Il nuovo lavoro di Alba Donati, Ragazze che scrivono poesie (Einaudi, 2025), si inserisce in un filone biografico-critico che negli ultimi decenni ha tentato di restituire centralità alle voci femminili nella storia della poesia occidentale. Dopo il successo de La libreria sulla collina, Donati intraprende un’operazione ambiziosa: raccontare le esistenze di cinque poete – Emily Dickinson, Anna Achmatova, Antonia Pozzi, Wisława Szymborska e Sylvia Plath – attraverso una modalità narrativa che fonde biografia, critica letteraria e sensibilità femminista, senza rinunciare a una componente emotiva dichiaratamente soggettiva.
Il risultato è un testo ibrido, che sfugge alle tradizionali classificazioni di genere letterario: non propriamente saggio critico, non biografia accademica, non romanzo biografico, eppure qualcosa di tutto questo insieme. È proprio questa natura liquida a costituire il pregio maggiore dell’opera, consentendo un’immersione partecipativa nelle vite narrate attraverso uno stile che privilegia l’empatia e la ricostruzione emotiva.
La struttura e il metodo narrativo
Donati costruisce il suo discorso attraverso cinque ritratti monografici, preceduti da un’introduzione programmatica in cui la prima protagonista, Emily Dickinson, viene presentata attraverso il conflitto con Thomas Wentworth Higginson, figura paradigmatica dell’incomprensione critica che incarna l’ottusità del sistema letterario patriarcale. L’autrice scrive:
«Thomas Wentworth Higginson, firma del “The Atlantic Monthly”, noto per il suo impegno contro la schiavitù, cultore dell’omeopatia, sostenitore dei diritti per le donne, a partire da quello al voto, e della concreta presenza femminile in politica. Fu Emily a volerlo conoscere, dopo aver letto i suoi consigli ai giovani scrittori su un numero della rivista. La prima lettera è del 15 aprile 1862, e il verdetto è uno dei più stravaganti errori nella storia dell’editoria: Higginson classifica le poesie di Emily tra le fortunatamente impubblicabili.»
Questo incipit metodologico è rivelatore: Donati sceglie di raccontare le poete attraverso gli ostacoli che hanno incontrato, le resistenze maschili, le incomprensioni critiche. Il suo sguardo è dichiaratamente partigiano, evidenziando come le incomprensioni non fossero casuali ma sistemiche, radicate in pregiudizi di genere che impedivano il riconoscimento del valore poetico.
Emily Dickinson: il genio recluso e la libertà della clausura
Il ritratto di Emily Dickinson è forse il più riuscito del volume, perché Donati riesce a evitare la trappola della vittimizzazione restituendo alla poeta americana la sua agency, la sua capacità di scegliere consapevolmente la reclusione come condizione di libertà creativa:
«Emily però la strada di casa non l’aveva mai persa, anzi, la strada di casa era il luogo dove poteva vivere in libertà il suo essere diversa. Aveva capito con un anticipo impressionante sui tempi che per realizzare i suoi sogni doveva avere una stanza tutta per sé. Da bambina, sua madre la chiudeva spesso a chiave in camera per punirla di qualche marachella, e non si accorgeva di quanto lei ne fosse felice.»
L’aneddoto biografico diventa immediatamente simbolo, la punizione materna si rovescia in benedizione inconsapevole. Il riferimento woolfiano alla “stanza tutta per sé” è esplicito e ricorrente nel volume. Donati interpreta la reclusione dickinsoniana non come patologia o fuga, ma come strategia di sopravvivenza artistica, come conquista di uno spazio inviolabile in cui la voce poetica può svilupparsi lontano dalle pressioni normative della società ottocentesca.
Particolarmente efficace è la ricostruzione della scena post-mortem, quando Lavinia Dickinson decide di tradire la volontà della sorella e salvare le poesie dalla distruzione:
«C’è ancora un quarto cassetto. Lavinia lo apre, e subito volano fuori centinaia di foglietti; prova a rimettere tutto dentro ma non ci riesce, le poesie volano via come farfalle. E non è finita: tra le assi di legno, Lavinia trova decine di quaderni cuciti a mano, pieni di poesie. E così, lei che è sempre stata la meno colta dei tre fratelli, prende – insieme ai suoi gatti – una decisione epocale.»
