Recensione: “Umano fiorire” di Antonietta Gnerre | L’Altrove
Recensione: “Umano fiorire” di Antonietta Gnerre | L’Altrove

Recensione: “Umano fiorire” di Antonietta Gnerre | L’Altrove

La voce di Antonietta Gnerre emerge nel panorama della poesia italiana contemporanea con Umano fiorire, pubblicato da Passigli Editori nel 2025 nella prestigiosa collana fondata da Mario Luzi. Siamo di fronte a una raccolta che non si limita a raccontare il dolore della perdita, ma lo trasforma in un laboratorio linguistico dove la terra irpina, il lutto paterno e la dimensione vegetale si intrecciano in una trama di rara densità simbolica. Quello che colpisce immediatamente è l’ambizione dell’operazione poetica: Gnerre non chiede consolazione alla natura, ma le affida un pensiero, trasformando piante, radici e fiori in soggetti filosofici capaci di rovesciare la nostra prospettiva antropocentrica.

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Architettura e struttura dell’opera

La raccolta si articola in cinque sezioni – a voce bassa, liturgia delle piante i-ii-iii, così ognuno, umano fiorire, e puntiforme – che delineano un percorso insieme discensivo e ascensionale. Le tre “liturgie delle piante” fungono da pause contemplative, da respiri all’interno di un discorso poetico altrimenti concentrato sulla soggettività dolente. Questa struttura tripartita delle liturgie ricorda la scansione delle preghiere canoniche, suggerendo una dimensione rituale e sacramentale dell’atto poetico stesso.

La scelta del termine “liturgia” non è casuale: Gnerre inscrive la propria poesia in una tradizione che dal francescanesimo giunge fino a Cristina Campo (citata significativamente in epigrafe), passando per quella sensibilità ecologica ante litteram che riconosce nel creato una manifestazione del divino. Tuttavia, a differenza della mistica pura, la voce di Gnerre rimane ancorata alla concretezza della terra irpina, ai suoi “paesi della Valle”, al “Fiume Sabato”, creando una tensione produttiva tra immanenza e trascendenza.

Il lutto come generatore di linguaggio

La sezione d’apertura, a voce bassa, introduce immediatamente il nucleo tematico fondamentale: la perdita del padre e la necessità di elaborare questa assenza attraverso il linguaggio poetico. La poesia inaugurale stabilisce un tono dimesso ma non rassegnato:

Non domandare nulla.
La primavera arriva
per rimarginare
il perimetro di una ferita:
il ghiaccio dell’eterno
portato sulle nostre dita.
Non domandare perché
i germogli raschiano i gusci,
il colore da definire
– i secoli i cerchi degli alberi nei secoli –
prima di apparire
sulle colline dell’Irpinia.
Guarda come accompagna
questo pensiero,
l’impalcatura dei miei sogni
in un grammo.
Ora tutto sembra immenso.
Nell’aria è attesa di preghiera.
C’è speranza per i fiori, per noi,
per quel millimetro
che ci separa da una poesia.

Questa lirica programmatica rivela alcuni tratti distintivi della poetica di Gnerre: l’imperativo negativo iniziale (“Non domandare”), che segnala un rifiuto dell’inquisizione razionale a favore dell’accoglienza contemplativa; la metafora della primavera come cicatrizzazione; l’insistenza sulla dimensione millimetrica, minimale, “puntiforme” (come recita il titolo dell’ultima sezione) della speranza e della poesia stessa. Il verso finale è particolarmente significativo: “quel millimetro / che ci separa da una poesia” suggerisce che la poesia non sia uno stato raggiunto ma una soglia, uno spazio liminale tra il dicibile e l’indicibile.

La seconda poesia della raccolta introduce direttamente la figura paterna attraverso un’immagine ospedaliera che però si trasfigura immediatamente in visione:

Le mani dei suoi ricordi
aprono le finestre dell’ospedale.
Fanno entrare ciò che soffia dalla montagna.
E così, prima ancora di vederle,
chiudo gli occhi e le bacio.
Come si bacia un fiore,
un puntino d’immenso sull’ardesia.
Anche oggi è il sei di settembre.
Papà guarda gli alberi, la strada
per ritornare a casa.
Le mani dei suoi ricordi.
C’è pace nella conta delle cose umane,
prima dell’àncora della luce.
Anche io la vedo: è la mappa
che porto con me dal giorno
che sono nata.

L’iterazione del verso “Le mani dei suoi ricordi” crea un effetto di circolarità, come se il ricordo stesso diventasse un gesto tattile, una carezza. La data specifica (“il sei di settembre”) ancora il testo a una memoria biografica precisa, ma l’uso dell’avverbio “Anche” (“Anche oggi è il sei di settembre”) suggerisce una ripetizione rituale, un eterno ritorno del giorno della perdita o della malattia. La “mappa” finale è insieme mappa genetica, eredità paterna, e orientamento esistenziale.

