La raccolta Referti di Fabrizio Bregoli, edita da Società Editrice Fiorentina nella collana «pasifæ» diretta da Mario Fresa, rappresenta uno dei più rigorosi e intellettualmente sfidanti progetti poetici degli ultimi anni nel panorama italiano. Già dalla liminare dichiarazione programmatica che apre il volume, l’autore definisce con lucidità chirurgica il proprio campo d’azione: «Bisogna disimparare a scrivere / eludere quel trabocchetto facile / che porta solo a accrescere lo scacco, / sgrassare tutto il lordo del prodotto / per obbligarsi a credere alle briciole: / poesia come referto, cruda formula / la fabbrica ostinata della resa». Questa poetica della sottrazione, dell’«espunzione fino all’osso», si pone in deliberato antagonismo con la tradizione del verso nobile, inaugurando un percorso che attraversa i territori della scienza, della matematica, della fisica dei semiconduttori e delle tecniche di equalizzazione digitale per interrogare, attraverso questi linguaggi specialistici, la possibilità stessa del dire poetico contemporaneo.
L’architettura della raccolta risponde a una logica seriale e progressiva che mima, nella sua organizzazione, i procedimenti stessi della ricerca scientifica. Le sei sezioni – Diario di Galileo, Rettilario di Riemann, Apostasia del metodo, Aporie seriali, Fisica dei semiconduttori, Tecniche di equalizzazione – costituiscono altrettante stazioni di un’indagine che procede per approssimazioni successive, per «battesimi apocrifi, condensazioni in formule». La scelta di utilizzare numerazioni diverse (romani, arabi, alfabeto greco, la sequenza di Fibonacci in Aporie seriali) non è ornamentale ma risponde a una volontà strutturante: ogni sistema di numerazione impone un diverso ordine epistemologico, una diversa modalità di attraversamento del reale.
Particolarmente significativa risulta la sezione Aporie seriali, dove la numerazione segue la celebre successione di Fibonacci (0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 13, 8, 5, 3, 2, 1, 1, 0), creando un movimento di espansione e successiva contrazione che mima formalmente il contenuto stesso dei testi. Il culmine si raggiunge al numero 21, dove Bregoli scrive: «Si cela un ordine più oscuro, un fondo / di nevrosi che scalpita, pretende / la forma che la includa, la giustifichi, / rovello fondativo di ogni arte. / Lo sguardo lo sa apprendere di sbieco / e luce parassita insidia l’opera / reticolo che s’avviluppa ai volti / con il sospetto certo dell’inganno». Questo testo esplicita la consapevolezza metapoetica che attraversa l’intera raccolta: l’ordine matematico, lungi dal garantire certezza, rivela «il sospetto certo dell’inganno», l’illusorietà di ogni «pregiudizio della mimesi».
Il corpo a corpo con il linguaggio scientifico
L’operazione più radicale di Bregoli consiste nell’immersione integrale del discorso poetico nel lessico specialistico delle discipline scientifiche. Non si tratta di una mera citazione erudita o di un preziosismo stilistico, ma di un’autentica transcodificazione che mette in crisi le categorie tradizionali della lirica. In Rettilario di Riemann, l’autore elabora un’ardita metafora estesa tra la teoria dei numeri primi e una sorta di tassonomia biologica: «E gli altri – i pari, i dispari divisibili – / hanno natali spuri, ibridazioni / atipiche, lignaggi compromessi / – sono plancton ancestrale, larve e krill – / Ed i numeri primi, cetacei – lì in agguato, / residuo di un miocene inesplorabile». La stratificazione semantica qui raggiunge livelli di straordinaria complessità: i numeri primi vengono biologizzati, animalizzati, restituiti a una dimensione evolutiva che li sottrae alla pura astrazione matematica.
La sezione Fisica dei semiconduttori rappresenta forse il momento di massima tensione tra lingua della scienza e lingua della poesia. Il testo XIII, che apre la sezione con numerazione inversa, introduce il lettore in un universo lessicale ostico: «Si aggregano per bande gli elettroni, fedeli alla loro regola settaria, il codice d’onore del reticolo cristallino. Popolano i livelli quantici come occupanti abusivi, avventori di uno spazio che non gli compete». L’adozione della prosa poetica, che caratterizza questa sezione, permette a Bregoli di dilatare il discorso, di inseguire le ramificazioni del ragionamento tecnico fino a mostrarne le crepe, le zone di indeterminazione dove il linguaggio scientifico cede il passo all’analogia, alla metafora, all’antropomorfizzazione. Gli elettroni diventano «contrabbandieri o clandestini», «esuli sospesi fra autarchia ed espatrio», rivelando come anche il discorso più rigorosamente tecnico non possa fare a meno delle risorse retoriche tradizionali.
