In memoria di Anna Toscano, poeta e tessitrice di memorie | L’Altrove
In memoria di Anna Toscano, poeta e tessitrice di memorie | L’Altrove

In memoria di Anna Toscano, poeta e tessitrice di memorie | L’Altrove

Anna Toscano, trevigiana d’origine e veneziana d’adozione, si è spenta l’8 dicembre 2025 all’età di cinquantacinque anni, lasciando un vuoto incolmabile nella comunità letteraria italiana. La sua figura incarnava quella di intellettuale completa: poeta, docente universitaria, critica letteraria, fotografa, giornalista, curatrice editoriale e organizzatrice culturale.

Docente di Lingua Italiana presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia, Toscano ha dedicato la propria vita accademica all’insegnamento e alla ricerca nell’ambito dell’interculturalità, della mediazione culturale e della glottodidattica. La sua formazione linguistica testimonia un interesse per la parola come strumento di inclusione e dialogo, tema che attraversa tutta la sua produzione.

Viveva a Venezia da sette anni con il marito Gianni Montieri, poeta napoletano, in una casa dietro Campo Santo Stefano. La città lagunare rappresentava per lei fonte inesauribile di ispirazione: luogo dove si consumava quotidianamente il suo amore per la parola, per l’immagine fotografica, per quella liquidità esistenziale che permea la sua opera.

L’opera poetica: un percorso tra memoria e quotidianità

Il percorso poetico di Anna Toscano attraversa oltre vent’anni di scrittura. Le sue prime raccolte furono Controsole (LietoColle, 2004) e All’ora dei pasti (LietoColle, 2007), cui seguirono Only distance (2011), Doso la polvere (2012), Una telefonata di mattina (2016), Al buffet con la morte (La Vita Felice, 2018), fino all’ultima silloge Cartografie (Samuele Editore, 2024).

Questa produzione rivela una straordinaria coerenza tematica e stilistica. La scrittrice costruisce un universo lirico dove la quotidianità domestica e urbana diventa epifania del senso profondo dell’esistenza. Non si tratta di poesia crepuscolare nel senso gozzaniano, ma di una lirica che sa estrarre dalla materialità delle cose – le teiere, le colazioni, le piastrelle della cucina, i mercati – una dimensione metafisica.

Al buffet con la morte: la meditatio vitae attraverso la meditatio mortis

L’opera forse più significativa rimane Al buffet con la morte (2018), libro che si presenta già dal titolo come una meditatio mortis, ma che rovescia il monito tragico in riflessione dolente e pacata. La morte non viene colta nel suo aspetto sublime o terrifico, ma nella sua presenza familiare, quasi domestica.

Come ha scritto la critica, Toscano aveva di recente banchettato con la morte “in punta di penna”, anticipando forse inconsapevolmente il proprio destino. In una delle poesie più emblematiche del volume, la morte diventa commensale abituale:

C’era sempre la morte
a tavola con noi
stesa sul tavolo
col suo dito ossuto
faceva cadere qualcosa
sempre sul tovagliolo
di mio papà.

La specificità della sua scrittura risiede in questa capacità di guardare la morte con occhi infantili – l’espressione “mio papà” non è casuale – cogliendo nella decadenza fisica dei familiari la presenza di quella che con pudore chiama “la grande mietitrice”. Come ha notato Nadia Terranova nella postfazione, leggendo le poesie di Toscano si torna lettori bambini, si vedono le proprie colazioni, le proprie briciole, i propri tortellini in brodo.

Il libro diventa così, attraverso ventisei brevi movimenti, una sonata dove la presenza di un basso continuo – la morte – accompagna temi che si alternano in primo piano. L’autrice costruisce una galleria di persone familiari colte sulla soglia del nulla, restituendo dignità letteraria a quello che Terranova definisce “il tabù massimo”, reso però naturale e limpido come l’acqua.

In un’altra serie di testi la morte viene colta nel momento del morire, quando il soffio vitale lascia il corpo. È la visione del corpo inanimato che sembra ossessionare lo sguardo dell’autrice, quel restare immobile in assenza di vita che racchiude il mistero dell’esistenza e che può essere evocato nel suo trasformarsi attraverso la parola:

Porto i miei ricordi
al forno crematorio
bruceranno un poco
alla volta
mi restituiranno
ceneri di parole:
il mio nuovo corpo.

