poesia?

Questo proprio non lo so, ho intenzione di meditarci sopra una cinquantina di anni poi vi faccio risapere!

Ecco alcune delle sue poesie:

Il lupo

Ed il seme selvaggio del lupo,
era quasi sparito del tutto
alla fine degli anni Cinquanta:
ora ulula, ulula, canta.
lo vedi nel vuoto e il cespuglio
dei boschi vicino al paese.
Di tempo tu aspettane ancora
e saremo già a dare la caccia
alla madre affamata col figlio
che vaga nel verde là sopra.
“Sicuro che mangia il cinghiale…
È certo che mangia il capriolo…
Ma se giri da solo
che cosa gli nega
di pensarti del cibo
e sbranarti (una preda)?”
Vivrà lo stesso quando gela
l’autunno che copre costante
le fatte, le tracce, le tane,
un ibrido e un piccolo branco
un bastardo di cane di lupo
ha salvato dall’era un dirupo
nascosto là sopra il crinale
donando a qualcuno un pensiero
per finire di fare del male
tornare a sognarsi un guerriero
tenere un fucile sui monti,
una volta lasciato il sentiero.

Cavalli

Tacciono i cavalli
La sera dentro ai capi
Sfiora la testa
La terra nella nebbia
La testa sfiora
la terra nella nebbia,
tu guardali e parlaci, poi,
(che guardano e parlano a noi?)
C’è un dio nell’erba
E lo pregano in silenzio,
lo mangiano; penso.

Le cicale

Continua e non ha senso
il rumorio delle cicale.
E sarà l’estate
una tua stagione calda
per ascoltarle la notte
quando è l’ora di dormire.
Povero piccolo ometto
È tardi, dai, torna a letto.
È giunta l’ora adesso
agosto sta chiamando,
con dentro alle colline le cicale,
in pratica nessuno.

Apparizioni

Quindici volte è apparsa la Madonna
e tu dov’eri andato?
(disperso) (disperato)
(disparso) (disparato)
Amico dell’autunno
qualche casa più in alto
di dove era giusto
hai scritto i cartelli con le mani
“Le Buriane” “Il Leccio”
“Le Ginestre” “Il Leccio”
“Il Leccio” “Le Buriane”
“Il Leccio” “Le Ginestre”
tra un albero e quell’altro,
disconosciuto ufficialmente
amico dell’autunno
per salvare i figli tuoi.

Strana preghiera

Fare i conti col poco che appare,
di quel tanto è finito nel mare.
Forse prima non c’era,
tu, lungo la scogliera
riconosci appena
i due pescatori
che cullano adesso, sì,
ne cullano un’altra,
strana preghiera:
vabbè ti lascio, ti lascio ai tuoi scogli
puoi essere un polpo
ripensaci e scegli.

Il pavone

E tu prova a capirlo nel buio
dentro il borgo di bravi credenti
di che dolori, di quali tormenti
ha preso a parlarci la voce
che adesso là dietro starnazza.
Pavone, papera, tacchino, anatra,
un pennuto, un palmato,
un uccello dell’aia
che qualcuno ha dannato
con l’ascia, l’ammazza.
Ma guarda e guarda bene
non vedi è notte e non si vede?
Come pensi che qualcuno
possa ancora lavorare?
Muovono da altrove
Le zampe, gli artigli nel fango,
dai fori del recinto
rinselvano le case,
dalle tane nelle grotte
seguendo il suo richiamo
è tornato un dio caprino
che si accoppia con le cose
rinvenute sfigurate
tra uno strato di boscaglia,
altre vite, altre voci,
altre forze, altre croci,
che fuggono la gabbia
per uccidere un cristiano
senza farsi battezzare,
che provano, per sbaglio,
a salvare il mondo intero,
un pavone; un cavaliero.

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