Recensione: “Una spiga” di Sheila Moscatelli | L’Altrove
Recensione: “Una spiga” di Sheila Moscatelli | L’Altrove

Recensione: “Una spiga” di Sheila Moscatelli | L’Altrove

L’opera di Sheila Moscatelli, Una spiga (peQuod, 2025), si inserisce nel solco di una tradizione poetica che potremmo definire “materna” non in senso riduttivo, ma come categoria ermeneutica che abbraccia la capacità di accogliere il reale senza gerarchizzazioni estetiche preconcette. La raccolta, introdotta dalla prefazione di Francesca Serragnoli e strutturata in quattro sezioni – La luna del raccolto, Il grano ha resistito, Vicino alle radici, Le parole di domani – costituisce un itinerario iniziatico attraverso le coordinate esistenziali del domestico, dell’agricolo e del cosmico, dove la dimensione verticale della trascendenza si intreccia costantemente con l’orizzontalità del quotidiano.

La poetica dell’accoglienza

Serragnoli, nella sua prefazione, individua il nucleo generativo della scrittura di Moscatelli nell’«accoglienza». Questa categoria non va intesa come mera passività ricettiva, ma come atteggiamento fenomenologico che sospende il giudizio per lasciar essere le cose nella loro datità originaria. La prefatrice scrive: “La poesia non è un accumulo di chincaglierie, di robetta che i guardoni scelgono come banchetto o panorama da servire ai disattenti”. Il lavoro poetico di Moscatelli si sottrae tanto alla retorica del frammento, definita da Serragnoli come “qualcosa di gelido”, quanto alla monumentalizzazione dei “grandi temi”. Ciò che emerge è piuttosto una fenomenologia del quotidiano che recupera la tradizione pascoliana – non a caso evocata polemicamente nella prefazione – depurandola però da ogni residuo simbolista per approdare a una visione più propriamente sacramentale della realtà.

L’«eterno dentro il quotidiano», formula che Moscatelli mutua da Niccolò Fabi e pone come dedica programmatica, rappresenta la chiave di volta ermeneutica dell’intera raccolta. Non si tratta di un’eternità platonica che trascende il fenomenico, ma di una temporalità ciclica, agricola, lunare che si manifesta attraverso gli oggetti minimi della domesticità e i ritmi della natura. La poeta assume così una postura che potremmo definire, con Heidegger, di “abitare poeticamente il mondo” – non casualmente citato nei ringraziamenti attraverso Christian Bobin.

Architetture formali e strategie compositive

Dal punto di vista formale, Moscatelli adotta un verso libero che tende alla misura media, oscillando tra l’endecasillabo sciolto e strutture più brevi, con una predilezione per l’enjambement come figura di rottura e sospensione. La sintassi procede per accumulazione paratattica e giustapposizione di immagini, secondo una logica associativa che privilegia il montaggio analogico alla consequenzialità argomentativa. Il testo inaugurale della raccolta esemplifica questi tratti:

La stagione che non resta ha dentro la pace che non vedi
rinnova quel che deve mutare, per continuare ad essere.
La pioggia non smette di cadere, l’acqua entra nella terra
– ostinato il girasole cresce nel campo di trifoglio –
oltre l’orizzonte, l’alto si confonde con il basso.
La morte è un gatto sul tetto – dal cuore di resina.

L’architettura del componimento rivela immediatamente i tratti distintivi della scrittura moscatelliana: il paradosso filosofico («la pace che non vedi»), l’ossimoro temporale («la stagione che non resta»), la coincidentia oppositorum («l’alto si confonde con il basso»). Ma è soprattutto l’ultimo verso a condensare l’intera poetica dell’autrice: «La morte è un gatto sul tetto – dal cuore di resina». L’immagine, che trasforma l’evento ontologicamente più radicale in una presenza animale domestica e in un materiale naturale, opera quella defamiliarizzazione che permette di guardare l’irrappresentabile attraverso la mediazione del quotidiano. Il trattino, elemento grafico ricorrente nel libro, funziona come operatore di sospensione e rilancio semantico, introducendo uno scarto che impedisce la chiusura definitiva del significato.

