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“Traducendo Brecht”. Sulla poesia militante di Brecht e Fortini | L’Altrove

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La visione civile e militante della poesia, il riflettersi della difficoltà del tempo in questa, uniti alla partecipazione ai problemi della propria epoca in maniera sofferta, accomuna, a distanza di un ventennio, Bertolt Brecht e Franco Fortini. Entrambi i poeti vedevano nel comunismo una speranza della salvezza dal capitalismo.
Secondo Brecht lo scopo dell’arte era smascherare i meccanismi del sistema capitalistico, volto al mero sfruttamento e alla violenza. Da qui lo scrittore tedesco teorizzava un’arte nuova, capace di esprimere le situazioni storiche, politiche, sociali degli anni e rappresentava l’artista come l’unico capace di denunciare l’ingiustizia e di sollecitare la partecipazione attiva dei lettori che fino a quel momento erano stati soltanto spettatori.

La riflessione di Fortini sull’opera di Brecht è quindi importantissima nell’identificare quella maturazione ideologica e culturale dell’autore tedesco, con cui condivideva l’intensa passione politica e morale e la predilezione per un linguaggio netto e deciso, molto vicino alla prosa e in grado di porre concreti interrogativi sul reale ai fruitori. Ogni sua lirica si presenta, pertanto, come la trascrizione in versi di un dato storico e politico. Lo stile, lontano dalla suggestione analogica e dalla raffinatezza retorica, affida a frasi esclamative e interrogative o all’apostrofe il giudizio e la riflessione sul messaggio politico dei versi.

In Traducendo Brecht questa scelta stilistica si riversa nella poesia di Fortini e dunque nella scelta dei versi liberi e di un ritmo scandito dalla giustapposizione di elementi lessicali semanticamente forti.

L’improvviso temporale distrae il poeta italiano dalla traduzione di una poesia di Brecht. Le tegole del tetto delle case investite dalla tempesta sono quelle in cui restano racchiuse le grida degli oppressi e le ferite inferte dagli oppressori. Le parole, che prima gli sembravano di cemento e di vetro, parole forti e limpide, diventano ora morte, ed anche la voce di Brecht si trasforma, diventa inattuale. Quell’epoca di rivoluzioni è ormai finita ed oggi oppressi e oppressori vivono gli uni accanto agli altri tranquilli, non si fanno più la guerra anche se tra loro resta l’odio. Fortini afferma di essersi arreso anche lui e di essere diventato un nemico degli oppressi (Fra quelli dei nemici scrivi anche il tuo nome).
Questa constatazione provoca in lui un senso di smarrimento, continuare a scrivere sembra inutile. Ma a prevalere in questi pensieri è la sua voce più intima, quella poetica, che lo incoraggia a scrivere ancora, a lottare contro chi vuole addormentare le coscienze (La poesia / non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi).
Il lessico scarno, il ritmo serrato, la sintassi concisa, le metafore, le ripetizioni e le contrapposizioni rafforzano la tensione emotiva di tutto il testo.

L’intellettuale, che ha coscienza delle ingiustizie e della disumanità del proprio tempo, non può isolarsi in nome di una egoistica saggezza; la poesia non può essere né rasserenante né consolatoria, non può cantare la bellezza della natura, ma alzare la propria voce irata e segnata.
Quando Fortini scrive Traducendo Brecht, la speranza rivoluzionaria è crollata, la società è pacificata e la poesia rischia di non poter essere più uno strumento messo al servizio degli oppressi. Eppure l’«odio cortese», la tranquillità ovattata con cui gli oppressori gestiscono il loro potere, devono suscitare lo stesso orrore. Compito del poeta nella pacificata società dei consumi resta quello di scrivere, di continuare a lottare, di non arrendersi.

Traducendo Brecht

Un grande temporale
per tutto il pomeriggio si è attorcigliato
sui tetti prima di rompere in lampi, acqua.
Fissavo versi di cemento e di vetro
dov’erano le grida e piaghe murate e membra
anche di me, cui sopravvivo. Con cautela, guardando
ora tegoli battagliati ora la pagina secca,
ascoltavo morire
la parola d’un poeta o mutarsi
in altra, non per noi più, voce. Gli oppressi
sono oppressi e tranquilli, gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Scrivi mi dico, odia
chi con dolcezza guida al niente
gli uomini e le donne che con te si accompagnano
e credono di non sapere. Fra quelli dei nemici
scrivi anche il tuo nome. Il temporale
è sparito con enfasi. La natura
per imitare le battaglie è troppo debole. La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

Da Una volta per sempre, in Tutte le poesie (Mondadori)

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