Sophie Di Silvio appartiene a quella generazione di giovani poeti che hanno saputo sottrarre la parola all’urlo per consegnarla al sussurro, trasformando l’intimità in spazio cosmico. In queste poesie dedicate a Davide, il corpo amato diventa geografia instabile: campo che finge la morte per rinascere, “suolo domestico”, mano-bastone percorsa dal tremore. La scrittura di Di Silvio si muove tra metamorfosi arcaiche (la lucertola, le squame, la muta) e una modernità frantumata dove “la ruggine di un giorno costruisce / la metafora di un lenzuolo usurato”. L’io lirico si fa pura funzione dell’altro: “due occhi / che battezzano il tuo arrivo e si spogliano / al tuo partire”. Ma è nell’uso della lingua che questa poetessa ventitreenne rivela la sua cifra: una sintassi trattenuta, ossimori freddi (“primigeniamente sfuggente”), immagini che scavano (“la spina di una rosa / nel deserto”). Non c’è sentimentalismo, ma pietas. L’amore qui non grida: ha “il passo lento / dei monti impauriti / quando restano soli”. Una voce già matura, necessaria.
Ve la presentiamo dunque attraverso un’intervista che indaga le radici della sua scrittura.
Grazie Sophie. Quale rapporto intrattieni con il silenzio nella tua scrittura?
Mi interessa comprendere se concepisci gli spazi bianchi, le pause, i silenzi tra i versi come elemento costitutivo del testo poetico, o se per te la poesia è principalmente densità di parola. Molte grandi poetesse – penso a Emily Dickinson, a Wisława Szymborska – hanno fatto del non-detto una forza espressiva pari alla parola scritta.
Credo non esisterebbe nessun poeta se non fosse trainato da un silenzio precedente al dire. La mia scrittura è figlia delle parole lette e madre di quelle non dette: lo spazio bianco diventa la rivelazione in cui ognuno di noi – lettori o poeti che siamo – finisce per specchiarci nel burrone creato dal vuoto dell’accapo. Quello che si ritrae dal verso, per volontà o forma espressiva, lo si ritrova l’attimo dopo nel silenzio quando si metabolizza, e ha i nostri volti.
Come ti poni di fronte alla tradizione lirica femminile?
Senti di dialogare consapevolmente con le voci delle poetesse che ti hanno preceduta – da Saffo a Alda Merini, da Sylvia Plath a Patrizia Cavalli – oppure la tua scrittura nasce da un impulso più istintivo, meno mediato dal peso della tradizione? E se dialoghi con questa tradizione, è per continuità o per rottura?
Più che un dialogo consapevole, è un riconoscersi senza scampo. Da Alda Merini ho ripreso la follia e l’infrangersi senza pudore, da Sylvia Plath il dolore di una vita scissa in due, da Anne Sexton la fragilità della disillusione, da Antonia Pozzi l’indagare la maternità fantasma, e potrei continuare con altri poeti, anche uomini. Non porto nella mia poetica la tradizione, forse a volte nella forma, ma perché mi piace sperimentare: vedere se entro nelle parentesi, se percorrendo le virgole arrivo ad un punto, e viceversa. C’è tanto più un accompagnamento, una formazione data dalle parole delle loro voci. Mi è capitato spesso nel tempo che nel periodo di lettura e studio mi ritrovassi a domandarmi più volte se fossi davvero mia, se mi appartenessi per intero, come quando si chiede a chi si è figli. Com’è possibile che sono sparsa in tutte le pagine e le parole d’altri?
Nella tua poesia prevale l’istanza confessionale o quella di trasfigurazione linguistica?
In altre parole: quando scrivi, parti dall’esperienza vissuta, dal dato biografico ed emotivo, oppure la lingua stessa – il suo potere metamorfico, la sua materialità sonora – è il vero motore della tua creatività? O forse le due dimensioni convivono in tensione?
C’è sempre una componente biografica in quello che crocefiggo nel tempo immobile di un foglio, poi è in base alle parole che intento utilizzare come chiodi, che li rendono più o meno confessionali. Si gioca con la lingua per tentare di non far trasparire troppo di sé.
Quali sono i rischi estetici che ti senti di correre nella tua scrittura?
Ogni vera poesia comporta un rischio: linguistico, tematico, formale. C’è qualcosa che desideri sperimentare ma che ancora ti intimorisce? Un territorio espressivo inesplorato, una forma che ti attrae ma che non hai ancora tentato?