La questione epistemologica: scienza, poesia, fallimento
Al cuore della raccolta pulsa un’interrogazione radicale sulla possibilità della conoscenza. Bregoli non celebra acriticamente il sapere scientifico, ma ne mostra costantemente i limiti, le aporie, le zone di opacità. Nel Diario di Galileo, il testo III espone con folgorante brevità il nocciolo della questione: «Spesso penso che tutto si riduca / a indovinare quali le vivande / dalle briciole: alcuni / la chiamano scienza». La conoscenza scientifica è sempre parziale, inferenziale, costruita su indizi insufficienti. Più avanti, nel testo VI della stessa sezione, si precisa: «… o una firma in un angolo anonimo, una / scienza: qualcosa di falsificabile», richiamando esplicitamente l’epistemologia popperiana e il criterio di falsificabilità come discrimine tra scienza e non-scienza.
Ma è nella sezione Apostasia del metodo che questa riflessione raggiunge il proprio vertice critico. Il testo IX ricostruisce la dialettica tra caso e necessità, tra l’ordine che l’uomo vorrebbe imporre al reale e la resistenza del reale stesso a ogni canonizzazione: «La mela di Newton, il dagherrotipo / a vapori di mercurio, la muffa / intrusa nella coltura di Fleming / tutti insieme dimostrano il fortuito / di ogni scienza, come siano le formule / da sole, a incunearsi nel reale, / a uscire dall’astratto che le incarcera. / Ma è la natura a rifiutare un ordine / canonizzato dal caso, e vi innesta / nuovi dissetti, aporie da risolvere». L’«apostasia del metodo» annunciata dal titolo della sezione non è dunque un rifiuto della razionalità scientifica, ma il riconoscimento della sua costitutiva insufficienza, della necessità di integrare rigore e apertura all’imprevisto.
Metapoesia e autoriflessività critica
Una delle caratteristiche più notevoli di Referti è la costante dimensione metapoetica, la capacità del testo di riflettere sulle proprie condizioni di possibilità. Già il titolo stesso definisce lo statuto di questi componimenti: non canti, non liriche, ma documenti clinici, rapporti tecnici, resoconti oggettivi. La poesia si fa referto, diagnosi, tentativo di mappare un reale refrattario a ogni presa definitiva. Nel testo parentetico (ω) della sezione Tecniche di equalizzazione, Bregoli espone con lucidità quasi programmatica il proprio metodo: «(A ben vedere, pure questa lingua / tecnologica non abiura mai / alla sua metafora, a darsi forma / di abusivismo lirico. / Si infiltra come ipotesi gregaria / il retaggio della letteratura, / incrina il totem della lingua oggetto / in fenditure infinitesimali, / per minimi scarti differenziali. / La funzione risultante, al suo vaglio / critico, si rivela essenzialmente, / mutate le condizioni al contorno, / ennesima variante / di dannunzianesimo di ritorno.)»
L’autoironia feroce dell’explicit («dannunzianesimo di ritorno») testimonia la consapevolezza dell’autore circa l’impossibilità di sfuggire completamente al «retaggio della letteratura», all’«abusivismo lirico» che contamina anche il linguaggio apparentemente più neutro e oggettivo. Questa ammissione non invalida il progetto complessivo, ma ne rivela la natura dialettica: ogni tentativo di purificazione del linguaggio poetico porta con sé il proprio fallimento, e proprio in questo fallimento si manifesta la verità della poesia contemporanea.
La tradizione alle spalle: genealogie e rifiuti
Bregoli si colloca in una linea di ricerca che attraversa la poesia italiana contemporanea più sperimentale, da Andrea Zanzotto (esplicitamente citato nelle note al testo) a certa produzione di ricerca degli ultimi decenni. L’ambizione di far parlare linguaggi non poetici, di incorporare il lessico tecnico-scientifico nel corpo del verso, ha precedenti illustri, ma l’autore di Referti radicalizza questa operazione fino a farne non un ornamento ma la sostanza stessa del discorso. La sezione Diario di Galileo si pone come una sorta di genealogia ideale: Galileo, scienziato e insieme fondatore della prosa scientifica italiana, diventa la figura emblematica di un’epoca in cui scienza e letteratura non erano ancora domini separati.
Particolarmente significativo appare il testo X di questa sezione: «Dicevo: abiurare. Come dire acqua / pane. Non è questione / di scienza né di fede, ma di togliere / l’uomo dall’imbarazzo / dalla troppa solitudine Dio». L’abiura di Galileo viene riletta non come atto di debolezza ma come gesto necessario di sottrazione, di riduzione all’essenziale. Abiurare diventa «dire acqua / pane», tornare alle parole elementari, liberare l’uomo dalla solitudine metafisica.