La dimensione vegetale come paradigma esistenziale

Una delle caratteristiche più originali di Umano fiorire è l’identificazione progressiva dell’io lirico con il mondo vegetale. Non si tratta di semplici analogie o metafore decorative, ma di un vero e proprio pensiero per immagini che riconosce nelle piante un modello di esistenza. Le tre “liturgie delle piante” sono scritte significativamente in prima persona plurale, come se fossero le piante stesse a parlare, in una sorta di prosopopea collettiva:

Dalla Liturgia della pace:

Pregare con le pietre
andando a ritroso
sotto le bombe.
Nell’estremo dolore
del mondo.
Guardare i vostri pensieri,
ciò che resta umano
sulle dita dei confini.

Questi versi, di estrema concentrazione semantica, evocano le guerre contemporanee e la persistenza del vegetale anche nella devastazione. L’immagine delle piante che pregano “con le pietre / andando a ritroso / sotto le bombe” è di straordinaria potenza visionaria. La preghiera diventa resistenza, e la dimensione vegetale testimone della catastrofe umana.

Nella Liturgia della memoria, la voce plurale delle piante afferma:

Non abbiamo
regole grammaticali,
scriviamo con la misura della luce.

Questo verso-manifesto poetico rovescia la gerarchia convenzionale tra cultura (umana, grammaticale) e natura (vegetale, a-grammaticale). La “misura della luce” diventa un canone poetico alternativo, fondato sulla fotosintesi non solo biologica ma anche simbolica.

Il tempo circolare e l’abolizione della morte

Un tema ricorrente nella raccolta è il tentativo di abolire la morte attraverso la ciclicità naturale. Come scrive Gnerre nella sezione umano fiorire, citando in epigrafe José Tolentino Mendonça: “C’è una cosa più importante del nostro fiorire: il nostro rifiorire”. Questa idea del rifiorire come resurrezione laica, naturale, permea l’intera opera.

Particolarmente significativa è la poesia che inizia così:

Quello che avevo di te
mi parla da ciò che vedo:
un tulipano, un’onda, una foglia.
Da un silenzio che cammina accanto alle orme
del passato.
So che non verrà più l’inverno
e neanche la primavera.
Sono nei millimetri di una nuova stagione
che mi accarezza dal sostrato
di una pietra.
Ora l’estate cerca di trasformare
l’autunno, forma la narrazione
della tua figura.
Quello che avevo di te,
la nostra albedo.

La dissoluzione delle stagioni tradizionali (“So che non verrà più l’inverno / e neanche la primavera”) segnala un tempo nuovo, post-luttuoso, in cui le categorie abituali sono sospese. Il termine scientifico “albedo” (la frazione di luce riflessa da una superficie) utilizzato in chiusura è tipico della tendenza di Gnerre a ibridare linguaggio poetico e terminologia tecnico-scientifica, creando effetti di straniamento e precisione insieme.

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La lingua poetica: tra oralità e sperimentazione

Dal punto di vista stilistico, Gnerre elabora una lingua che oscilla tra la semplicità quasi prosastica di certi enunciati e improvvise folgorazioni metaforiche. L’uso dell’enjambement è sistematico e crea un ritmo spezzato, sospeso, che mima il respiro trattenuto del dolore. Frequenti sono le anafore (“Non domandare”, “Io ti custodisco”, “Sono stata in vita per opera”) che conferiscono al testo una qualità litanica, salmodica.

L’aggettivazione è spesso sorprendente: “coperta granitica per l’eternità”, “brocche del biancospino”, “tuniche del grano”. Queste metafore ardite evitano il rischio del pittoresco grazie a una logica interna che le sostiene. Gnerre non abbellisce la natura ma la pensa, la interroga attraverso accostamenti inediti.

Interessante è anche l’uso di termini tecnici o scientifici inseriti nel tessuto lirico: “endocarpo”, “sostrato”, “albedo”, “colombario”. Questa scelta linguistica allontana la poesia da un generico naturalismo sentimentale, ancorandola a una conoscenza precisa, quasi botanica, del mondo vegetale.

La dimensione autobiografica e la nonna analfabeta

Accanto alla figura centrale del padre, emerge nella raccolta anche il ritratto della nonna, delineato con tocchi delicati ma memorabili:

Camminava a piedi scalzi
per non calpestare la terra:
era felice di sapere che le ortensie
erano fiorite. Le contava nei vasi.
Diceva che amano l’ombra.
Dopo si sedeva e attendeva la lettera
che arrivava da lontano,
con la carta macchiata dai timbri
delle poste. La stringeva,
si copriva le spalle con lo scialle
e andava in cerca di un lettore,
lei non si è mai arresa
alle lontananze.
Nonna pregava nei lunghi giorni,
con le foglie di gelso tra le mani.