Credo che oggi il rischio più grande per chi scrive poesia non sia sbagliare, ma riuscire troppo bene. Nella mia scrittura sento il pericolo di un’estetizzazione dell’intensità, e per questo mi attrae sempre di più un territorio che mi spaventa: quello della povertà formale, di una lingua quasi prosastica, del tono dimesso. Vorrei rischiare una poesia meno seducente e più scomoda, che non protegga la ferita con la bellezza, ma che a volte la lasci anche scomposta, persino brutta, pur di essere più vera.
Come concili – se lo fai – l’aspirazione all’universalità della poesia con la necessità di una voce particolarissima, irriducibilmente tua?
La grande sfida del poeta è parlare di sé in modo che quella voce risuoni per tutti, eppure restando fedele a una tonalità unica. Come vivi questa tensione tra il particolare e l’universale?
Penso che la poesia autentica non sia mai “generica”: l’universalità non si ottiene cancellando la propria voce, ma rendendola così nitida che diventa ponte per chi legge. Il mio intento è quindi scrivere ciò che mi appartiene in modo così preciso e irriducibile da diventare, paradossalmente, condivisibile. In altre parole, più sono fedele a me stessa, più ho la possibilità che altri si sentano toccati. Vivo questa tensione come un gioco: ogni volta che scrivo, provo a non sacrificare né l’intimità né la possibilità che il lettore si riconosca nel mio sguardo.
È tempo di ascoltare direttamente la sua voce. Di seguito tre poesie inedite:
a Davide
[Quando ti sveglierai sarò andata via]
Sono state accese le prime tre fiamme
dell’anno, le prime tre che si spegneranno
quando si accorgeranno di non vedere
sul dorso del tremore,
la sagoma della tua ombra.
È una notte diversa, perfino arcaica:
fa più rumore la spina di una rosa
nel deserto che la città popolata
da vivi e fantasmi.
La ruggine di un giorno costruisce
la metafora di un lenzuolo usurato —
la fragile caduta degli angeli
tiene in detenzione la parola.
Per pareggiare i conti,
vorrei essere la coperta di cielo sui tuoi piedi,
il respiro caldo dei tuoi polmoni
che precede l’alito annuvolato,
senza mani in cui specchiarsi,
capace di scacciare dall’interno le cellule
che, a ogni pianto di luna,
ti rendono una mano-bastone.
Cos’è dunque che io sia, se non due occhi
che battezzano il tuo arrivo e si spogliano
al tuo partire, una bocca scucita allentata
nella parentesi, un corpo tramutato
in suolo domestico per accogliere in silenzio
il tuo divenire? Ora che la pelle si è dilaniata
come terra, compiango tardi
il mio essere stata lucertola:
primigeniamente sfuggente alle carezze
dei tuoi organi, stanotte il tuo tegumento
sarebbe stato al sicuro tra le squame.
Con l’atto della muta, saremmo rinati insieme.
Sei il mio ultimo ospite,
il più tardi ancora vivo.
Entri senza bussare
e, con te, il rumore magro
di porte tirate a metà
per non disturbare il sonno dei morti.
Non hanno altro da offrirti
se non lasciare passare il tuo peso
sul limitare di un mondo finito.
Contiamo le ombre sulle dita
dei bambini che temono il buio:
non sanno che è l’assenza delle tue spalle
a insegnare loro come misurare il silenzio.
Ripeto il tuo nome come fosse
un amuleto. Potrebbe essermi
scappato dalla glottide,
un suono che, unito al rumore
dell’infrangersi del mare
sul tuo ventre, somiglia all’amore.
La lingua è forse l’unico luogo
dove poterti tenere al caldo,
quando le ossa, in tua presenza,
si sfregano per accampare
il primo fuoco.
Non volevo entrare
nelle crepe delle tue lettere,
fra ciò che ti tiene in piedi
e ciò che mi difende dal gelo.
È inverno: le mani parlano poco,
il fiato è poca cosa e le parole,
si tengono strette alle case.
Tu dormi. Sei un campo.
Ogni notte fai finta di morire
per tornare più verde.
Le lacrime — lo sai —
non gridano: hanno il passo lento
dei monti impauriti
quando restano soli.
Se qualcosa dovrà fiorire
in questa notte lunga,
sia la tua voce,
domani,
a darmi primavera.
L’AUTRICE
Sophie Di Silvio (2002) nasce e vive a Velletri. Suoi testi compaiono su Inverso – Giornale di poesia, Atelier International, Nazione Indiana, Radura Poetica, Il Detonatore, Laboratori poesia. La sua prima raccolta, Di Carie Venute, edita nel 2025 da Affiori.
