Estratti ed Inediti

Estratto da “Vita meravigliosa” di Patrizia Cavalli | L’Altrove

Io guardo il cielo, il cielo che tu guardi
ma io non vedo quello che tu vedi.
Le stelle se ne stanno dove sono,
per me luci confuse senza nome,
per te costellazioni nominate
prima che il sonno scioglierà il tuo ordine.
Ah, sognami senza ordine e dimentica
i tanti nomi, fammi stella unica:
non voglio un nome ma stellarti gli occhi,
esserti firmamento e vista chiusa,
oltre le palpebre, splenderti nel buio
tua meraviglia e mia, immaginata.


C’era un modo sicuro per disinnescarmi:
tenermi tra le braccia e tanti baci,
baci e carezze e carezze e baci. E io
avrei balbettato suoni indecifrabili.


Con Elsa in Paradiso

Elsa ogni tanto ci portava in Paradiso.
E a chi chiedeva: «A me mi porti?» «No»,
lei subito, decisa, «Non c’entri niente tu.
Tu non ci puoi venire in Paradiso».
«E allora chi ci porti?» insistevano i delusi,
«Patrizia ce la porti?» E Elsa: «Sí,
Patrizia può venire in Paradiso».
Ah, come mi piaceva questo andare
facile, sicuro, senza dover competere!
Però, per non offendere, facevo
la distratta coi respinti. Anche se poi,
tra discussione e dubbi, un po’ alla volta
venivano alla fine quasi tutti assunti.
Ma io – a parte i gatti, che stavano già lí
ad aspettarci – ero la prima, sempre,
la prescelta. Non mi chiedevo il motivo
di questa preferenza: da un lato
mi pareva naturale, dall’altro
pensavo fosse meglio
non mettersi a indagare. Del resto,
io a quei a quei tempi venivo ammessa ovunque:
ai pranzi, al cinema, a teatro, andavo
sempre bene con chiunque. Neanche
di questo mi chiedevo la ragione,
forse per questo avevo l’ammissione.
In quanto al Paradiso, a figurarmelo,
io non vedevo altro che il prato dove stavo,
come un vassoio che ci portasse
in alto, un po’ inclinati e senza piú
le sedie, per cui ci si arrangiava
poco comodamente sopra l’erba.
Un’altra differenza era con gli alberi,
molto piccoli, qui, da miniatura,
e con le chiome composte e tondeggianti.
E poi c’erano i gatti, lenti, sul fondale,
che, finalmente belve, parevano piú grandi del normale.
Non c’era altro,
neanche mezza schiera di beati.
Ce ne stavamo lí, tranquilli, a chiacchierare,
le voci liete, senza mai un’asprezza
– persino Elsa teneva basso il tono –
le facce buone buone, intese a dimostrarsi ospiti
all’altezza del posto e del regalo. E anch’io pallidamente
simulavo, pur annoiandomi degli altri
e di me stessa, mentre qualcosa mi diceva
che essere prediletti può bastare in sé,
e che a volerne raccogliere i frutti
si può cadere in una scialba
sproporzione. Che c’entra, per Elsa
era diverso, aveva un’altra idea
del Paradiso, lei ci vedeva
innegabili vantaggi: andare senza borsa,
per esempio, o alla sera non lavarsi i denti.
Ma io non ero ancora cosí stanca
e preferivo i pranzi concitati, benché
tra me un po’ mi vergognassi
di non avere spirito abbastanza
per trasognarmi nei piaceri alti.
Avrei piú tardi rimediato, quando
crescendomi la noia mia e degli altri,
sarei ricorsa al piú sfrenato immaginare
per abolire, non dico la realtà
ma ogni traccia di verosimiglianza.
E adesso mi stupisco quando penso
a tutti quegli ingenui andirivieni
tra un prato e l’altro dei nostri Paradisi
tra i quali io sceglievo il più terreno
per fingermi l’amata, la prescelta,
chissà per quale grazia immeritata,
senza sapere che in realtà ero bella.


Per due ore ho camminato in compagnia
per due ore ho raccontato del mio amore.
Per prendere respiro mi fermavo
spostando da me al cielo l’attenzione.
Grande architetta delle mie parole,
trasformavo il dolore in colpa mia.


Al mattino mi svegliano i pensieri
già predisposti delle mie rovine,
il tempo mi si stringe a un solo ieri
cosparso di dolcezze e di mammine.
Io mi stupisco del mio smemoramento,
faccio fatica a immettermi nel giorno.
Fuori fa freddo, tira un brutto vento,
io resto dentro e accendo stufa e forno.
Poi mi incoraggio e vado a fare un giro,
provo le gambe e i muscoli del viso
in cerca del mio stanco paradiso,
ma subito mi perdo nel respiro.
Torno modesta a casa a quel calore
dove dorme anche il gatto tricolore.

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