La cosmologia lunare e il tempo agricolo

La prima sezione, La luna del raccolto, instaura fin dal titolo un orizzonte mitologico e agricolo che permea l’intero volume. La luna, nelle sue fasi e nelle sue denominazioni tradizionali («la luna del raccolto», «la luna della neve»), diventa il principio ordinatore di una temporalità alternativa a quella lineare della modernità. Moscatelli recupera così un calendario arcaico, quello dei popoli agricoli e dei nativi americani, dove ogni plenilunio porta con sé un nome e un significato specifici. Questa scelta istituisce un regime temporale che contrasta con la freccia irreversibile del tempo storico.

Il componimento di novembre esemplifica questa visione:

Novembre è un lago profondo
la luna gesso nel cielo d’ardesia.
Polvere umida il velo sottile
tra la guerra dei corpi e la stanza accanto.
La luce si stringe nel buio che avanza
dove niente è perduto – tutto è raccolto.

La struttura chiastica dell’ultimo verso («niente è perduto – tutto è raccolto») introduce un principio di conservazione e memoria che attraversa l’intera scrittura. Il verbo “raccogliere”, nella sua polisemia – agricola, mnemonica, salvifica – diventa gesto fondativo della poesia stessa. Il testo si presenta così come luogo della raccolta per eccellenza, archivio dove «niente è perduto», depositario di una memoria che non è nostalgica rievocazione del passato, ma attualizzazione continua del presente.

Il corpo e la terra: fenomenologia della materia

La seconda sezione, Il grano ha resistito, introduce una dimensione più drammatica, segnata dalla presenza della violenza storica e del trauma. Il titolo stesso, con il suo verbo di resistenza, allude a una prova superata, a una persistenza della vita nonostante le catastrofi. I componimenti di questa parte documentano alluvioni, guerre, disastri naturali, ma sempre attraverso uno sguardo che non cede alla retorica della denuncia né all’elegia della perdita. Ecco un testo emblematico:

C’è una bellezza feroce nella geografia nuova
carpe e rane prendono a dimora il campo di grano
aironi e gabbiani planano sul lago degli ultimi giorni
una barca legata al lampione si appoggia alla strada
la targa di un’auto approda tra le radici del pioppo
sui muri l’impronta dell’onda copre il battiscopa
il pianoforte si specchia nella pozza del soggiorno
ma l’odore che emerge dalla superficie lucente
smaschera la morte instancabile che rivendica il fondo.

La «bellezza feroce» che apre il componimento non è un ossimoro gratuito, ma la cifra di uno sguardo capace di riconoscere, nell’inversione catastrofica degli elementi, una nuova geografia che non è semplicemente distruzione ma riconfigurazione. L’accumulo paratattico degli ultimi cinque versi, con l’anafora implicita degli oggetti spaesati («una barca», «la targa», «l’impronta», «il pianoforte»), costruisce un inventario dove il domestico e il naturale si contaminano. Solo l’ultimo verso, introdotto dalla congiunzione avversativa «ma», reintroduce la dimensione mortuaria che l’enumerazione precedente aveva quasi esorcizzato attraverso l’esteticizzazione. L’olfatto, senso più primitivo e meno controllabile, «smaschera» l’illusione ottica della «superficie lucente», rivelando la verità della decomposizione.

L’erotismo e il desiderio incarnato

La terza sezione, Vicino alle radici, introduce una dimensione propriamente erotica, dove il corpo dell’altro diventa spazio di desiderio e di mancanza. Moscatelli affronta il tema amoroso mantenendo quella concretezza materiale che caratterizza l’intero libro. Il corpo non è mai spiritualizzato o sublimato, ma resta ancorato alla sua dimensione carnale e sensoriale:

Il desiderio germoglia impaziente attraverso i vestiti
oltre l’isolamento invernale sfioro corolle di nettare
in cui entrare all’istante senza interporre un respiro.
L’attesa è un tormento adesso che mi fiorisci tra le dita.

Il lessico botanico («germoglia», «corolle», «nettare», «fiorisci») sessualize la natura e naturalizza il desiderio, secondo una strategia metaforica che dissolve i confini tra regno vegetale e corporeo. Il verbo «fiorire» applicato alla seconda persona («mi fiorisci») opera una personificazione rovesciata, dove non è la natura ad assumere tratti umani, ma l’umano a riconoscersi come parte del ciclo vegetale. L’urgenza temporale («all’istante», «senza interporre un respiro», «adesso») contrasta con i tempi lunghi della natura evocati nelle altre sezioni.

