Recensione: “Argine degli angeli” di Fabio Valdinoci | L’Altrove
Recensione: “Argine degli angeli” di Fabio Valdinoci | L’Altrove

Recensione: “Argine degli angeli” di Fabio Valdinoci | L’Altrove

Leggere Argine degli angeli di Fabio Valdinoci (peQuod, 2025) significa attraversare un territorio linguistico aspro e refrattario, dove la parola poetica si fa corpo pulsante e materia in disfacimento. L’autore ravennate, già attivo sia nella poesia in lingua che in quella dialettale, edifica qui un universo poetico che rifiuta ogni concessione alla leggibilità immediata, imponendo al lettore una discesa negli strati più profondi dell’esperienza esistenziale – quella zona di confine dove il respiro si fa pensiero e la carne si tramuta in linguaggio. Siamo di fronte a un’opera che esige totale disponibilità all’ascolto, che chiede di sostare nell’oscurità del senso prima che questo si riveli, che pretende quella qualità di attenzione che Fiorentini, nella prefazione, chiama giustamente “stupore”.

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Il titolo stesso – Argine degli angeli – costituisce un ossimoro programmatico: l’argine, struttura di contenimento e separazione, diviene paradossalmente luogo di transito e mediazione angelica. Non si tratta di una barriera invalicabile, ma di una zona liminale, di un confine poroso dove il terrestre e il celeste si contaminano reciprocamente. Come suggerisce Claudio Fiorentini nella prefazione, l’argine è “quella lama tagliente che separa l’insignificanza dell’esistenza dalla voce degli angeli”, uno spazio di intersezione tra dimensioni ontologiche diverse.

Architettura tripartita e movimenti tematici

La raccolta si articola in tre sezioni – “Argine valicabile”, “Il risveglio”, “Nel regno dei vivi” – che costituiscono altrettanti movimenti di un’unica partitura esistenziale. La prima sezione stabilisce le coordinate ontologiche fondamentali: la condizione umana come “emergenza transitoria”, la corporeità come peso e limite, la terra come elemento primordiale di appartenenza e dissoluzione. Nella poesia d’apertura, Valdinoci scrive:

cadono calchi di piombo
e il dove ovunque
niente da dichiarare
solo angeli
che ci accompagnano
tra le scapole
e profumo di terra

L’incipit è emblematico: i “calchi di piombo” evocano simultaneamente il peso della materia, la fissità della morte (il calco funerario) e la dimensione tipografica della scrittura. La spazialità si dissolve nell’indeterminazione (“il dove ovunque”), mentre gli angeli – presenza ricorrente e strutturante dell’intera silloge – si materializzano in una collocazione anatomica precisa (“tra le scapole”), suggerendo un’incorporazione del trascendente nella carne.

La seconda sezione, “Il risveglio”, scandisce un movimento di riattivazione della parola e del corpo, un processo di riemersione dal silenzio. La poesia diviene qui riflessione metapoetica sulla nascita del linguaggio, come in questi versi:

il contatto della parola
pronunciata cerca l’innesto
con lo spazio tra i denti
sul palato
scopre l’habitat ideale
per assorbire la spezia
raccolta in una nuvola di punti
assetati d’obbedienza

La parola viene indagata nella sua fenomenologia fisica, nel suo emergere dalla cavità orale, in un processo che è insieme biologico e linguistico. L’atto poetico si configura come “innesto”, contaminazione tra corpo e linguaggio, tra materia e senso.

La terza sezione, “Nel regno dei vivi”, sviluppa una riflessione sulla condizione umana come incompiutezza costitutiva, come transitorietà che non giunge mai a compimento:

al primo contatto
ogni traccia di umano
disinnesca l’arto
siamo opere incompiute
accostate a croci di gelso
e nel moto perpetuo
disabitiamo i dispersi

Il verbo “disabitare” – neologismo semanticamente pregnante – esprime il paradosso di un’esistenza che è simultaneamente presenza e assenza, abitazione e desertificazione. L’umanità è qui concepita come “opere incompiute”, in una prospettiva che rimanda tanto alla tradizione dell’incompiuto romantico quanto alla dimensione processuale e aperta della poesia contemporanea.