Questo ritratto di donna analfabeta che “non si è mai arresa / alle lontananze” è commovente per la sua essenzialità. Il particolare delle “foglie di gelso tra le mani” (probabile allusione alla bachicoltura, tradizionale nell’Italia meridionale) situa il testo in una concretezza storica e sociale precisa, evitando l’astrazione elegiaca.

Irpinia come paesaggio dell’anima

La geografia della raccolta è chiaramente definita: l’Irpinia, con le sue colline, i suoi fiumi (il Sabato), i suoi paesi. Non si tratta però di un regionalismo folklorico ma di un’assunzione del paesaggio irpino come paradigma esistenziale. Le cicatrici del terremoto del 1980, mai esplicitamente nominato ma costantemente evocato, risuonano con il trauma personale del lutto. La terra ferita dal sisma e la psiche ferita dalla perdita trovano nel vegetale che ricresce una comune promessa di rinascita.

Nella poesia dedicata all’amica Maria Luisa Leone, Gnerre scrive:

Il tuo sguardo che mi diceva altro:
provaci, proviamoci insieme
a migliorare queste terre.
Desolate dalla rabbia,
dalle ingiustizie.
Dalla paura di un sisma
che non ha mai smesso di tremare.

Il sisma che “non ha mai smesso di tremare” è insieme geologico ed esistenziale, trauma collettivo e ferita individuale che si riapre.

L’infanzia come paradiso perduto

Ricorrente è anche il tema dell’infanzia, evocata come uno stato di grazia in cui “la morte non c’era”:

Facevo finta di non sapere,
quanto fosse importante
giocare a girotondo.
Chiudevo gli occhi nei tuoi,
mentre la luce di quegli anni
illuminava le colline, i pali del telefono.
La morte non c’era.
So che sei ancora lì, a indicare
con un dito la leggenda dei soffioni.
Spiegami, papà, dove non sono.

Il gioco del girotondo assume valenza simbolica: è la circolarità del tempo prima della consapevolezza della morte, è la danza delle stagioni prima della caduta nella linearità luttuosa. Il verso “Spiegami, papà, dove non sono” è di straziante semplicità: l’io lirico chiede al padre morto di indicarle i luoghi della propria assenza, come se fosse il padre, dall’aldilà, a possedere ora la mappa completa dell’esistenza della figlia.

Questioni stilistiche e debiti letterari

Dal punto di vista delle filiazioni letterarie, Umano fiorire dialoga evidentemente con la tradizione della poesia religiosa e naturalistica italiana. I nomi in epigrafe – Etty Hillesum, Cristina Campo, Ghiannis Ritsos, José Tolentino Mendonça, Attila József, Edith Stein – delineano una costellazione di riferimenti che va dal misticismo cristiano alla poesia dell’Europa orientale, dalla testimonianza della Shoah alla teologia portoghese contemporanea.

In particolare, l’influenza di Cristina Campo è evidente nella tendenza alla miniatura, alla precisione botanica, al collegamento tra dimensione mistica e attenzione alle “cose minime”. Come Campo, anche Gnerre privilegia il frammento, la scheggia di visione, rispetto all’architettura del poema lungo.

Tuttavia, la voce di Gnerre possiede una sua originalità nel modo in cui coniuga radici meridionali, sensibilità ecologica contemporanea e ricerca linguistica. L’insistenza sulla dimensione vegetale come modello di pensiero la avvicina, per certi versi, alla recente tendenza della “critical plant studies”, senza però mai cadere in approcci teorici espliciti.

Resurrezione naturale contro annullamento definitivo

Umano fiorire rappresenta un contributo significativo alla poesia italiana contemporanea, affrontando il tema universale del lutto con una lingua personalissima. La scelta di assumere la prospettiva vegetale non è un espediente retorico ma una vera e propria epistemologia poetica: conoscere il mondo attraverso le piante significa riconoscere la ciclicità contro la linearità, la pazienza contro la fretta, la resurrezione naturale contro l’annullamento definitivo.

La raccolta si inserisce con dignità in quella tradizione poetica italiana che da Leopardi a Luzi, da Rebora a Cristina Campo, ha interrogato il rapporto tra natura e coscienza, tra finitezza umana e infinità cosmica. Gnerre non offre consolazioni facili: la morte del padre resta un vuoto incolmabile. Ma attraverso la scrittura e l’identificazione con il mondo vegetale, questo vuoto diventa generativo, si trasforma in quella “nuova stagione” di cui parla, fatta di “millimetri” di speranza.

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Il titolo stesso, Umano fiorire, con il suo deliberato rovesciamento sintattico (sostantivo + verbo invece dell’atteso “fiorire umano”), segnala una lingua che cerca nuove combinazioni, nuovi modi di dire l’esperienza. È nel fiorire – nell’atto, nel processo, nel divenire – che si situa l’umano, non in una condizione statica. E questo fiorire, come insegna la natura, è sempre anche un rifiorire, un ritorno dopo l’inverno, una resurrezione vegetale che diventa modello e promessa per la vita psichica.