Altrettanto denso è il breve componimento sul pane:

Ho fatto il pane pensando a noi
a quella magia antica per cui
quando acqua e farina
si uniscono diventano cibo.

L’alchimia elementare della panificazione diventa qui metafora dell’unione amorosa, secondo una logica sacramentale dove la trasformazione della materia (acqua e farina che diventano pane) rimanda a una trasformazione relazionale. L’aggettivo «antica» riferito alla «magia» riconnette il gesto domestico a una dimensione archetipica e rituale che attraversa la storia umana. La poesia di Moscatelli rivela qui la sua natura profondamente anti-moderna: contro l’accelerazione tecnologica e la smaterializzazione digitale, essa rivendica la lentezza dei processi naturali e la concretezza delle pratiche manuali.

La genealogia femminile e la trasmissione generazionale

Un aspetto centrale del libro, esplicitato nella dedica «Ai miei figli», è la riflessione sulla trasmissione generazionale e sulla costruzione di una genealogia al femminile. Moscatelli esplora il rapporto con la madre e con la figlia attraverso componimenti che evitano tanto l’idealizzazione quanto la conflittualità edipica. Questo testo sulla madre risulta emblematico:

Ho visto mia madre con la vita tra le mani
scappare dalla casa dell’infanzia
il lupo a guardia delle parole scritte
la chiave di volta nell’arco dell’essere
detta nel nome del padre e della madre.
Creature – di fronte a cui la morte si spezza.

Il componimento costruisce una mitologia familiare dove la madre non è solo generatrice biologica ma custode di una tradizione simbolica («le parole scritte») e architettonica («la chiave di volta nell’arco dell’essere»). L’immagine finale, «Creature – di fronte a cui la morte si spezza», rovescia la vulnerabilità creaturale in potenza apotropaica, in capacità di resistere e vincere la morte attraverso la generazione e la cura. Il trattino funziona come operatore di rivelazione, introducendo una verità che ribalta il senso di quanto precede.

Alla figlia è dedicato questo intenso componimento:

Gli anni tessono incanti alla radice
il silenzio fischia nelle orecchie.
Fruscia l’odore della carta tra le mani
mentre cerchi il tuo posto tra le cose,
mia – figlia luminosa, appena socchiusa.

L’aggettivazione finale («luminosa, appena socchiusa») cattura la condizione liminale dell’adolescenza, sospesa tra chiusura e apertura, tra potenza e atto. Il trattino che separa «mia» da «figlia» introduce uno iato affettivo che è insieme distanza e intensificazione, riconoscimento dell’alterità nel legame più stretto. La sinestesia del terzo verso («Fruscia l’odore») rivela quella contaminazione sensoriale che caratterizza lo stile moscatelliano, dove le percezioni si sovrappongono in una sintesi che rispecchia l’unitarietà preriflessiva dell’esperienza vissuta.

Profezia e germinazione del futuro

Le parole di domani, quarta e ultima sezione, si apre a una dimensione più esplicitamente visionaria e profetica. Il futuro non è qui progetto astratto ma germinazione, crescita, pazienza agricola. Il titolo stesso suggerisce che la poesia non registra soltanto il presente ma lo anticipa, lo prepara, lo semina:

Ma noi abbiamo semi e pazienza
e il mare entrato dalla finestra che lascia
un ricamo di schiuma sull’erba verde.

La congiunzione avversativa «Ma» introduce una contrapposizione tra la catastrofe e le risorse della resistenza: «semi e pazienza». L’immagine finale del «ricamo di schiuma sull’erba verde» trasforma il residuo del disastro in ornamento. La poesia di Moscatelli non nega il trauma ma lo attraversa, cercando nei detriti della distruzione i segni di una possibile rinascita.

Denso di significati metapoetici è questo componimento:

Anche oggi nel pronunciare le parole di domani
scelgo tre capretti da crescere in una casa di luce
con il camino appeso al muro
tra la tuta spaziale e la ruota di legno
e nel tardo pomeriggio raccolgo le unghie delle fate
mentre i ragni tessono tele tra il cancello e le ortiche.