Lessico corporeo e materialità della lingua

Uno degli aspetti più rilevanti della poetica di Valdinoci è l’ossessiva presenza del lessico anatomico e corporeo: “arto”, “palato”, “denti”, “osso”, “fianco”, “gola”, “scapole”, “pelle”, “cartilagine”. Il corpo non è mai idealizzato o sublimato, ma viene colto nella sua materialità più cruda, spesso nella condizione della frammentazione, del disfacimento, della decomposizione. Si consideri questa poesia:

ogni piega di arto
ricorda che siamo fatti
di carta
si levigano sul fianco
senza cartilagine
risiedono
nelle imperfette proporzioni
superfici
di certo esaminate dove
affiorano isole di magma
che hanno sperimentato
il nostro punto di fusione

La similitudine “siamo fatti / di carta” opera una sovrapposizione tra corpo e scrittura, tra organico e testuale, suggerendo che l’esistenza umana possiede la medesima fragilità, combustibilità e temporaneità della pagina scritta. Il corpo diviene superficie su cui si inscrivono segni, tracce, cicatrici – un palimpsesto di esperienze stratificate.

Sintassi ellittica e frammentazione del discorso

Sul piano formale, Valdinoci adotta una sintassi fortemente ellittica, caratterizzata dall’assenza sistematica di punteggiatura (salvo sporadiche apparizioni) e da una paratassi che procede per accumulazione di frammenti nominali e verbali. Questa scelta stilistica produce un effetto di sospensione, di non-risoluzione, che mima sul piano linguistico la condizione esistenziale di incompiutezza e transitorietà tematizzata nei contenuti.

I versi si spezzano spesso in punti inattesi, creando enjambement che sospendono il senso e costringono il lettore a un movimento oscillatorio tra continuità e interruzione. L’assenza di maiuscole (eccetto in casi specifici come “Giona” o “Marie”) contribuisce a creare un flusso indistinto, un continuum in cui le singole poesie sembrano costituire variazioni di un’unica meditazione ontologica.

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Intertestualità e tradizione lirica

La raccolta è esplicitamente posta sotto l’egida di Rainer Maria Rilke, le cui Elegie Duinesi vengono citate in epigrafe e costituiscono un evidente modello di riferimento. Come Rilke, Valdinoci interroga la condizione umana a partire dalla figura dell’angelo – non inteso in senso religioso-confessionale, ma come simbolo di un’alterità radicale, di una dimensione di pienezza d’essere a cui l’umano può solo tendere senza mai raggiungerla. L’epigrafe dalla prima elegia (“Chi, s’io gridassi, mi udrebbe mai dalle schiere / degli angeli?”) risuona nell’intera silloge come domanda fondamentale sull’incomunicabilità e sulla distanza tra umano e angelico.

Si possono individuare ulteriori risonanze con la tradizione novecentesca italiana: l’uso di un lessico geologico e minerale richiama certa poesia di Andrea Zanzotto, mentre l’attenzione alla fisicità del dire poetico può rimandare ad Amelia Rosselli. La menzione di Jon Fosse in epigrafe alla seconda sezione inscrive inoltre il lavoro di Valdinoci in un orizzonte europeo contemporaneo, collegandolo alle poetiche del silenzio e dell’ascolto.

Immagini ricorrenti e costellazioni simboliche

Alcune immagini ricorrono insistentemente, creando vere e proprie costellazioni simboliche. La terra è elemento primordiale di appartenenza (“profumo di terra”, “più vicina alla terra”, “fedeli alla terra”), luogo di origine e destinazione finale. L’acqua appare nelle sue diverse declinazioni (mare, pioggia, vasca), spesso associata a processi di trasformazione e purificazione. Il fuoco emerge come elemento distruttivo e rigeneratore (“prende fuoco”, “sudava a fuoco”, “punto di fusione”).