Quando il critico visita Emily per la prima volta, la scena ricostruita da Donati ha un’efficacia quasi cinematografica:
«– E poi, in fondo, perché chiamare questi testi poesie, se sono scritti in prosa? – Cosa le fa dire che non sono poesie? – trova la forza di chiedere pacatamente. – È molto semplice, non ci sono rime. Nella serra i crochi, le fucsie, le primule, gli eliotropi, i garofani sono svenuti. Emily si alza, saluta con un cenno invisibile e se ne va. Quel che è troppo è troppo.»
Questa scena cristallizza perfettamente il conflitto tra due visioni della poesia: quella tradizionale, ancorata a regole formali rigide, e quella innovativa di Dickinson, che spezza le convenzioni metriche per creare un nuovo linguaggio poetico.
Anna Achmatova: la voce del popolo e la poesia come testimonianza
Il capitolo dedicato ad Anna Achmatova rappresenta il nucleo più intenso del volume, perché qui Donati può dispiegare la dimensione storico-politica della poesia senza rinunciare alla componente esistenziale. La poeta russa viene presentata come incarnazione della resistenza culturale al terrore staliniano, e il suo rapporto con Lidija Čukovskaja diventa il simbolo della trasmissione clandestina della memoria:
«È il 1938 quando Lidija inizia a frequentare Anna Achmatova e a trascrivere i suoi bisbiglii e i suoi bigliettini. In entrambi i casi, che si trattasse di versi sussurrati all’orecchio o di poesie lette fugacemente e poi subito bruciate, Lidija fa posto nella sua memoria per depositarvi le parole dell’amica. Smette di scrivere le sue cose per lasciare più spazio alle poesie di Anna.»
Il “diario” di Lidija, citato attraverso brevi frammenti datati, offre scorci visivi potenti. Donati alterna sapientemente i dati storici – l’arresto del figlio Lev, le code davanti al carcere delle Croci, la condanna di Ždanov nel 1946 – con dettagli domestici che umanizzano la figura della poeta: la vestaglia di seta nera scucita, la poltrona senza una gamba, il tè che manca sempre.
Particolarmente toccante è la ricostruzione dell’incontro con Isaiah Berlin nel novembre del 1945:
«È il novembre del 1945, Anna Andreevna ha cinquantasei anni, e Berlin la saluta inchinandosi. L’ha capito subito: la donna che ha di fronte è una regina. Seguono ore magiche, un’intesa straordinaria su tutto. La notte passa, ma a loro non sembra importare. Parlano di amici comuni, di vita e letteratura, e Anna piange come non ha mai fatto.»
Questo incontro, puro e intellettuale, verrà distorto dalla propaganda sovietica come “visita di spie straniere”, diventando il pretesto per la persecuzione sistematica di Achmatova. La battuta attribuita a Stalin – «E così la nostra suora adesso riceve visite di spie straniere?» – rivela il cinismo del potere che trasforma ogni gesto di libertà in crimine di stato.
Antonia Pozzi: la tragedia della censura paterna e intellettuale
Il capitolo su Antonia Pozzi è il più doloroso del volume, perché qui la dinamica di oppressione si consuma nell’intimità familiare e amicale. Donati ricostruisce con precisione documentaria la rete di relazioni che hanno progressivamente soffocato la voce poetica di Pozzi: il padre Roberto, i professori universitari, gli amici filosofi, gli amanti incapaci di corrispondere alla sua intensità emotiva.
Centrale è la scena nella stanza del professore, dove Antonia attende con ansia un giudizio sulle sue poesie. Il dettaglio dei fiori di celluloide diventa simbolo dell’inautenticità che Pozzi percepisce in quell’ambiente accademico:
«Un professore di filosofia, uno che fa del razionalismo critico un modo per destituire ogni falsità, non può non far caso alla falsità di un mazzo di fiori di celluloide.»
