A cura di Luca Pizzolitto per la rubrica Il Salotto dell’Altrove:
Paola Mancinelli parla di Chirurgia del vuoto
Leggi la recensione completa, a cura di Daniela Leone, su Bottega Portosepolto
Grazie Paola, bentrovata. Partiamo dalla copertina: Chirurgia del vuoto è, per me, un titolo bellissimo. Considerando il fatto che sono fermamente convinto che la poesia non vada spiegata, non vadano declinati i sentieri che conducono a significati che determinate immagini hanno per il poeta, ti chiedo però (è più forte di me, in questo caso) da dove sia nata (e come) questa immagine così forte, calzante.
L’idea di Chirurgia del vuoto nasce da un progetto, da un’urgenza letteraria, quella di indagare la verità della parola poetica che come un vero e proprio atto chirurgico, usando gli strumenti di precisione del linguaggio, è in grado di convogliare quella potenza primordiale della nominazione nei canali conoscitivi propri della ricerca, dell’esperienza, della permanenza, svettandoli nel trascendente, per poi ritornare con una più sottile percezione delle cose, del mondo. La scrittura poetica è in grado di incidere, sezionare la materia del reale, far fuoriuscire il bagliore primordiale della conoscenza e rientrare nel buio del mistero, come un sigillo, un segreto nascosto. Nasce dall’intento di esplorare quello spazio indefinito che chiamiamo “vuoto”, inteso non come assenza di materia o di significato, bensì come generatore di possibilità, portatore di innumerevoli opportunità, possibile configurazione o prefigurazione di qualcosa. La disamina di questo non-luogo (lo spazio del vuoto) appare quasi un’atmosfera sospesa sulla cui patina grava il peso del bianco, dell’assenza. La parola con la sua accuratezza, il suo rigore di significato, la sua forma e sostanza, ha la capacità di incidere la superficie della materia, del reale, del linguaggio, provocando un taglio attraverso il quale accedere al dispiegarsi del mistero, delle cose nella loro essenza. Sezionare il vuoto è un ossimoro per delineare un gesto propriamente umano, come quello di delimitare, tracciare, delineare e sezionare uno spazio, indagarne il volume, progettare l’intervento umano che si affaccia per abitarlo, fin dal primo gesto architettonico del tracciare una linea, appuntare un pensiero sulla carta, farlo vivere, eternarlo. La poesia è dare forma alle cose che non hanno ancora un nome, scegliere di stare in uno spazio di ricerca, di indagine con il fervore di tenere insieme in un delicato equilibrio il reale e l’immaginifico, ciò che non ha ancora alcun contorno e la sua prefigurazione. Tentare umanamente di delineare una rotta, tracciare un percorso la cui regola fondamentale è l’autenticità, è aderire al vero. Dare forma al non detto, fare breccia nel linguaggio per aprire, inaugurare significati nuovi, far riemergere il nostro io sommerso, farlo venire alla luce, risalire passo dopo passo le pareti del sogno, scuotendo dalla patina ovattata tutto quello che ci offusca, che non ci permette di vedere il dettaglio, la virgola, quel poco che ha il potere della meraviglia. Tiene insieme l’abisso, la vertigine del mondo interiore e la sua rappresentazione nel reale. Il salto compiuto dalla poesia è questo slancio vitale dal buio del segreto al bagliore della parola pronunciata e questa operazione straordinaria viene fatta attraverso la precisione, l’accuratezza e il rigore di un tratto, di una pronuncia, la scelta responsabile di una parola che andrà custodita, ripetuta, cantata, fatta vibrare. Altre parole non saranno all’altezza, ma proprio in questo gesto quasi sacrificale del lasciare andare, in questo taglio sta il miracolo della poesia, l’ardente magma che dalle profondità della terra viene a visitarci, a convocarci, l’animale guida che viene a cercarci nel bosco delle possibilità.
«La parola ci convoca (…) Nel silenzio apre un varco, fa breccia nel mattino», scrivi.