Nelle ultime poesie del libro vi è una prefigurazione della propria morte, quasi un gioco infantile ma serissimo sul senso del proprio finire. È in questo passaggio che il libro di Toscano diventa da meditatio mortis una meditatio vitae, sul senso profondo della fine che rende autentica l’esistenza. La speranza infantile, al tempo stesso tenera e terribile, di immaginare la scena della propria fine emerge con forza in una delle poesie più commoventi della raccolta:

Talvolta immagino come sarà per me
immagino di scendere dal letto
infilare le pantofole e
mentre vado al buio
nell’altra stanza
per prendere gli occhiali
una sagoma di luce tenue
l’immagine di mia madre
che mi avvolge.
Ed è finita lì.
Oppure mentre vado al lavoro
salendo un ponte volti
fermi che mi guardano
gradino dopo gradino
volto dopo volto
rallento
scendo il ponte
e lungo la calle
ai lati file di persone che
mi sorridono con tratti noti
occhi bocche nasi ciglia
come uscissero da cornici su mensole
inizio a capire ed ecco
dal fondo avanzare mia nonna
mio nonno mio padre la Maria
mia madre che si stacca dagli altri
per venire verso me
io torno quattrenne e con
le mie scarpette con gli occhi
le corro incontro
lei mi solleva in braccio e
tutto ricomincia, finalmente
tutto diversamente.

O non sarà così,
sarà un attimo e poi niente.

Questa poesia rappresenta forse il culmine della raccolta: la morte come ritorno all’infanzia, come ricongiungimento con i familiari scomparsi, ma anche la lucida consapevolezza che tutto potrebbe essere semplicemente nulla. L’oscillazione tra speranza e disperazione, tra credenza e scetticismo, tra desiderio infantile e razionalità adulta, costituisce il nucleo emotivo dell’intera opera.

Ma la morte si manifesta anche negli oggetti lasciati, nel quotidiano interrotto:

Morirò lasciando
il bollitore rosso sul fuoco
le pantofole di velluto spaiate
morirò lasciando
progetti iniziati
progetti sempre pensati
idee da portare avanti
grazie non detti?
Lascerò i cani?
Fiori potati.

L’elenco di oggetti e progetti incompiuti diventa una meditazione sull’essenza stessa della vita umana: sempre in fieri, sempre interrotta, sempre incompiuta. La morte non conclude nulla, semplicemente interrompe.

Cartografie: luoghi e relazioni

La sua ultima raccolta, Cartografie (2024), si muove tra luoghi e relazioni umane. Composta da testi inediti e da editi revisionati, nasce dal bisogno di amalgamare in una storia in versi i temi ricorrenti della sua opera. Particolarmente significativa è la dimensione veneziana, ma anche la riflessione più ampia sui luoghi abitati, sui corpi amati, sulle vite attraversate.

In una delle poesie più rappresentative della raccolta, Toscano traccia un bilancio esistenziale che è insieme topografico e sentimentale:

QUI, DOVE VIVO

In queste due dozzine di anni
ho calpestato
queste migliaia di pietre,

a due piedi
a quattro piedi
a decine di piedi,

ho baciato sotto quell’unico lampione
cinque bocche
venti bocche
quante bocche,

ho dormito in questo letto
con quante persone
tante persone,

i sogni? I sogni
li ho infranti tutti
con una lancia sola.

Questa poesia rappresenta una vera e propria cartografia affettiva ed esistenziale. Le pietre calpestate diventano misura del tempo vissuto, i baci sotto il lampione segnano le tappe sentimentali, il letto è il luogo dell’intimità e della solitudine. La progressione numerica (cinque bocche, venti bocche, quante bocche) traduce l’impossibilità di contare, di misurare, di circoscrivere l’esperienza vissuta. E infine, il verso conclusivo – “i sogni li ho infranti tutti / con una lancia sola” – introduce una nota di disillusione, di consapevolezza dolorosa che contrasta con l’accumulo vitale dei versi precedenti.

