Macchina-da-scrivere-giovani-poeti
Giovani Poeti

Giovani poeti: Giovanni Simone Orecchio | L’Altrove

Tra i giovani poeti non potevamo non annoverare anche lui: Giovanni Simone Orecchio.

Poeta dalle parole potentissime, Giovanni ha ventitré anni ed è siciliano. Ha già pubblicato la sua prima raccolta dal titolo Storie Oscene per l’editore Gonzo.

Ma ora lasciamo che si presenti a voi.

Grazie, Giovanni. Perché hai iniziato a scrivere poesie?

Non ricordo bene il motivo. Ho cominciato a circa dieci anni. Amavo, come ora o più di ora, il mare in tutte le sue forme. Ricordo che uno dei primi componimenti nacque proprio perché a un certo punto sentii il desiderio di descrivere il mare. Era un componimento molto descrittivo e semplice…forse c’erano dei gabbiani anche, addirittura in rima. Ero anche incazzato.

Cos’è per te la poesia?

Può essere infinite cose, immagini, sentimenti. Prima di tutto è una necessità, almeno per me. Scriverò finché avrò vita.

Non è la prima volta che mi si pone questa domanda, infatti l’ho già paragonata sostanzialmente a tre cose:

rimuovere una spina dalla carne; cercare cibo, avere fame di qualcosa (probabilmente carne o voglia di fichi freddi), o sete; defecare. L’ultima -essendo più sordida e chiara- è ovviamente la più accurata.

Che definizione daresti, invece, alla tua di poesia?

Versi liberi, onirici, sperimentali, bucolici, comici, versi oscuri, osceni e d’amore.

Cambio sempre, e la mia scrittura con me. Ho pubblicato una raccolta di racconti pulp e poesia (Storie Oscene, Gonzo Editore), ora sto cercando di pubblicare una raccolta di racconti distopici. Mentre il prossimo libro sarà, probabilmente e paradossalmente, fantastico (fantastico nell’accezione stilistica del termine, non qualitativa, quello non saprei)

Secondo te, quale caratteristica deve avere una persona per essere considerata poeta?

Difficile. Le ossa di Leopardi sono secche.

Sentirsi tale, dentro. Amare l’atto di scrivere.

Avere una buona anima, un’anima “adatta” (di questo si potrebbe parlare per ore).

Preferire solitamente la compagnia degli animali e degli alberi a quella degli umani.

Quanto ho detto vale però per se stessi. La domanda fa riferimento a “essere considerati”, non “essere” poeti. Essendo questa un’epoca artisticamente molto buia e confusa, per “essere considerati” poeti non so bene cosa serva. Probabilmente è sufficiente somigliare a qualcosa, nutrire il pubblico con vulnerabilità semplificate, essere semplici, poco unici. Per ora la poesia, come d’altronde le si confà e come è già accaduto, è agonizzante. Pochi la tengono in vita, e quelli e quelle sono anch’essi agonizzanti. Fra cento anni ne riparliamo.

Ecco alcune sue poesie:

lippo

dormire in un frutto
di fico
tra semi rosei e miele marino
e un attimo dopo avere respiro di macerie
macerie al posto di mani, anche
un petto di carcassa
che fa grancassa a un cervello di marmo
rovi e funerarie voglie,
-per vasi sanguigni
foglie e masticati steli-

e si scivola sull’alga
verde moribonda

si percuote il polmone
e sul sangue s’inciampa
come nella tagliola però
la lepre stanca;
poco importa
che il sole
sorga sogni, si tuffi
o esploda.

si scivola sull’alga,
denti di cane (patelle)
molluschi
rasoi o miriade d’occhi,
montagne affamate
su orli mobili di marea
e conche verdazzurro.

Si consegna al mare il corpo
come foglia larga,
il cervello in bocconi
e le tempie canal di fuoco
alle bocche delle murene


lenzuola di sale (non lavarsi dopo il mare)

Agosto dormire
in una crisalide di salsedine
finché il sogno di te
a caso giunge o come alba rosa,
come lento tra steli
vento


osservazioni sul carapace usato (shed, exuvia)

dovrei io
avvolgermi in un lenzuolo d’onde taglienti
e a dei del mare, creature, nereidi e pesci lenti
domandare un nuovo cervello,
nuove corde cardiache,
nuovi canali sanguiferi e di corallo
ali;
dovrei io
gettarmi come carcassa
tra humus e risate di alberi, di ninfe
ghigni,
ciglia e unghie di lune nuove
mandibole di volpi,
per dedicare le mie carni
i miei bulbi le mie costole di panico
a quel mondo di cose che mangiucchia
morde
digerisce,
e fa della noia cancrena
delle membra boia
banchetto, funghi,
erbetta.

dovrei io
mescolarmi a te
come fossi l’unico farmaco utile
il mio argenteo chiaro sul Mediterraneo sopito

Io dovrei
capitolare e capitolarmi
assaltarmi assalirmi
assediare ogni mia incertezza
con lame spontanee

eserciti di neve e di silenzi indaco,
divisioni di salsedine e chele
arcieri e panorami arancioviola
e in dimenticabili carceri
gettare ciò che di me
è tremenda scoria,
valvola difettosa,
timore e noia

eppure non passa giorno, notte o istante
in cui pensieri e ritmo di sangue
non somiglino a marea
o a bulbo di cavallo folle
nel temporale d’estate

ho ancora
la pelle molle

Seguite Giovanni sul suo profilo Instagram

Rispondi