Che rapporto stringe, nel tuo percorso umano e poetico, la parola con il silenzio, e poi come si trasforma, nel tempo, attraverso la parola, la necessità di aprire un varco, fare breccia?

Il silenzio è la categoria principe della poesia, la sua dimensione più nitida e propria. È l’eco del pensiero che attende, che riluce nella sua potenza di suono primordiale, di trasparenza, di segno originario, di conca del tutto possibile. In questo spazio vitale e luminoso dell’ascolto e dell’attenzione il poeta sperimenta in maniera totalizzante il suo legame con il mondo, con l’elemento naturale, con il reale e l’immaginato, prefigurando la sua rappresentazione come materia, forma, linea, colore, dapprima come ombra, poi come profilo visibile. Una vera e propria sfida nel dicibile. D’altronde assenza, mancanza, imperfezione e fragilità rientrano nell’orizzonte del silenzio. Penso al lavoro sulla scrittura come ad una gestualità corporea, un atto scultoreo, uno scavo, un’archeologia dell’essere. Si lavora con la materia del verso come fosse argilla da modellare, da plasmare, un corpo che attende, un nome da pronunciare, desiderio cromatico e atto scultoreo per eccellenza. Forgiare il metallo della parola, renderlo incandescente per resistere alla dimenticanza, all’oblio, per fronteggiare l’approssimazione e far brillare alta la parola destino. Come scrive meravigliosamente Seamous Heaney nella poesia Digging a proposito della scrittura: “Between my finger and my thumb/ The squat pen rests./ I’ll dig with it”, “Tra l’indice e il pollice/ ho la penna./ Scaverò con quella”. Descrive il gesto come scavo, la forza salvifica che risiede nella mano che impugna la penna che riesce a dissotterrare una verità celata dalla superficie. Con pazienza la parola poetica toglie il superfluo, la ridondanza, rivela. Ecco il varco, la breccia.
Dice Nikola Madzirov, «Un essere umano appartiene anche agli spazi intermedi, alle case rimaste incompiute»; sulla stessa linea, Alfonso Brezmes afferma che «tutto ciò che è incompleto canta». Tu scrivi: «rimane solo una frase incompiuta / un impasto di sillabe sul tavolo». E ancora: «Eppure da un rigo mozzato / spunta la gemma». Che rapporto ha il tuo fare poesia con l’incompiuto, con ciò che sta sul margine, con la gemma che spunta da un rigo mozzato?
La poesia è un canto del limite. Il limite non ci definisce e può divenire possibilità. La soglia è una zona di passaggio, è transitoria, connette mondi, permette un attraversamento ed è uno spazio di percezione altissima, di attenzione massima. L’idea stessa del manchevole, del sospeso, dell’incompiuto si presenta come un habitus proprio della parola poetica. Il poeta valica questo confine per tentare un salto mortale verso la parola che si eterna. Chi come il poeta soggiorna in prossimità della frontiera, nel margine, sa meglio di chiunque altro che solo attraverso lo sconfinamento in situazioni-limite, si può fare esperienza di ciò che è più autentico nella nostra esistenza. La poesia parte e si serve del limite che è dinamico, non ci determina come persone, ma si delinea come sfida, come luogo e circostanza di conoscenza e di ricerca – possibilità (dynamis) – che la parola ha di superare una barriera, di essere spalancata sull’infinito. Ma la parola deve necessariamente troncarsi, deve terminare, non può essere infinita come invece è infinito il suo slancio, la sua origine. La conoscenza umana è sempre intrisa e contrassegnata da una soglia, è sempre parziale, fallibile, incompleta. Dalle feritoie passa la luce e il poeta attraversa questa ferita, portando alla luce la bellezza originaria dell’imperfezione, di ciò che è promessa, esistenza e fine.
«Comincia a sillabare le parole care / a nominare il mondo / ad abitare la parola». Il tema del dare un nome, chiamare per nome, è un argomento che torna diverse volte, all’interno della raccolta. Che cosa rappresenta, per te, da un punto di vista concreto e da un punto di vista simbolico, questo atto nominale nei confronti delle cose, del passato, delle ferite, dei luoghi?