L’occhio fotografico di Toscano – aspetto fondamentale della sua scrittura – scatta continuamente foto che sprigionano storie, attese, amori, evocando figure assenti ma anche apparizioni letterarie: Brodskij con la giacca a scacchi al mercato di Rialto, Daniele Del Giudice, Susan Sontag col ciuffo bianco, Mariano Fortuny col tabarro.

Come osserva la critica, la parola morte non compare in nessuna poesia di Cartografie, ma i morti sono vive assenze che segnano i giorni. La precarietà esistenziale viene controbilanciata dal desiderio di tenere insieme persone e cose, avvolte dalla pelle delle parole.

La cifra stilistica: essenzialità e sguardo fotografico

La scrittura di Anna Toscano si caratterizza per un minimalismo verbale che non è riduzionismo ma essenzializzazione. È capace di vedere la poesia nei semplici gesti quotidiani e di raccontarla con brevità efficace, senza parole superflue. Questa economia espressiva arricchisce il testo di densità semantica.

L’uso sapiente dei verbi all’infinito, l’attenzione alla materialità degli oggetti, il dosaggio preciso degli aggettivi rivelano una consapevolezza artigianale della parola. Toscano appartiene a quella tradizione italiana che da Saba arriva a Bertolucci e Patrizia Cavalli, dove la chiarezza non è banalizzazione ma conquista di verità.

La sua poesia rifugge l’oscurità ermetica senza cadere nel prosaico. Ogni componimento è costruito come una natura morta fiamminga: oggetti comuni disposti con cura, illuminati da una luce particolare che ne rivela l’essenza. Le colazioni, le stoviglie, i mercati non sono mai decorativismo ma luoghi epifanici dove si manifesta il senso ultimo dell’esistenza.

L’attività fotografica di Toscano non è separabile dalla sua scrittura poetica. I suoi scatti sono apparsi in riviste, manifesti, copertine di libri, mostre. Come lei stessa affermava, poesia e fotografia nascevano dalla stessa fonte: guardare le cose, la quotidianità. Questo sguardo fotografico informa profondamente la sua scrittura: le poesie sono istantanee verbali, momenti colti con la precisione dell’obiettivo, ma che restituiscono anche il prima e il dopo, la memoria che precede e l’assenza che segue.

L’impegno critico e curatoriale: Goliarda Sapienza

Se come poeta Anna Toscano ha lasciato un’opera di notevole spessore, il suo contributo più significativo alla cultura italiana contemporanea risiede nel lavoro critico dedicato a Goliarda Sapienza.

Nel 2023 pubblicò Il calendario non mi segue. Goliarda Sapienza per la collana Electa dedicata alle protagoniste femminili del Novecento italiano. Quest’opera rappresenta il coronamento di oltre quindici anni di studio appassionato. Come raccontava lei stessa, il suo amore per Goliarda nacque nel 2008, quando ricevette in dono L’arte della gioia, all’epoca firmato da una scrittrice pressoché sconosciuta.

Da quel momento iniziò una ricerca ostinata: negozi dell’usato, biblioteche, siti internet, prime edizioni reperite a un euro sulle bancarelle. Quando seppe dell’esistenza di poesie inedite di Sapienza, come lei stessa raccontò, “impazzì all’idea” perché aveva pensato fin da subito che l’autrice dovesse aver scritto in versi.

Il suo contributo critico all’opera di Sapienza è stato fondamentale. Scrisse la postfazione all’edizione delle poesie Ancestrale (2013), opera che Sapienza aveva composto negli anni Cinquanta dopo la morte della madre e che era rimasta per mezzo secolo chiusa in una cassapanca. Come notato dalla critica, Toscano fu la prima a mettere mani con strumenti critici e sensibilità nell’opera nascosta da cinquant’anni.

Nelle sue analisi riuscì a dimostrare che in Ancestrale c’era intera la ragione poetica di Sapienza, l’idea di letteratura che avrebbe informato successivamente i suoi romanzi. Identificò le radici profonde della scrittura sapienziana: la madre Maria Giudice, la Sicilia dell’infanzia, il padre Peppino Sapienza, il senso e il ritmo della parola che l’avrebbe definita anche nella narrazione.

