Anna Cascella Luciani, una voce appartata del Novecento poetico italiano | L’Altrove
Anna Cascella Luciani, una voce appartata del Novecento poetico italiano | L’Altrove

Anna Cascella Luciani, una voce appartata del Novecento poetico italiano | L’Altrove

Anna Cascella Luciani (Roma, 20 febbraio 1941 – Roma, 31 luglio 2023) rappresenta una delle voci più autentiche e originali del panorama poetico italiano del secondo Novecento e del nuovo millennio. La sua biografia, volutamente celata dalla poetessa stessa per timore che l’elemento autobiografico potesse eclissare la dimensione estetica dell’opera, costituisce tuttavia un’imprescindibile chiave interpretativa per comprendere la peculiare tessitura dei suoi versi.

Nata da madre nubile originaria di Pescara, la futura poetessa trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra Roma e l’Abruzzo, immersa in un contesto familiare caratterizzato da intensi fermenti culturali. Il nonno materno, Alfredo Luciani, poeta vernacolare e docente di lettere classiche, costituì un riferimento fondamentale nella formazione umanistica della nipote. Quando la giovane Anna raggiunse i diciassette anni, la madre contrasse matrimonio con il pittore Tommaso Cascella, figura che le conferì il cognome con cui si sarebbe identificata artisticamente. Nel 2002, in occasione del ventennale della scomparsa della madre e nella pubblicazione della raccolta i semplici, la poetessa decise di aggiungere il cognome materno alla propria firma, siglando definitivamente le proprie opere come Anna Cascella Luciani, in un gesto di riconoscenza verso colei che l’aveva cresciuta in solitudine.

Gli esordi e il riconoscimento critico

L’esordio poetico di Cascella Luciani si colloca negli anni Settanta, quando i suoi primi componimenti apparvero su riviste prestigiose quali «Nuovi Argomenti», «Action poétique» e «Salvo Imprevisti». Il vero battesimo letterario avvenne nel 1980, allorché la silloge Le voglie fu inclusa nell’antologia Nuovi Poeti Italiani 1, pubblicata da Einaudi e curata, tra gli altri, da Franco Fortini e Natalia Ginzburg. Quest’inclusione rappresentò un riconoscimento significativo da parte dell’establishment letterario italiano, posizionando immediatamente la poetessa tra le voci emergenti più interessanti della sua generazione.

Nel 1990 apparve presso Scheiwiller, nella prestigiosa collana “All’Insegna del Pesce d’Oro”, la raccolta Tesoro da nulla (1983-1989), accompagnata da un’introduzione di Franco Fortini che cristallizzò il primo giudizio critico complessivo sull’opera della poetessa romana. Fortini individuò con acribia gli elementi costitutivi della sua poetica: il giuoco delle rime, gli inciampi ritmici, gli allegri suoni che celano una sofferenza latente, la fisicità delle stagioni romane permeate da occulta mortalità. La raccolta conseguì il premio “Laura Nobile” e il premio Mondello per l’opera prima, consolidando la reputazione critica dell’autrice.

Il corpus poetico: dall’esordio alla maturità espressiva

Il percorso poetico di Anna Cascella Luciani si articola attraverso diverse stazioni fondamentali. Dopo Tesoro da nulla, nel 1996 pubblicò Piccoli Campi (Stamperia dell’Arancio), accompagnato da una Nota di Giovanni Giudici, che le valse il premio Sandro Penna e il premio “Procida, Isola d’Arturo – Elsa Morante”. Giudici rilevò nella poesia di Cascella Luciani un “parolare a passo di danza”, evocando i versi di Yeats: “Come distingueremo la danzatrice dalla danza?”. Questa osservazione coglie efficacemente l’inscindibilità tra forma e contenuto, tra musicalità e significato, che caratterizza l’intera produzione dell’autrice.

Nel 2002 apparve i semplici (Il Bulino, Roma), raccolta che ispirò il compositore Enrico Renna a scrivere sette composizioni per flauto solo, eseguite in prima assoluzione con la poetessa nel ruolo di voce recitante. Seguirono Tutte le oscurità del verde (2006), Migrazioni/a specchio (2008), quest’ultima realizzata in collaborazione con il pittore Tommaso Cascella. Nel 2011 l’editore Gaffi pubblicò Tutte le poesie. 1973-2009, volume che raccoglie l’intera produzione dell’autrice fino a quella data, con un’ampia introduzione critica di Massimo Onofri.