La ricostruzione del rapporto con il gruppo filosofico della Statale mostra come il pregiudizio di genere operasse anche negli ambienti progressisti:
«Le donne, come se le immaginano gli uomini, hanno sentimenti che non controllano, hanno una creatività disordinata che eccede le regole dei canoni dominanti, cercano di uscire dalle astrazioni filosofiche per avvicinare, fino a farle coincidere, la vita e la letteratura. Il contesto maschile del gruppo filosofico della Statale invece rifiuta le emozioni troppo vive, vi vede una debolezza psicologica che porta al baratro.»
Questo passaggio sintetizza una delle tesi centrali del volume: le poete sono state marginalizzate non per difetti intrinseci alla loro scrittura, ma perché proponevano un’estetica alternativa, fondata sull’integrazione tra vita e letteratura, tra emozione e pensiero.
Wisława Szymborska: l’ironia come forma di resistenza
Il ritratto di Szymborska introduce nel volume una tonalità diversa, più leggera, giocosa, ironica. La ricostruzione dei giorni successivi al Nobel, con l’assistenza di Michał Rusinek, ha ritmo da commedia:
«Quando entra in casa della “signora Wisława” in via Chocimska 19, a Cracovia, lei è al telefono con il poeta americano Edward Hirsch per un’intervista, fuma e sorregge una lunga colonna di cenere nel palmo della mano. Poi chiude, ma poco dopo il telefono suona di nuovo, e poi ancora, e ancora, sembra impazzito, suona all’infinito. Wisława, rassegnata, gli spiega che non può fare niente, perché la presa è dietro una grossa libreria che non si può spostare. Rusinek allora le chiede un paio di forbici, e con esibita nonchalance taglia il filo.»
Particolarmente interessanti sono le pagine dedicate alla “poetica delle risposte”:
«Il principio base di Wisława è che non vuole offendere nessuno, perciò più sincera sarà la risposta, più lei sarà credibile agli occhi degli interlocutori. La sua risposta tipo suona più o meno così: “Sono desolata, ma non posso accettare l’invito perché la mia struttura psichica non me lo permette”, o perché “non mi sento emotivamente all’altezza”.»
L’ironia di Szymborska non è cinica ma empatica: nasce dalla consapevolezza della precarietà umana, dalla sottolineatura della casualità di ogni fragile vita. È un’ironia che non mira a denigrare ma a comprendere, che parte dall’umiltà epistemologica – il celebre “non so” del discorso per il Nobel – per aprirsi alla meraviglia del mondo.
Sylvia Plath: il mito della leonessa e la costruzione postuma
L’ultimo ritratto, dedicato a Sylvia Plath, si confronta con una figura già ampiamente mitizzata. L’autrice sceglie di raccontare le ultime ore di Plath in parallelo con la registrazione del primo album dei Beatles, una giustapposizione che evidenzia la contemporaneità di due modi diversi di incarnare la giovinezza:
«Alle dieci di sera, Sylvia stava mettendo a punto il suo piano. Alle dieci di sera, Sylvia stava per diventare una delle poete più amate del mondo, anche dalle stesse ragazze che sarebbero impazzite da lì a pochi mesi ascoltando John, Paul, Ringo e George cantare Twist and Shout.»
L’episodio del lancio degli abiti dal grattacielo di New York viene interpretato come “performance” anticipatrice:
«Improvvisamente la apre, e comincia a far volare giù dal ventitreesimo piano corpetti e vestiti in bianco e nero, abitini, camicie di seta. Un colpo di teatro ben congegnato: qualsiasi forma di energia, fosse distruttiva o ribelle o erotica, lei la trasformava in poesia. Quando non ci riusciva era la fine.»
Il rapporto con Hughes viene analizzato attraverso la lente dei Diari. La seconda parte registra una crisi profonda:
«La seconda parte dei diari è anche la registrazione di un tormento: l’incapacità di scrivere, di uscire dalla campana di vetro, di trovare un argomento, un motivo o una forma. L’incapacità di trovare il mondo fuori di sé. Lei a quest’altezza non lo capisce, non lo può capire, ma il disegno ideale con cui sta impostando la sua vita, la ferrea volontà di far andare le cose secondo un piano retto e mirabile, non produce scrittura.»
