“Inevitabile prendermi cura della sua opera”. Intervista a Milo De Angelis sull’eredità di Giovanna Sicari | L’Altrove
“Inevitabile prendermi cura della sua opera”. Intervista a Milo De Angelis sull’eredità di Giovanna Sicari | L’Altrove

“Inevitabile prendermi cura della sua opera”. Intervista a Milo De Angelis sull’eredità di Giovanna Sicari | L’Altrove

Dopo la recensione critica pubblicata ieri su Tutte le poesie di Giovanna Sicari (Interno Poesia Editore, 2026), proseguiamo il nostro approfondimento con un’intervista esclusiva a Milo De Angelis, co-curatore del volume insieme a Sara Vergari.

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De Angelis non è solo il custode filologico di quest’opera, ma il testimone privilegiato di un percorso poetico ed esistenziale condiviso. Dal primo incontro nel 1982 sulle pagine della rivista bolognese “Le porte” – «amore a prima vista», lo definisce – fino alla cura postuma dell’opera completa, il dialogo tra questi due poeti si è svolto in quella «zona di indistinzione dove vita e poesia si sono sempre incontrate».

In questa conversazione, De Angelis illumina aspetti cruciali della poetica siciliana: la tensione tra Eva e Psiche, tra carnalità e spiritualità; il rapporto con gli studi antropologici di Pavese, De Martino, Eliade; il significato del sacrificio come «fare sacro tutto ciò che scriviamo e che viviamo». Emerge inoltre un dato significativo: la presenza di Giovanna Sicari tra i nomi più citati dalle giovani generazioni di poeti, segno di un’eredità viva e operante nella poesia italiana contemporanea.

Di seguito potete leggere l’intervista integrale.

Lei ha curato questa edizione completa dell’opera di Giovanna Sicari, recuperando inediti, ordinando i testi, scrivendo la prefazione. Qual è stata la sua metodologia di lavoro? Come si è mosso tra il rigore filologico necessario a un’edizione critica e il coinvolgimento personale inevitabile quando si lavora sui testi di una persona così importante nella propria vita? E quali criteri ha seguito nella selezione e nell’ordinamento delle poesie inedite?

Nella prefazione ho seguito l’istinto, con il ricordo ancora vivo delle poesie di Giovanna, ricordando come si imprimevano sulla pagina, con quella furia espressiva che le era propria: sembravano scaturire da una zona remota di lei, portando alla luce eventi e parole sepolte nell’anima. È stato per me emozionante ridare vita a questa immagine e a questa scena creativa. Le poesie inedite sono pubblicate in ordine cronologico, con l’indicazione delle date e dei luoghi, che purtroppo nell’ultimo periodo hanno il nome dei vari ospedali, e sono state scritte in fretta tra una chemio e l’altra. In certi casi non sono nemmeno poesie vere e proprie ma appunti abbozzati a mano su un quaderno, come l’ultima del libro.

Giovanna Sicari
Giovanna Sicari in una foto di Dino Ignani

Lei e Giovanna Sicari avete condiviso non solo la vita ma anche un’intensissima ricerca poetica. Sara Vergari, nella prefazione, identifica la “carnalità” come elemento centrale nell’opera di Giovanna – carnalità intesa come sensorialità, richiamo al primitivo e al selvaggio, corpo come avamposto di indagine. Quanto questa concezione della parola poetica come corpo, come materia che brucia e si sacrifica, ha attraversato anche il vostro dialogo poetico? E in che modo la Milano di Bovisa degli anni ’80 ha nutrito questa comune tensione verso una lingua “altra”, fuori dalle convenzioni?

Giovanna era Eva ma era anche Psiche. E infatti citava spesso la celebre lettera del 1926 di Marina Cvetaeva a Boris Pasternak dove la poetessa russa metteva in campo questa duplice figura femminile. C’era in Giovanna il richiamo del primitivo e della natura ma anche l’ossessiva ricerca di una purezza spirituale e del mondo invisibile che ci governa segretamente. I suoi autori erano Pasolini ma anche John Donne, Elsa Morante ma anche Arturo Onofri, Antonio Machado ma anche Juan Ramón Jiménez, un’altalena di opposti. E la ricerca di una lingua “altra” per Giovanna non era nemmeno una ricerca, ma un possesso naturale da cui partiva la scrittura.

In “Sigillo” (1989), Giovanna compie un’operazione radicale: rompe la metrica, usa onomatopee, cerca un linguaggio “selvaggio” che “balbetta il pregrammaticale”. C’è un verso programmatico: “Emozione gettata nel grano / emozione balbetta la lingua”. Come curatore di questa opera completa, può aiutarci a comprendere cosa significava per Giovanna questa ricerca di uno “stadio selvaggio” della lingua? E quali erano i suoi riferimenti – penso a Pasolini, che lei cita nella prefazione, ma anche a quella “religio della lingua” che la Vergari indica come cifra del libro?

La tensione verso uno stadio selvaggio della lingua procede in Giovanna di pari passo con la lettura dei più noti studi antropologici, da Lévy Bruhl a Fraser, Mircea Eliade, De Martino, Cesare Pavese. Quest’ultimo – soprattutto i Dialoghi con Leucò – è sempre presente nella sua opera, tanto che Giovanna sapeva quasi a memoria un brano in tal senso significativo come La Belva e le poesie pavesiane dell’ultimo periodo, così legate all’archetipo del Contrasto. D’altra parte anche l’impegno civile di Giovanna è connesso a tale archetipo, un intreccio di storia e permanenza, di cronaca quotidiana e di tempo assoluto.