L’opera successiva, Gli amori terreni. 2009-2012 (Edizioni L’Obliquo, 2016), venne pubblicata in edizione non venale di centocinquanta esemplari, arricchita da un disegno di copertina appositamente realizzato da Ettore Spalletti. Nel 2020 apparve La luna e le sue forme. Testimonianze critiche per la poesia di Anna Cascella Luciani (Macabor), a cura di Marco Corsi, volume che raccoglie contributi critici e un’ampia antologia di testi editi e inediti. Nel 2022 fu pubblicato tra spighe viola pallido. 2013-2017 (Macabor), con prefazione di Giulio Ferroni. Postuma è apparsa nel 2024 l’Antologia poetica (LiberAria), con prefazione di Carmelo Princiotta.

Analisi stilistica e tematiche fondamentali

La poesia di Anna Cascella Luciani si caratterizza per una straordinaria tensione tra leggerezza formale e profondità contenutistica. La sua scrittura si articola prevalentemente attraverso versi brevi – senari, settenari, ottonari, talvolta quinari o “versicoli” caproniani – che conferiscono al dettato poetico un’agilità ritmica inconfondibile. La frammentazione versicolare, lungi dal costituire un mero espediente formale, diventa strumento di scavo nell’interiorità, modalità per catturare l’istante fuggevole dell’esperienza vissuta.

La dimensione fonica assume rilevanza capitale nell’economia espressiva di questa poesia. Le rime, spesso interne o baciate, le assonanze, le allitterazioni creano una trama sonora che Fortini definì “giuoco tonale che si vuole leggero e vago ed è invece sofferente o delirante”. Si consideri, a titolo esemplificativo, questo testo:

caro ho bisogno
dei tuoi ostacoli
dei tuoi tragitti
a ritroso dei tuoi
labirinti secolari,
troppo in fretta
da sola arriverei
fino al fondo. Caro
ho bisogno
dei tuoi passaggi
umettati dall’aurea
ammissione del bordo,
dei tuoi fraintendimenti
dei tuoi spaventi serrati,
troppo in fretta da sola
traverserei l’acre mondo

In questi versi si condensa magistralmente la poetica dell’autrice: l’amore come necessità esistenziale, come argine all’abisso, come modalità per rallentare il precipitare verso la fine. L’anafora (“caro ho bisogno”) scandisce una supplica che non è debolezza ma consapevolezza della fragilità umana. L’aggettivazione ricercata (“umettati dall’aurea / ammissione del bordo”) convive con una sintassi piana, quasi colloquiale, creando quella peculiare oscillazione tra registro alto e quotidiano che costituisce uno dei tratti distintivi della scrittura di Cascella Luciani.

La dimensione erotica e l’amore come fulcro tematico

L’amore rappresenta il nucleo tematico centrale dell’intera opera poetica di Anna Cascella Luciani. Non si tratta, tuttavia, di una celebrazione idilliaca o consolatoria del sentimento amoroso, bensì di un’indagine spietata e lucida sulle contraddizioni, le fragilità, le estasi e i tormenti che caratterizzano l’esperienza erotica. La critica ha parlato di “canzoniere erotico”, evocando parallelismi con la tradizione classica, dai Tristia e gli Amores ovidiani fino alla tradizione cortese medievale.

Si consideri questo componimento:

Stringimi.
Al tuo petto io darò
corona.
Ti amerò per sempre.
Sprona il mio giudizio
al tuo.
Sei l’unico.
Tacendo, livelli
ogni diverso.
In te trovo parole
in te converso.

La struttura paratattica, la brevità assertiva dei periodi, l’uso dell’imperativo creano un effetto di immediatezza emotiva che non esclude, tuttavia, una raffinata orchestrazione formale. La rima “corona”/”sprona” e l’assonanza “diverso”/”converso” tessono una rete di corrispondenze foniche che amplifica il senso di fusione amorosa espresso sul piano contenutistico. Il verbo “converso”, termine colto che indica il colloquio spirituale, eleva la dimensione fisica dell’abbraccio a comunione intellettuale e metafisica.