Toscano sottolineò come Ancestrale fosse il romanzo personale di questa scrittrice, la testimonianza di come la poesia e la scrittura fossero sì un’arte e un bisogno di bellezza a cui rispondere, ma anche un dono ereditato dagli antenati da non smarrire nonostante l’assedio della vita.

L’impegno per Sapienza si concretizzò anche in forme performative. Realizzò lo spettacolo teatrale “Voce di donna Voce di Goliarda Sapienza”, dando voce fisica ai testi dell’autrice siciliana. Questa dimensione orale era centrale per Toscano, che aveva ideato e condotto la trasmissione radiofonica “Virgole di poesia” per Radio Ca’ Foscari e racconti per “Le Meraviglie” di Rai Radio 3.

Chiamami col mio nome: l’antologia della poesia femminile

Dal lavoro di curatela per la rubrica “Venerdì in versi” sulla testata online “La Rivista Intelligente” nacque l’antologia Chiamami col mio nome. Antologia poetica di donne (La Vita Felice, 2019), cui seguì un secondo volume. Quest’opera rappresenta un contributo significativo alla riscoperta della poesia italiana al femminile.

Il titolo stesso è programmatico: chiamare per nome significa riconoscere l’identità, restituire dignità e visibilità. Toscano si batteva per far uscire le autrici dai “piccoli box a pié di pagina dei manuali scolastici” per collocarle nel mainstream della letteratura italiana.

Come affermava, parlare delle donne come autrici oggi non è solo una postura, come poteva essere vent’anni fa. C’era maggior consapevolezza da parte di lettori, editori e operatori culturali. Il suo lavoro si inseriva in un movimento più ampio di rivalutazione delle scrittrici del Novecento, da Goliarda Sapienza a Magda Szabó, da Janet Frame ad Anna Maria Ortese.

L’ultima stagione: progetti e impegno civile

Negli ultimi anni Toscano aveva allargato il suo raggio d’azione alla saggistica divulgativa. Nel 2023 pubblicò, con Gianni Montieri, 111 luoghi di Venezia che devi proprio scoprire e collaborò a The Passenger Venezia. Non si trattava di guide convenzionali ma di mappe affettive, dove la topografia urbana si intrecciava con la biografia personale e la storia letteraria.

Nel 2023 pubblicò anche Con amore e con amicizia. Lisetta Carmi (Electa), ulteriore tassello del suo impegno per le figure femminili della cultura italiana. Lisetta Carmi, fotografa genovese di straordinaria sensibilità, rappresentava un’anima affine: anche lei aveva saputo guardare il reale con occhi capaci di cogliere l’invisibile, di restituire dignità agli emarginati.

Toscano aveva fondato “Lo Squero della parola”, laboratorio di scrittura a Venezia. Il nome richiama il cantiere dove si costruiscono e riparano le gondole: analogamente, il suo laboratorio era il luogo dove si costruivano e riparavano le parole. Questa attività rivela una concezione democratica della letteratura: la scrittura come diritto e possibilità per tutti, non privilegio elitario.

Toscano era nel direttivo scientifico di Balthazar Journal ed era stata nel direttivo della Società Italiana delle Letterate (SIL), istituzione fondamentale per lo studio e la promozione della scrittura femminile in Italia. Il suo impegno non era formale ma sostanziale: pubblicava saggi, organizzava convegni, faceva rete tra studiose, scrittrici e lettrici.

Come scriveva sul Sole 24 Ore, l’impegno letterario è anche impegno civile. Dare voce alle scrittrici dimenticate, valorizzare la produzione letteraria femminile, costruire reti di solidarietà culturale: tutto questo faceva parte di un progetto più ampio di giustizia culturale.

Toscano scriveva per testate prestigiose come Il Sole 24 Ore, Doppiozero, minima&moralia, Nazione Indiana, Artribune, Leggendaria. I suoi articoli spaziavano dalla critica letteraria alla fotografia, dall’urbanistica alle riflessioni sulla lingua italiana, rivelando una molteplicità di interessi e competenze.