Prosodia e metrica: il verso tecnico
Sul piano formale, Bregoli adotta soluzioni metriche diversificate ma sempre funzionali al progetto complessivo. Accanto a versi tendenzialmente liberi, si trovano reminiscenze endecasillabiche («la fabbrica ostinata della resa»), settenari («come ogni poesia»), misure brevi che spezzano il flusso sintattico. La sezione Rettilario di Riemann gioca esplicitamente con la dimensione metrica: il testo VII mette in scena una riflessione sul verso stesso, sugli accenti, sulle cesure: «Permea la disputa un assillo metrico / numeri primi come cesure, ἄρσις. / Insufficienti la / misura / breve // e / l’ottonario a baloccare / sobriamente divertito / vanità bamboleggiando. / L’accento di quinta guasta la musica / sfrontata – / bulimica – / e il gomitolo / rotola frenetico ipermetrica – -mente. / sesquipedal –». Il testo diventa performativo, mima nel proprio andamento l’ipermetria di cui parla, inscena la perdita di controllo del verso che «rotola frenetico».
Il Congedo in forma di criptosestina a invio condizionato che chiude il volume rappresenta il momento di massimo virtuosismo formale. Bregoli riprende la forma della sestina, codificata dalla tradizione trobadorica e petrarchesca, ma la sottopone a un trattamento che ne rivela la natura algoritmica, combinatoria. Le parole-rima (chiave, busta, messaggio, canale, errore, banda) appartengono tutte al lessico della teoria dell’informazione e della crittografia, trasformando la sestina in una sorta di protocollo di trasmissione dati. L’«invio condizionato» finale – «Digitalizza in busta esente errore / sul canale convenuto il messaggio, / spedisci se conformi banda e chiave» – condensa in tre versi l’intera poetica del libro: la trasmissione del messaggio poetico è sempre condizionata, sottoposta a vincoli tecnici, esposta al rischio dell’errore e dell’incomprensione.
Una poesia dell’insufficienza necessaria
Referti di Fabrizio Bregoli costituisce un’opera di rara coerenza e ambizione intellettuale. La scommessa dell’autore – far convivere lessico scientifico e tensione lirica, rigore formale e apertura al caso, volontà di conoscenza e consapevolezza del limite – viene sostenuta con una determinazione che non cede mai alla facilità della citazione erudita fine a se stessa. Ogni incursione nel linguaggio tecnico è motivata da un’esigenza conoscitiva autentica, ogni formula matematica o fisica diventa occasione per sondare i limiti del dicibile. Come scrive Mario Fresa nella postfazione, siamo di fronte a una «parola poetica tagliata da un sentimento di crisi» che però non si risolve in nichilismo o in pura negazione, ma in una «attiva battaglia contro le incerte (e fallimentari) risoluzioni del mistero».
La lezione più profonda di questo libro risiede forse proprio nel riconoscimento dell’insufficienza costitutiva di ogni linguaggio – scientifico, poetico, filosofico – di fronte all’opacità del reale. Ma questa insufficienza, lungi dall’essere motivo di rinuncia, diventa la condizione stessa della ricerca, l’orizzonte entro cui si dispiega la tensione conoscitiva. Il verso finale della raccolta – dopo l’apparato di bibliografia e note che inserisce il libro in un’inedita dimensione di saggio poetico – rimanda al lettore la responsabilità della scelta: «spedisci se conformi banda e chiave». Il messaggio poetico, come ogni messaggio, richiede condizioni di trasmissione appropriate, una sintonia tra emittente e ricevente. Referti è un libro che non facilita questa sintonia, che anzi la rende deliberatamente problematica. Ma proprio in questa difficoltà risiede la sua necessità e la sua grandezza.
L’AUTORE
Fabrizio Bregoli, laureato con lode in Ingegneria Elettronica, lavora nel settore degli impianti di telecomunicazione.
Ha pubblicato le raccolte di poesia: “Il senso della neve” (puntoacapo, 2016 – Premio Rodolfo Valentino, Finalista al Premio Caput Gauri), “Zero al quoto” (puntoacapo, 2018 – Premio Guido Gozzano, Premio Letterario Internazionale Indipendente, Premio Albiatum), “Notizie da Patmos” (La Vita Felice, 2019 – Premio Città di Umbertide, Città di Chiaramonte Gulfi e Finalista al Premio Lorenzo Montano) e “Referti” (Società Editrice Fiorentina, 2025). Ha inoltre pubblicato per i tipi di Pulcinoelefante il libriccino d’arte “Grandi poeti” (2012) e per la collana Fiori di Torchio la plaquette “Onora il padre” (Serégn de la memoria, 2019).
Sue opere sono state pubblicate in “Lezioni di Poesia” (Arcipelago, 2015) a cura di Tomaso Kemeny e in molte riviste letterarie, antologie e blog di poesia.
È incluso nel “Dizionario critico della poesia italiana” (SEF, 2021) a cura di Mario Fresa e censito sul sito “Italian Poetry” (https://www.italian-poetry.org/fabrizio-bregoli/).
Collabora con i blog di poesia “Laboratori Poesia” e “Poeti Oggi”.
Il sito sulla sua poesia e sulla sua attività in ambito letterario è https://fabriziobregoli.com/

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