Altrove l’esperienza amorosa si tinge di malinconia retrospettiva, come in questi versi:

Mi piace questo baciarci
come bambini – questo
stare stretti
vicini –di nuovo
l’albero è verdino –
il pesco è in rosa –
il velame dei petali
coincide con le labbra –
chiedi una mano –
non sento patimenti –
la carità si sposa
ai nostri eventi –

L’aggettivo “verdino”, il diminutivo affettivo, l’immagine dei petali che coincidono con le labbra creano un’atmosfera di tenerezza fanciullesca che contrasta con la consapevolezza della precarietà implicita nell’avverbio “di nuovo”. La “carità” che “si sposa / ai nostri eventi” introduce una dimensione etica nell’esperienza amorosa, suggerendo che l’amore autentico si configura come forma di compassione reciproca, di condivisione della vulnerabilità esistenziale.

Il tempo, la memoria e la dimensione diaristica

La poesia di Cascella Luciani mantiene una “disperata fedeltà alla vita”, come osservò Antonio Fiori, riuscendo ad essere diario senza rinunciare alla qualità propriamente poetica. Il quotidiano viene trasfigurato attraverso uno sguardo capace di cogliere l’epifania nel banale, il miracolo nell’ordinario. Si consideri questo testo:

deve essere bello oggi
in montagna
qui piove
è l’ultimo giorno di marzo
alzo lo sguardo
a fianco del tetto
e la getto la palla dorata
che mima lo scettro, ci fosse
per caso un bosco di lato.

L’annotazione meteorologica (“qui piove”), la precisazione temporale (“è l’ultimo giorno di marzo”), il gesto quotidiano (“alzo lo sguardo”) costituiscono il tessuto prosastico su cui si innesta la metafora finale della “palla dorata / che mima lo scettro”, immagine che trasfigura poeticamente l’oggetto quotidiano in simbolo di sovranità fantasticata. Il condizionale finale (“ci fosse”) introduce una dimensione desiderativa che contrappone al grigiore del presente piovoso un altrove immaginato.

Analogamente, in questi versi:

c’era un cielo di tulle
dietro villa Borghese,
era dicembre, la spesa
delle feste il cielo la
faceva lancinante, celeste.

La topografia romana (“villa Borghese”), il riferimento temporale (“era dicembre”), il dettaglio prosaico della “spesa / delle feste” si fondono nell’immagine sinestesica del cielo che “faceva lancinante” la spesa, dove l’aggettivo emotivo si applica inaspettatamente all’oggetto concreto, creando uno spiazzamento semantico che costituisce il cuore dell’operazione poetica.

La riflessione metapoetica e il confronto con la tradizione

Nel panorama della poesia italiana contemporanea, Cascella Luciani si colloca lungo quella che è stata definita la “linea chiara” del Novecento, inaugurata da Umberto Saba e proseguita da poeti quali Sandro Penna, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni, Patrizia Cavalli e Vivian Lamarque. Questa tradizione privilegia la chiarezza espressiva, la musicalità del verso, l’aderenza all’esperienza vissuta, evitando sia gli oscuramenti ermetici sia le derive sperimentali più radicali.

Massimo Onofri, nell’introduzione a Tutte le poesie. 1973-2009, definisce “macerie” il contesto storico-culturale in cui la poetessa è stata costretta ad “aggirarsi”, “che, invece, sembrava nata per cantare l’amore e per confrontarsi con quelle pagane divinità”. Questa osservazione coglie la tensione tra vocazione lirica e contesto post-moderno che attraversa l’intera opera. La poetessa non fa del mito un’astrazione consolatoria, ma una “drammatica misura di approssimazione alla realtà”, come nota Marco Corsi, che definisce la sua poesia “mitobiografica”.