La prerogativa della poesia è nominare, dichiarare le cose nella verità ed essenza, portarle fuori dall’oscurità da dove provengono e farle splendere nella loro ossatura ontologica. Questa capacità di nominazione e di conoscenza del mondo avviene grazie a strumenti di accuratezza, si tratta di una disciplina del linguaggio che al contempo deve fare i conti con l’arrendevolezza, la precarietà della natura umana. In poesia non c’è spazio per l’approssimazione o i vagheggiamenti. L’esperienza della poesia è un atto concreto di nominazione, rivela il mistero che circonda le cose e il mondo, valica la categoria del non detto. Il poeta lavora assiduamente sulla parola, la plasma, la scolpisce, la incide, sceglie una lingua precisa, rigorosa e sottile e le conferisce un suono, un ritmo, una visione, si serve di immagini, di simboli, di pause, di silenzio. Nessuna categoria del reale è lasciata al di fuori della parola poetica. Questa ricerca di senso che si estende all’esistenza tutta si declina in una lingua asciutta, concreta, profetica, che pur avendo come intento lo svelamento del mistero delle cose del mondo, mantiene intatta la categoria del segreto. Lo sguardo del poeta è uno sguardo spalancato, un cuore che veglia e abbraccia il mondo nella sua interezza e lo scandaglia fin nelle più fitte briciole del sottile, in una ricerca spasmodica di senso.
Oltre a vuoto, ci sono alcune parole che, nell’arco della raccolta tornano spesso, quasi fossero degli indizi, dei sassolini colorati che lasci al lettore per non uscire dai confini del percorso che hai camminato in questo libro. Paura, vertigine, aurora, eterno, silenzio, cadere, infinito, nostalgia, ferita: tutte parole che, in maniera diretta o simbolica, richiamano ad una verticalità, ad un andare dalle viscere al cielo, che è un po’ un tratto caratteristico della tua scrittura. In che misura l’alterità, il fuori da te e il verticale sono elementi del tuo scrivere e, immagino, anche del tuo percorso di ricerca umano, oltre che poetico?
L’alterità è un valore imprescindibile del linguaggio poetico, è una tensione, uno slancio, una dimensione tematica e antropologica volta alla significazione e alla configurazione simbolica della realtà e dell’orizzonte di senso nel quale si manifesta quello “spirito della lingua” di cui parla magistralmente Mario Luzi. Questo carattere dinamico della scrittura, e in particolare della scrittura poetica, si pone in ascolto dell’altro, di un “tu”, di uno sguardo e di un movimento – inteso come direzione, verso, tensione. Ed è in virtù di questo miracolo dell’alterità che hanno senso parole come memoria, ferita, nostalgia, ma anche e soprattutto infinito, eterno, poiché siamo tutti dentro ad una relazione, con il mondo, con la materia e al contempo con l’incommensurabile, con l’oltre. Se l’orizzonte di senso di questo incontro può dirsi lineare dal punto di vista dialogico e di partecipazione all’elemento naturale e creaturale, la dimensione della verticalità incarna lo slancio di un io alla ricerca di un viaggio mistico, orientato alla continua – e mai finita – ricerca del mistero.
Cosa stai leggendo adesso? Ti chiederei anche di lasciare a chi ti incontrerà attraverso questa intervista, due titoli di raccolte imprescindibili, due libri di poesia che tutti dovrebbero leggere e che, a te, hanno particolarmente segnato, aiutato nel tuo cammino in poesia.
Ho cominciato da poco la lettura de I Tolki, “I Parlanti” di Ida Travi, il cui lavoro decennale (la saga dei Tolki) è per la prima volta raccolto in un unico volume nella recente edizione de Il Saggiatore (2024). “Un’opera magica”, come l’ha definita Chandra Livia Candiani. Affascinate e straniante questo viaggio nelle parole e nel loro mistero, di cui i Tolki sono l’incarnazione: “Figure scontornate, residui d’una famiglia millenaria, parenti a venire, o antidiluviani” come la stessa Travi li descrive nella nota introduttiva. Esseri sacri e miserabili, misteriosi e semplici. Sono versi asciutti, folgoranti. E sto finendo di leggere “La mia proprietà privata”, di Mary Ruefle, NNE (2021), nella traduzione di Gioia Guerzoni. Una voce originalissima. Poeta, artista e saggista americana, la Ruefle dimostra una fervida capacità immaginifica, una tensione narrativa che si muove tra ironia e incanto delle piccole cose, una scatola magica a metà tra memoir e diario.