La poetica della soglia: morte come presenza

Uno degli aspetti più originali della scrittura toscana è la capacità di collocare la morte non nell’aldilà ma nell’aldiqua, non nella trascendenza ma nell’immanenza. La morte non è l’evento terminale che conclude la vita ma la presenza costante che accompagna l’esistenza quotidiana.

Questo approccio ricorda certe intuizioni della fenomenologia esistenziale: la morte non è qualcosa che ci attende alla fine ma la struttura stessa del nostro essere-nel-mondo. Toscano traduce questa intuizione filosofica in immagini domestiche di straordinaria efficacia. La morte che fa cadere la forchetta al padre, che rovescia l’acqua alla madre, è la finitudine che abita ogni gesto.

Eppure questa consapevolezza non genera angoscia esistenziale ma, paradossalmente, un più intenso amore per la vita. Come notato dalla critica, nelle ultime poesie di Al buffet con la morte vi è una prefigurazione della propria morte che trasforma il libro da meditatio mortis in meditatio vitae. È il senso profondo della fine che rende autentica l’esistenza.

Un altro tema centrale è il rapporto con gli oggetti dei morti. Come scrive Antonella Cilento nella postfazione a Al buffet con la morte, da qualche parte deve esistere un unico, lungo fiume fatto degli oggetti dei nostri vecchi, delle pelli consumate delle vite passate, non ancora lisci e marmorei per l’antichità ma fastidiosi, odierni, con dentro ancora il sangue.

Gli oggetti per Toscano sono reliquie laiche, tracce materiali di presenze svanite. Le tazze, i cucchiaini, le sedie, i vestiti non sono semplici cose ma depositari di memoria, portatori di assenza. La sua poesia si colloca nella grande tradizione che da Proust arriva alla poesia oggettuale contemporanea: l’oggetto come epifania dell’assente.

Eredità e lascito culturale

La morte prematura di Anna Toscano a cinquantacinque anni lascia inevitabilmente un’opera incompiuta. Ci domandiamo quali altre raccolte avrebbe scritto, quali altre autrici avrebbe salvato dall’oblio. In un video per la Biennale Teatro del 2022, aveva dichiarato: “Il mio timore più grande è la malattia, ovviamente”. Quelle parole assumono oggi un significato profetico.

Eppure, quello che ci ha lasciato è sufficiente per collocarla tra le voci più autentiche della poesia italiana contemporanea. La sua opera rappresenta un modello di come sia possibile fare poesia della quotidianità senza cadere nel prosastico, di come si possa guardare la morte senza retorica né esorcismi.

Forse ancora più importante è il lascito critico. Toscano ha svolto un ruolo fondamentale nella riscoperta di Goliarda Sapienza, contribuendo a trasformare un’autrice marginale in un classico della letteratura italiana contemporanea. Il suo lavoro – dalla postfazione a Ancestrale al libro per Electa, dagli articoli agli spettacoli teatrali – ha creato gli strumenti critici per una comprensione profonda di un’opera complessa.

Ma l’eredità va oltre Sapienza. Ha contribuito a costruire una rete di studiose, scrittrici e lettrici impegnate nella valorizzazione della letteratura femminile. Ha dimostrato che l’impegno civile e l’eccellenza letteraria non sono incompatibili, che si può essere militanti senza rinunciare al rigore.

La comunità intellettuale italiana ha perso una voce originale e necessaria. Come è stato scritto, era capace, volitiva, fantasiosa, una poeta di grande valore. Ma era anche molto di più: una studiosa rigorosa, un’organizzatrice culturale instancabile, una fotografa sensibile, una docente appassionata.

Anna Toscano ci ha insegnato a guardare la morte senza paura, a cercare la poesia nella quotidianità, a dare voce alle voci dimenticate. Ci ha mostrato che la letteratura è anche impegno civile, che la bellezza è responsabilità, che la parola è sempre scelta etica prima che estetica. La sua eredità continuerà a vivere nei suoi libri, negli autori che ha contribuito a riscoprire, nelle persone che ha formato.

Foto di Grazia Fiore.

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