L’influsso della poesia penniana è stato più volte rilevato dalla critica, particolarmente nell’uso della rima, nella brevità versicolare, nell’immediatezza espressiva. Tuttavia, la voce di Cascella Luciani possiede una propria inconfondibile originalità, caratterizzata da una maggiore articolazione narrativa e da una più esplicita dimensione riflessiva. Si avvertono altresì echi caproniani nella speculazione metafisica che affiora in alcuni testi, come in questi versi:

Se l’anima stanca
si raccoglie, e ancora
stanca, ancora
stanca sceglie, è allora
che passate le soglie,
avremo diritto a
Perfezione

La malattia, la morte e la conciliazione finale

Gli ultimi anni dell’esistenza di Anna Cascella Luciani furono segnati dalla sclerosi multipla, patologia debilitante che la costrinse a una vita sempre più ritirata e a lunghi ricoveri ospedalieri. Questa condizione di fragilità fisica non spense, tuttavia, la vitalità poetica, ma la indirizzò verso una riflessione ancora più intensa sul senso dell’esistenza, sulla morte, sul rapporto tra corpo e spirito.

Onofri osserva come la poesia di Cascella Luciani sia capace di toccare profondamente la morte, di conviverci, “senza consolazioni né disperazioni, senza pentimenti né prospettive metafisiche”, manifestando piuttosto “un sentimento di totale adesione, di assoluta conciliazione” col proprio vissuto. Anche quando “stremata di vita”, “gravemente malata, lontana dagli anni di quella aggraziata e scarmigliata, sensuosissima gioventù”, i suoi ultimi versi sono “di congedo che sono anche di consenso, tra i più lievi e sereni che ci sia dato in sorte di leggere”.

Si consideri questo componimento:

torna prima
della morte
raccoglimi
di nuovo –
ti abbraccerò
più forte
ti convincerò
di quel che provo –

La supplica amorosa si intreccia qui con l’urgenza dettata dalla consapevolezza della finitezza. L’avverbio “di nuovo” rimanda a un tempo ciclico dell’amore che sfida la linearità irreversibile del tempo mortale. La promessa di abbracciare “più forte” e di “convincere” introduce una dimensione volitiva, un’affermazione di agency contro l’inesorabilità della fine.

Altrove, la riflessione sulla morte si fa più meditativa e cosmica:

dorso scintilla
solidificata
meraviglia – briglia
tesa e resa – pietra
scavata in forma
di fontana – anima
non illesa – barlume
cigno sul fiume
– albergo – rifugio –
incavo cessazione –
ombra pianeta
nuova ripetuta
formazione – creta
argilla movimento –
suono – conto
fino a cento (cento
e cinquanta la gallina
canta – animala vagula
blandula – passa e scola
l’orto di un’infanzia)

Questo testo, dalla struttura paratattica e accumulative, procede per fulminee intuizioni metaforiche che si susseguono senza connettivi logici. La citazione dell’inizio del poema adrianeo (“animula vagula blandula”) colloca la riflessione sulla morte in una prospettiva storica che attraversa i millenni, mentre il richiamo alla filastrocca infantile (“cento / e cinquanta la gallina / canta”) introduce una nota di tenerezza retrospettiva. Il corpo diventa “pietra / scavata in forma / di fontana”, metafora che suggerisce una trasformazione della materia che non è annichilimento ma metamorfosi in altra forma.

Il rapporto con le arti figurative

Un aspetto significativo dell’attività artistica di Anna Cascella Luciani è costituito dalle numerose collaborazioni con artisti visivi. La poetessa lavorò con pittori, incisori e grafici quali Ettore Spalletti, Achille Pace, Enrico Pulsoni, André Beuchat, Tommaso Cascella, Nicoletta Moncalieri, Adriana Civitarese, creando edizioni d’arte di notevole pregio estetico. Nel 2009 la Biblioteca Vallicelliana di Roma ospitò una mostra dedicata alle sue “Poesie in edizione d’arte”, curata da Fabio Guindani.

Queste collaborazioni non rappresentarono mere operazioni editoriali, ma veri e propri dialoghi interartistici in cui la parola poetica e l’immagine visiva si illuminavano reciprocamente. La sensibilità cromatica e visiva di Cascella Luciani – figlia adottiva di un pittore e attenta studiosa della letteratura anglo-americana, come testimonia il saggio I colori di Gatsby. Lettura di Fitzgerald (1995) – trovava nella collaborazione con gli artisti un’estensione naturale della propria ricerca espressiva.