Particolarmente significativa è la ricorrenza di immagini vegetali: “croci di gelso”, “foglia”, “erba madre”, “radice”, “spigoli”, che suggeriscono un radicamento tellurico dell’esistenza, un’appartenenza al ciclo naturale di crescita e decomposizione. In questo contesto, la poesia consunto fissare di osso offre un esempio paradigmatico della densità simbolica di Valdinoci:

consunto fissare di osso
insediato sul vecchio stipite
ridotto ad altare
ancora trema riarsa dal fare
luce presa dal mondo è l’inganno
e la campagna s’incrina
con tunica chiara
pare una bambina
appena dopo il pianto

L’osso – residuo estremo della corporeità, ultimo testimone della presenza – diviene “altare”, luogo di una liturgia laica della permanenza. La fiamma che ancora “trema” rappresenta una persistenza vitale nonostante l’arsura, una resistenza alla completa estinzione. L’immagine finale della campagna che “pare una bambina / appena dopo il pianto” introduce una nota di tenerezza inattesa, una vulnerabilità che contrasta con l’asprezza del contesto.

La questione della referenzialità

Una delle sfide interpretative poste da Argine degli angeli riguarda il rapporto con la dimensione referenziale. Le poesie raramente offrono coordinate spazio-temporali definite, personaggi riconoscibili, narrazioni lineari. Fanno eccezione alcune presenze enigmatiche: “Giona” (il profeta biblico inghiottito dalla balena, figura del transito attraverso la morte), “Marie” (forse Marie Curie, evocata attraverso il lessico scientifico: “luce rovente / al magnesio / le mani / ausili del purgatorio”). Queste figure emergono come frammenti di una mitologia personale, tracce di un immaginario che resta largamente inesplicitato.

La tendenza all’astrazione e alla rarefazione referenziale non produce però poesia concettuale o cerebralmente distaccata. Al contrario, Valdinoci mantiene una tensione costante verso il concreto, l’incarnato, il materiale. È una poesia che pensa attraverso le immagini, che elabora concetti attraverso la sensorialità.

Una fenomenologia del transito

Argine degli angeli è quindi un’opera di notevole ambizione e coerenza interna, che inscrive la propria voce in un orizzonte di ricerca poetica radicale. Valdinoci costruisce una fenomenologia del transito, un’indagine sulla condizione umana come permanente stato di passaggio tra nascita e morte, tra materia e spirito, tra silenzio e parola. Gli angeli del titolo non offrono salvezza o consolazione, ma accompagnano questo transito, rendendo visibile – nella loro stessa irraggiungibilità – la fragilità e la precarietà dell’esistere.

La sfida che l’autore pone al lettore è quella di un’adesione totale alla logica interna del testo, di un’immersione in un linguaggio che rifugge la comunicazione immediata per cercare una verità più profonda, accessibile solo attraverso la mediazione dello stupore poetico. Come suggerisce Fiorentini nella prefazione, questa poesia “va vissuta come processo biologico”, richiede un coinvolgimento corporeo e meditativo insieme.

Sul piano della lingua poetica italiana contemporanea, Argine degli angeli rappresenta un contributo significativo, che dimostra come sia ancora possibile rinnovare la tradizione lirica attraverso una radicalizzazione formale e tematica che non rinuncia alla profondità del dire. Resta da vedere se questa voce poetica così singolare e intransigente saprà trovare adeguato riconoscimento critico nel panorama editoriale attuale, spesso più disponibile verso forme di scrittura più immediate e comunicative. Ciò che è certo è che Valdinoci ha compiuto un gesto di assoluta necessità poetica, dando forma a una visione del mondo che merita attenta considerazione critica.

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