“Epoca immobile” è definito un testo “sacrificale”, dove il corpo diventa testimone della battaglia per il vero. Leggiamo versi dilanianti come “le membra e il corpo / si riposano dallo sgomento di un eccesso di vita”. Lei che ha vissuto accanto a Giovanna quella stagione della malattia, può parlarci di come la poesia sia diventata per lei un modo di attraversare – non di evadere – l’esperienza estrema del dolore fisico? E come questa “epoca immobile” dove “solo la Morte può incidere” diventi paradossalmente “motore di una ricerca a ritroso”?

Il tema del sacrificio è stato senza dubbio una viva presenza nell’opera di Giovanna. Sacrificio nel senso letterale di fare sacro tutto ciò che scriviamo e che viviamo. Tutto, dai nostri gesti più alti ai minimi oggetti della vita quotidiana. E forse tale sacrificio era il segno più tipico del suo cristianesimo, un cristianesimo singolare, privo di ogni legame con la chiesa e con le pratiche liturgiche, parente semmai delle credenze tradizionali, popolari o sotterraneamente pagane, che le erano care. Il significato della malattia è andato in questa controversa direzione, in quanto la malattia si è configurata come entità demoniaca e insieme luce dell’anima, come creatura ripugnente e al tempo stesso fonte di conoscenza.

Questa edizione include diciotto poesie inedite (1993-2003) che lei ha conservato e ora consegna ai lettori. Sono testi che attraversano la malattia, il lavoro a Rebibbia, il rapporto con i cari. Qual è stata la sua esperienza nel rileggere questi testi dopo vent’anni? E cosa aggiungono al ritratto poetico di Giovanna? Penso a versi come “le cose importanti stanno / sempre nascoste e non bisogna spaventarle” o al ricorrente “Vorrei baciarti il sangue” – quale Giovanna emerge da queste ultime carte?

Giovanna è stata fedele alla poesia fino all’ultimo. Fino all’ultimo, nella clinica romana di Monteverde, ha letto, scritto, discusso di poesia. E alcuni testi dell’ultimo periodo, come quelli da voi citati o come “Volevo quei gerani bianchi e rosa” sono all’altezza delle sue opere maggiori – ossia Sigillo, Uno stadio del respiro, Epoca immobile – e hanno il potere di far vivere in simbiosi stagioni diverse e lontane, come se in un singolo istante confluissero il passato e il futuro, il ricordo e il progetto, la rimembranza e l’utopia: una coesistenza di epoche che si arricchiscono e si parlano l’una con l’altra.

Milo De Angelis
Milo De Angelis in una foto di Dino Ignani

Nel 2005 lei ha pubblicato “Tema dell’addio”, Premio Viareggio, dedicato a Giovanna. Ora cura la pubblicazione integrale della sua opera. C’è un dialogo che continua tra le vostre due opere poetiche? E cosa significa per un poeta curare l’opera della persona amata – è un gesto che appartiene alla vita o alla letteratura, o forse proprio a quella zona di indistinzione dove vita e poesia si sono sempre incontrate nel vostro sodalizio?

Hai detto perfettamente nell’ultima frase: “quella zona di indistinzione dove vita e poesia si sono sempre incontrate”. Nel 1982 ho incontrato per la prima volta sulle pagine della rivista bolognese “Le porte” una sconosciuta Giovanna Sicari ed è stato amore a prima vista: avvertivo in lei un talento allo stato puro, un’istintiva virtù di unire poeticamente mondi che sembravano lontani e che invece, grazie al miracolo delle sue corrispondenze, rivelavano un’impensata prossimità. La conoscenza personale di Giovanna ha poi confermato la prima impressione e vi ha aggiunto una fratellanza di passioni letterarie, dai classici antichi ai grandi autori russi e francesi dell’Ottocento ad alcuni poeti italiani attuali. Inevitabili le nozze e la prosecuzione in una sola dimora di quella alleanza. Inevitabile, adesso, prendermi cura della sua opera.

A più di vent’anni dalla sua scomparsa, come colloca l’opera di Giovanna Sicari nel panorama della poesia italiana contemporanea? Quali poeti e poetesse le sono stati più prossimi – penso ad Amelia Rosselli, che la Vergari cita, o ad altre voci femminili che hanno “votato alla parola senza paura”. E quale eredità lascia una poeta che ha fatto della “battaglia con il corpo della poesia” la sua cifra esistenziale?

Avendo tenuto per la rivista “Poesia” una rubrica sui giovani poeti di oggi e avendo parlato con loro di persona, mi sono reso conto di quanto è presente il nome di Giovanna Sicari nella loro opera, nella loro formazione e nelle loro preferenze: è tra i nomi femminili più presenti in assoluto, insieme a quello di Antonella Anedda e Patrizia Valduga e naturalmente, nelle generazioni precedenti, Amelia Rosselli. Questo poi mi ha fatto pensare a quanto è atteso e necessario il libro di cui stiamo parlando, uscito in Interno Poesia per la cura meritoria di Andrea Cati e Sara Vergari, che ringrazio nuovamente di cuore.

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Ringraziamo Milo De Angelis per la generosità con cui ha condiviso non solo la memoria di Giovanna Sicari, ma anche la profondità di un dialogo poetico che continua a vivere nelle pagine di Tutte le poesie. Questa intervista, insieme alla recensione pubblicata ieri, vuole essere un contributo alla riscoperta e alla giusta valorizzazione di una delle voci più autentiche e necessarie della poesia italiana contemporanea. Un’opera che, come ci ha ricordato De Angelis, è oggi più viva che mai nelle mani e nella formazione delle nuove generazioni di poeti.