La grande poesia di Ariel nasce dal crollo del progetto di perfezione coniugale, dalla liberazione dalla “campana di vetro” dell’ideale domestico. Il tema del “rosso” attraversa tutto il capitolo come leitmotiv della passione che alimenta la poesia.
Il capitolo finale: la tavola rotonda immaginaria
Il volume si chiude con un capitolo metanarrativo in cui Donati immagina le cinque poete (più Virginia Woolf) sedute intorno a un tavolo rotondo. Donati rifiuta la logica gerarchica per abbracciare una visione circolare, in cui “ognuna di loro, qui, distrugge l’idea di tempo”.
Particolarmente significativa è l’introduzione della figura di Mary Carolyn Davies, poeta americana quasi completamente dimenticata, la cui lapide riporta solo l’anno di nascita seguito da un trattino vuoto:
«Quei trattini che furono cancellati da quell’Higginson che stampò il tuo primo libro di poesie, che tanto lo infastidivano perché come sulla lapide di Carolyn aprivano la porta sul nulla, su ciò che non ci è dato di conoscere con certezza. Eppure quel trattino è soprattutto una congiunzione che tiene insieme ciò che conosciamo e ciò che non conosciamo, è una corda lanciata a chi nel baratro sta scivolando.»
Il trattino diventa così il segno distintivo di una poesia che rifiuta le certezze definitive: apertura verso l’ignoto, sospensione del giudizio categorico, rifiuto della chiusura.
La dimensione della sorellanza
Uno dei temi più interessanti del volume è quello della sorellanza letteraria, del sostegno reciproco tra donne come condizione di sopravvivenza artistica. Donati dedica ampio spazio alle figure femminili che hanno sostenuto, salvato, tramandato l’opera delle poete: Lavinia e Susan Dickinson, Maggie la governante irlandese; Lidija Čukovskaja che memorizza le poesie di Achmatova; Lucia e Elvira, le amiche di Pozzi.
La “disobbedienza” diventa una categoria positiva: disobbedire alle volontà testamentarie, disobbedire agli ordini del regime, disobbedire all’autorità paterna. È una disobbedienza necessaria, che si pone al servizio di un bene superiore: la salvaguardia della poesia.
Conclusioni: un ritratto corale della poesia al femminile
Ragazze che scrivono poesie è un libro generoso, appassionato, militante. Il suo merito principale è quello di restituire umanità e complessità a figure spesso ridotte a icone o martiri. Alba Donati rifiuta tanto l’agiografia quanto la vittimizzazione, cercando di mostrare le sue protagoniste come donne concrete, contraddittorie, capaci di scelte attive.
Il volume rappresenta un contributo importante al recupero della memoria letteraria femminile. L’operazione di Donati consiste nel rendere accessibile a un pubblico ampio la storia della poesia del Novecento restituendo centralità alle voci femminili, che per troppo tempo sono state marginalizzate, misconosciute o dimenticate.
La scelta di privilegiare la narrazione biografica sulla analisi formale risponde a un’esigenza precisa: mostrare come le condizioni materiali e psicologiche dell’esistenza abbiano influenzato profondamente la produzione poetica. Non si tratta di ridurre la poesia a semplice espressione autobiografica, ma di riconoscere che il genere, la classe sociale, i vincoli familiari hanno costituito determinanti fondamentali del percorso creativo.
Il libro si legge con piacere, commuove, induce a tornare ai testi delle poete con rinnovata attenzione. Donati riesce a creare empatia con le sue protagoniste, a far sentire al lettore la loro presenza viva, la loro voce ancora risonante.
Il merito più grande di Ragazze che scrivono poesie è proprio questo: invitare a rileggere, a interrogarsi, a non dare nulla per scontato nella storia della poesia. Dopo aver chiuso il libro, il lettore sente il bisogno di tornare ai versi di Dickinson, di Achmatova, di Pozzi, di Szymborska, di Plath, con uno sguardo rinnovato, più consapevole delle battaglie che queste donne hanno dovuto combattere per far sentire la propria voce. In questo senso, Ragazze che scrivono poesie è un libro necessario, che contribuisce a rendere più ricca, più complessa, più giusta la nostra comprensione della storia della poesia.