Se dovessi pensare a letture che hanno rappresentato e sono ad oggi per me un costante punto di riferimento in poesia, direi senza dubbio l’opera di Rainer Maria Rilke, in particolar modo le “Elegie Duinesi” che con una profondità magistrale e una forza simbolica ed evocativa, esplorano i grandi temi esistenziali, la caducità, il rapporto tra mondo visibile e invisibile, il ruolo dell’arte come ponte tra finito e infinito, il confrontarsi con il limite dell’esprimibile: “Felici quanti sanno che dietro / ogni lingua c’è l’indicibile” è un vero e proprio manifesto che il grande poeta scrive nella dedica delle Elegie al traduttore polacco Witold von Hulewicz. Rileggere Rilke è sempre necessario, richiede un lavoro di interiorizzazione. Riprendere la lettura di questo capolavoro, anche a distanza di tempo, fa emergere nuovi significati, rinnova in noi la coscienza che siamo abitati dal mistero.
E c’è Mario Luzi. “Per il battesimo dei nostri frammenti”, Garzanti (1985) è la raccolta i cui versi ho voluto porre in esergo in Chirurgia del vuoto: “C’era, sì, c’era – ma come ritrovarlo/ quello spirito nella lingua/ quel fuoco nella materia”. Il silenzio, il tono profetico e il riconoscimento del mistero che abita il nome e la parola. Non a caso l’opera si apre con la citazione dal Prologo del Vangelo di Giovanni: “In lei [la parola] era la vita e la vita era la luce degli uomini”. Luzi più avanti dirà in modo luminoso: “Vola alta, parola, cresci in profondità, / tocca nadir e zenith della tua significazione,”. La parola del principio si fa luce nel visibile, nella creaturalità e nell’accadimento, in quella pienezza di significazione, in quella vertigine di conoscenza in cui è possibile intuire, per un attimo appena, l’ineffabile.
Ti chiederei di concludere l’intervista condividendo 3 poesie tratte da Chirurgia del vuoto.
Nella notte un pensiero
scava dentro al vuoto. Un firmamento
viene giù a percuotere il linguaggio.
Non ha denti, ma abbaia al primo lampo
di senso. Ha le piante dei piedi come sassi.
Tiene serrata la mascella, non può parlare.
Disegna strani animali.
Le pareti della stanza insorgono.
Qualcosa di antico trafigge il cielo,
trattiene al centro.
Vorresti solo alzarti un po’ da terra
quel tanto che basta a celestiarti.
Questo eterno cadere
precipitare giù dal verso
dalle dita del pensiero.
Rimanere in quello spazio tra il costato
e l’aurora. Brandendo la lingua del togliere
osare un salto mortale nel nome che si arrende,
un crollo disumano che si compie
nel luogo del retrocedere.
Sbandieri la tua bocca randagia
che spalanca un bosco di figure.
Un cenno per orientarsi
nell’indifferenza degli astri.
Qui è tutto un recidere dall’alto.
Fratello mio, come è eterno ciò che tace.
Nel sonno ti arrendi ad un assedio.
La fame degli occhi che si acquieta.
Il veggente nomina l’eterno,
l’angelo rovista nel pagliaio dei nomi.
Intorno è tutto un brulicare di simboli
uno smarginare di confini
una furia immacolata di lenzuola.
Oracolo di creature abissali.
Al primo chiarore di madre, cadi
nel regno della ragione, dei contorni.
Eppure, la mancanza.
Questo dolersi di mani sconfinate.
Il battesimo di un sogno fuggito
da un altro pianeta.
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