Estratti ed Inediti

Estratto da “Schiuma di quanti” di Durs Grünbein | L’Altrove

I versi di Grünbein sono quanto di piú ambiguo si possa pensare. Da un lato, con la loro lunghezza e la sintassi articolata, dànno l’impressione di un ragionamento logico e controllato, dall’altro propongono salti sfrenati in universi di senso a cui è possibile accostarsi solo con l’intuizione. È l’ambiguità dei grandi poeti-filosofi, categoria alla quale Grünbein appartiene ormai con piena sicurezza.
Schiuma di quanti raccoglie poesie dalle ultime tre raccolte di Grünbein pubblicate in Germania, piú una serie di versi ancora inediti.

Schiuma di quanti

Non solo le cose in sé, il come appaiono,
anche i significati che da un pezzo
hanno possono volgersi
all’irrappresentabile.
Guarda: un mandorlo
in fiore, scoperto in un angolo
del Giardino botanico, non è solo un topos
in un Lied, in una poesia d’amore,
è bensí anche pura materia organica.
Guardata da vicino, su scala minima,
invisibile all’occhio e al microscopio,
è una danza di bolle fatte di particelle da nulla
in un astratto – detto tempospazio
dalla nuova fisica, che nel tutto pone tutto
in relazioni di zero virgola nulla:
una struttura curva, a quattro dimensioni.
Se la parola è bolle, è momento
e non solo metafora che in un attimo esplode.
Ogni mandorlo è una schiuma di quanti.


Poesia metafisica

1.

Sempre al tuo fianco il nulla baluginante,
quel muto migrante secondo
che canta sempre un meno – mai un piú.
Andando per le piccole città
il vuoto del sottopassaggio, poi la piazza.
Eccoti, ma non ci sei, non ci sei mai stato.
Quando il sole è al culmine, in tutto
si fa la conta: un due tre,
ombra indiscreta, ed è già finita.

2.

Alte colonne d’aria sono i corpi
nei bagliori dell’ardente mezzodí,
e c’è anche il tuo, quello di lei, di lui.
L’ombra li tiene a un lungo guinzaglio
prima che si strappi e loro non si dissolvano.
Non c’è luogo che li conservi. Ma cos’è mai un luogo?
Un preciso punto sull’atlante, un nome annebbiato
dal Cortex, nel migrare
del proprio intimo che non ha mai pace.

3.

Lucore estivo nell’ardente sud,
le città che si svuotano, il centro sgombro
risonante di scricchiolii cartacei
quando la strada è libera e l’asfalto bolle,
è qui che dal rifugio esce il bambino
che era andato perso nelle pause
dei secondi in marcia, nelle crepe dello spazio.
Perduto in giochi a rilento, nel quotidiano
varcare il meridiano.


«L’origine del mondo»

Per poco non sarebbe mai venuta. La voluta tanto
era lí, un misero mucchietto, rossoblú e senza voce.
Il capo molle in avanti, il corpo accartocciato,
manteneva l’ultima posizione, la copilota fetale.
Non voleva. E non poteva. Si era rassegnata,
appena fuori, pista d’atterraggio intrisa di lisolo,
giú ai piedi del mondo, un liscio specchio sporco di sangue.
Silenzio in ambulatorio, fruscio di strumenti, tenevano tutti il respiro
quasi mancasse l’aria – a lei che doveva respirare.
Ed ecco l’afferrarono, la percossero cosí appesa come un pollo
a capo in giú, ai piedi rattrappiti. Ma non successe niente.
La rabbia che ti detta: Se lei non vive, la vita mi fa schifo.
E poi non c’era piú. Ma come una scintilla nell’inconscio irruppe
un grido nella stanza accanto, di cessato allarme: sono qui.


Umanista misantropo

Il cervello è un ripostiglio, è vero?
Il cervello tiene, non importa che accada, chi governi.
Il cervello in anticipo sa di ogni nuovo pericolo.
Io mi ero proposto di non soccombere. Ora
sono giunto là dove le debolezze si assommano,
un folle gioco, cercano contatti, lottano, come in famiglia
per un riconoscimento – come bambini che reclamano dei dolci.
Tentativo di descrivere se stessi. Tu sei
misantropo per socievolezza, umanista per solitudine.
Non c’è intervista che ti riassuma. Tu stesso non concepisci
di essere qui, in mezzo alla follia – perlopiú nel posto sbagliato.
Il cervello non è un bunker, ma fuori infuria la guerra
intorno a quanto è senza misura: fede, sesso, denaro.
Il cervello non dà mai pace, continua con proteste e processi.


Assenze pericolose

Ognuno è pieno di mormorii. Spinge un barile
colmo di stranezze, segreti, debolezze, un po’ fuori
di traccia, è perché non è in sé.
Pericolose sono queste assenze. Lasciano
il corpo fuori, nella pioggia. Lo consegnano
alla posta coi pacchetti, alla stazione del bus.
Sequenze della nostalgia, onde radio, che tolgono
i contorni al singolo.
E mai piú forte
che nei tempi del piú folle amore, della gelosia.
Allora giochiamo a Tarzan, ci libriamo dai fili della corrente
traverso le città, diventiamo maestri di telepatia.
Poi nell’aria appare un viso, in bolle di parole
balzano su le idee, da ultradistanze. Che razza di sguardi profondi
son questi, che voci sull’orlo del prender sonno?

L’AUTORE

Durs-Grünbein-poesie

Durs Grünbein è nato nel 1962 a Dresda, allora Ddr. Vive a Berlino. Da Einaudi ha pubblicato tre libri di poesie: A metà partita (1999), Della neve ovvero Cartesio in Germania (2005), Strofe per dopodomani e altre poesie (2011); e una raccolta di saggi: I bar di Atlantide (2018).

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