Il «pronunciare le parole di domani» è gesto insieme oracolare e domestico, profezia che si compie nell’atto stesso della scelta e della cura («scelgo tre capretti da crescere»). L’accumulazione di elementi eterogenei («il camino appeso al muro», «la tuta spaziale», «la ruota di legno») costruisce un inventario surreale che però non cede al nonsense, mantenendo una coerenza profonda nella logica del montaggio analogico. Le «unghie delle fate» e le «tele» dei ragni reintroducono la dimensione fiabesca e artigianale, dove il meraviglioso non è evasione dal reale ma sua intensificazione.

Una poetica della cura e dell’attenzione

Una spiga di Sheila Moscatelli rappresenta un’esperienza di resistenza etica ed estetica in un’epoca di accelerazione e smaterializzazione. La scelta del titolo, ripreso dall’epigrafe di George Mackay Brown («Una spiga / al termine dell’autunno»), non è casuale: la spiga è insieme prodotto del lavoro agricolo, simbolo eucaristico e forma minimale che contiene in sé la promessa della moltiplicazione. Come scrive Mackay Brown, compito dei poeti è «Incidere le rune / poi accettare il silenzio», ovvero lasciare tracce durature che possano essere lette dai «viandanti» futuri, per poi ritirarsi nella discrezione.

La poetica della cura che permea l’intero volume trova espressione compiuta in questo componimento:

La felicità non è cosa semplice
senza temere la pioggia battente
trova riparo e coltiva patate
avanza a piedi nudi, con passi gentili
come sul legno del pavimento di casa
scegli con cura le piante del giardino
con cui condividere il pane e le ore
cerca le parole per farla suonare
e abitale, come fossero il tuo corpo.

L’uso dell’imperativo («trova», «avanza», «scegli», «cerca», «abitale») costruisce un vademecum esistenziale che passa attraverso gesti minimi: «coltiva patate», «avanza a piedi nudi», «scegli con cura le piante». La felicità non è qui stato d’animo né conquista definitiva, ma pratica quotidiana, esercizio di attenzione. L’ultimo verso, «e abitale, come fossero il tuo corpo», dove il pronome «le» si riferisce alle «parole», rivela la natura propriamente incarnata della scrittura moscatelliana: le parole non sono segni astratti ma corpo vivente, materia da abitare con la stessa intimità e responsabilità con cui si abita il proprio corpo.

Una spiga costituisce una raccolta di notevole maturità formale e profondità concettuale. Moscatelli dimostra di possedere una voce riconoscibile nel panorama della poesia italiana contemporanea, capace di coniugare concretezza sensibile e apertura metafisica, quotidianità domestica e dimensione cosmica. La sua scrittura dialoga con una tradizione poetica al femminile che da Antonia Pozzi a Margherita Guidacci, da Maria Luisa Spaziani ad Alda Merini ha esplorato la possibilità di una parola che non rinuncia alla complessità formale né alla profondità esistenziale, aprendo prospettive che meritano di essere seguite nei futuri sviluppi del suo percorso poetico.

L’AUTRICE

Sheila Moscatelli è nata a Terni il 31 dicembre del 1977, si è laureata in Medicina e Chirurgia e specializzata in Reumatologia presso l’Università degli studi di Perugia. Dal 2011 vive e lavora a Ravenna. Suoi testi appaiono su blog letterari e riviste on line come Atelier, Interno Poesia, Poeti Oggi, La Poesia e lo Spirito, Versolibero, Il Tasto Giallo, Circolare Poesia, Larosainpiu, Lucaniart, Farapoesia, L’Astero Rosso, Margutte, L’Estroverso. Alcuni sono stati tradotti in spagnolo per il Centro Cultural Tina Modotti. Ha pubblicato “L’essenziale” (Firenzelibri, 2023, prefazione di Valerio Grutt) e “Una spiga” (peQuod, collana Portosepolto, 2025, prefazione di Francesca Serragnoli). Collabora come redattrice ed editor con la collana Fuori Stagione e con la rivista di poesia Bottega Portosepolto.

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