Nasceva oggi

Nasceva oggi: Gabriela Mistral | L’Altrove

Nasceva oggi la poetessa cilena Gabriela Mistral.

Lucila de María del Perpetuo Socorro Godoy Alcayaga, questo il suo vero nome, nacque a Vicuña il 7 aprile 1889.

Il suo incontro con la scrittura avvenne molto presto. A 15 anni iniziò a collaborare con il periodico locale El Coquimbo de la Serena di Bernardo Ossandón, grazie al quale conobbe la poesia di Frédéric Mistral, i novellisti russi e la prosa di Montaigne.

Nello stesso periodo anche alcune delle sue poesie furono pubblicate in La voz de Elqui e su Penumbra sotto diversi pseudonimi.

Dal 1906 iniziò, dopo innumerevoli difficoltà, a lavorare come insegnante presso alcune scuole della sua città.
Nel 1914 partecipò ad una competizione letteraria nazionale vincendo il primo premio, da quel momento in poi adotterà lo pseudonimo di Gabriela Mistral, un omaggio ai due suoi poeti preferiti: Gabriele d’Annunzio e Frédéric Mistral.

Grazie a Federico de Onís, nel 1922 a New York, la Mistral diede alle stampe la sua prima raccolta di poesie, Desolación, ciò contribuì a farla conoscere nel Nord America. Nel 1923 pubblicò in Messico Lecturas para Mujere. Si aprì per la poetessa un lungo periodo di viaggi che la portarono anche in Europa e che le consentirono di ottenere notevoli riconoscimenti, fra tutti il Premio Nobel per la letteratura nel 1945.

La poesia della Mistral rivela una grande personalità in cui confluirono diverse influenze. Da un lato troviamo una poetessa viaggiatrice, cosmopolita, dall’altro una donna legata alla sua terra di origine, il Cile, che porterà sempre nelle sue composizioni assieme alle esperienze vissute lì, tragiche e felici, che la segnarono profondamente.

Morì a New York il 10 gennaio 1957.

Tra le sue opere ricordiamo il Canto che amavi – antologia di poesie scelte a cura di Matteo Lefèvre, pubblicata da Marcos y Marcos nel 2010.

Poesie di Gabriela Mistral

L’amore che tace

Se ti odiassi, il mio odio ti darei
con le parole, rotondo e sicuro;
ma ti amo e il mio amore non si affida
a questa lingua umana, così oscura!

Tu lo vorresti mutato in un grido,
e vien così dal fondo che ha disfatto
la sua ardente fiumana, sfinito
prima ancora della gola e del petto.

Io sono come uno stagno ricolmo
ed a te sembro una sorgente inerte,
per questo mio silenzio tormentoso
più atroce che entrare nella morte


Dammi la mano

Dammi la mano e danzeremo
dammi la mano e mi amerai
come un solo fior saremo
come un solo fiore e niente più.

Lo stesso verso canteremo
con lo stesso passo ballerai.
Come una spiga onduleremo
come una spiga e niente più.

Ti chiami Rosa ed io Speranza
però il tuo nome dimenticherai
perché saremo una danza
sulla collina e niente più.


Gocce di fiele

Non cantare: resta sempre attaccato
sulla tua lingua un canto;
quello che doveva essere trasmesso.

Non baciare: resta sempre per una strana maledizione
il bacio che non viene su dal cuore.

Prega: pregare è dolce: però sappi
che la tua lingua avara non giunge
a dire il solo Padre Nostro che ti salvi.

E non chiamare come clemente la morte,
perché nel corpo di bianchezza immensa
resterà un vivo brandello che sente
la pietra che ti soffoca
ed il vorace verme che ti fora.


Intima

Non stringere le mie mani.
Verrà il tempo infinito
di riposare con molta polvere
ed ombra tra le dita intrecciate.

E tu dirai:
‘Non posso
più amarla; le sue dita
si sgranarono come le spighe’.

La mia bocca non baciare.
Verrà l’istante pieno
di spenta luce, senza labbra
starò sotto un umido suolo.

E tu dirai: ‘L’amai, ma non posso
amarla più, ora che non aspira
l’odore di ginestre del mio bacio’.

E mi rattristerò nell’udirti;
tu parlerai come un cieco ed un pazzo,
perché la mia mano sarà sulla tua fronte
quando le dita si spezzino,
e scenderà sopra il tuo volto
pieno d’ansia, il mio respiro.

Non mi toccare dunque. Mentirei
nel dirti che ti dono
il mio amore nelle braccia mie protese,
nella mia bocca, nel mio collo,
e tu, credendo d’averlo esaurito
ti sbaglieresti come un bambino ingenuo.

Perché il mio amore non è solo questo
stanco e restio covone del mio corpo,
che trema tutto offeso dal cilicio
e in ogni volo mi resta indietro.

È ciò che sta nel bacio e non nel labbro,
ciò che spezza la voce e non il petto:
ma è un vento di Dio, che passa lacerando
nel suo volo, la polpa delle carni.

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