L’eredità critica e il riconoscimento postumo

Nonostante la qualità indiscutibile della sua opera, Anna Cascella Luciani non ricevette in vita il riconoscimento che le sarebbe spettato. Relativamente assente dalle grandi antologie e dai compendi generazionali, la sua poesia circolò prevalentemente in edizioni di pregio, spesso non venali, raggiungendo un pubblico ristretto di conoscitori. La malattia contribuì ad accentuare questo isolamento, costringendola a una vita sempre più appartata.

Tuttavia, un nucleo di critici, poeti e intellettuali – tra cui Franco Fortini, Giovanni Giudici, Attilio Bertolucci, Natalia Ginzburg, Massimo Onofri, Marco Corsi, Giulio Ferroni, Roberto Deidier – ne riconobbe sempre la grandezza, dedicandole attenzione critica costante. Deidier scrisse che “sotto il suo passo leggero si avverte sempre il costo autentico della felicità”, formula che sintetizza efficacemente la tensione tra levità formale e profondità esistenziale che caratterizza questa poesia.

La pubblicazione postuma dell’Antologia poetica (LiberAria, 2024) e il volume di studi critici La luna e le sue forme (Macabor, 2020) rappresentano tentativi di riposizionare criticamente l’opera di Cascella Luciani nel canone della poesia italiana contemporanea. La critica più recente ha insistito sulla necessità di riconoscere a questa autrice il ruolo di voce maggiore, ingiustamente marginalizzata da dinamiche editoriali e da una certa pigrizia antologica.

Considerazioni conclusive

La poesia di Anna Cascella Luciani è un’esperienza estetica di straordinaria intensità e coerenza. Attraverso un percorso creativo che abbraccia quasi cinquant’anni, l’autrice ha elaborato un linguaggio poetico inconfondibile, caratterizzato da una peculiare sintesi di immediatezza espressiva e raffinatezza formale, di aderenza al quotidiano e trasfigurazione lirica, di levità superficiale e profondità abissale.

I nuclei tematici fondamentali – l’amore come esperienza totalizzante, il tempo come dimensione del ricordo e della perdita, il corpo come sede di gioia e dolore, la morte come orizzonte ineludibile dell’esistenza – vengono affrontati con una sincerità disarmante, priva di retorica consolatoria ma non per questo nichilista o disperata. Emerge, al contrario, una saggezza esistenziale che consiste nell’accettazione lucida della fragilità umana e nella celebrazione appassionata della bellezza effimera dell’attimo vissuto.

Sul piano formale, l’uso del verso breve, la predilezione per la rima (spesso interna o irregolare), la frammentazione sintattica, la musicalità insistita creano una prosodia riconoscibilissima che si pone in continuità con la tradizione lirica novecentesca (da Saba a Penna a Caproni) ma la rinnova attraverso un’originalità di timbro e di accento che appartiene esclusivamente a Cascella Luciani.

Nell’ambito della poesia italiana contemporanea, quest’opera merita di essere riscoperta e rivalutata, sottratta all’oblio in cui rischia di cadere. Come osservò Giovanni Giudici, tra i requisiti primari di questa poesia figura “il non annoiare il lettore”, qualità rara in un panorama poetico spesso autoreferenziale ed ermetico. La voce di Anna Cascella Luciani parla con immediatezza al cuore e all’intelligenza del lettore, offrendo una testimonianza poetica di vita vissuta che costituisce, al contempo, un’esperienza estetica di altissima qualità letteraria.

La sua eredità poetica attende ora un riconoscimento critico adeguato, che la collochi definitivamente tra le voci maggiori della poesia italiana del secondo Novecento e del nuovo millennio. La lucida disperazione, la tenerezza appassionata, la musicalità incantatrice, la sincerità senza veli che caratterizzano i suoi versi costituiscono un patrimonio letterario di inestimabile valore, capace di parlare alle generazioni future con la stessa forza con cui parlò ai contemporanei che seppero ascoltarla.

Foto di Dino Ignani.

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