Estratto da “Rosso Freccia” di Gianfranco Vacca | L’Altrove
Estratto da “Rosso Freccia” di Gianfranco Vacca | L’Altrove

Estratto da “Rosso Freccia” di Gianfranco Vacca | L’Altrove

In Rosso freccia (Puntoacapo Editrice), Gianfranco Vacca ci conduce attraverso una geografia dell’anima dove il confine tra presenza e assenza si dissolve in una luminosa vertigine. La sua è una poesia che respira nell’ossimoro, che fa del paradosso la sua dimora naturale: il vuoto che si popola, il silenzio che risuona, il nulla che diventa sostanza. Capri – presenza costante, quasi un mantra che chiude la maggior parte dei componimenti – non è semplicemente un luogo geografico ma uno stato di coscienza, una piattaforma sospesa tra terra e cielo da cui osservare il mondo con lo sguardo disincarnato del mistico e insieme la precisione chirurgica del poeta visionario.

La poetica di Vacca si muove su coordinate orientali, evocando lo Zen senza mai nominarlo esplicitamente, cercando quella condizione di “zero applicato al volto” in cui l’io si dissolve per lasciare spazio a una visione più ampia, cosmica. Il suo linguaggio è nervoso, spezzato, quasi telegrafico, eppure carico di una musicalità interna che procede per folgorazioni improvvise. Le immagini si susseguono con la logica del sogno lucido: gabbiani con ali spezzate che meditano sulla luce del mattino, usignoli clonati che attraversano l’eterno, cernie ubriache nei grappoli d’oro.

Il rosso del titolo – “rosso freccia” – è il colore della vita pulsante, dell’eros, della ferita, ma anche della rivelazione. È il colore che “è solo tuo”, quello che non può tradire perché incarna l’autenticità dell’essere. Attorno a questo rosso centrale ruotano tutti gli altri colori: il bianco delle bandiere senza appartenenza, il nero delle tenebre generative, il blu che “sfonda il cielo” dai tubetti dei pittori.

Vacca costruisce una metafisica quotidiana dove il domestico e l’assoluto coesistono senza gerarchia: una tazza che si rompe diventa occasione per riflettere sulla distribuzione delle gocce nel cosmo, un gatto immobile contiene l’infinito nel suo sguardo, un museo di marmi è attraversamento degli eterni. La morte e la vita, invece di opporsi, si rivelano complementari, quasi interscambiabili: “Morire – vivere / la casa brucia – è un attimo”.

Le cinque poesie qui selezionate rappresentano i nodi essenziali di questa ricerca: la perfezione numerologica del Dieci come compimento e insieme punto di fuga; lo sguardo che si moltiplica e si fa trascendente; l’Oriente come direzione spirituale; la memoria affettiva che trasfigura gli oggetti in reliquie parlanti; e infine il movimento ascensionale della carezza che diventa viaggio cosmico. In questi testi si condensano i temi portanti dell’intera raccolta: l’aspirazione al vuoto fertile, la tensione tra staticità e movimento, il riconoscimento dell’ignoto come unica vera patria, e quella particolare qualità dello sguardo – disarmato, penetrante, compassionevole – che Vacca identifica come la forma più alta di conoscenza.

Di seguito alcune poesie tratte dalla raccolta:

Dieci, indivisibilmente
estasi del numero
Elegante
colmo di futuro
pieno, compiuto
il totale
Dieci.
L’uno di ogni zero
avvinto a se stesso, sicuro.
La forza tonda
il traguardo
il menestrello il giullare.
In lui siamo giunti
dove mai giungeremo
fermi sicuri
cosa vorresti tu?
Sei l’uno
o già scappi
e diventi il tuo zero?

Capri


Eravamo già al secondo occhio
che tutti gli astri del cielo
– vede –
nella consapevolezza dello sguardo.
Ed ora ecco, siamo pronti al terzo occhio
dove arriva (e dove può arrivare)
chi diventa a se stesso
nessuno.

Capri


L’Oriente nasce –
nasce dove fu la ragione dell’estasi
idea alta
immensa pazzia dello spirito.
L’Oriente nasce
dove furono porcellane smaltate
con draghi e colori
piani di sole.

Intelletto finissimo
su mistici profeti
l’immenso
– il vuoto
l’Oriente lasciava un segno
sullo spirito del mondo.

Quello spirito divenne una scia
“diretta non sai dove
guardando non sai cosa
e tutta fiammava
la fioca spada di viola”
al colpo in estasi del raggio.

Capri


Volevo portarti il miracolo
dimostrarti l’immenso
tutto pronto compiuto
nel fiocco
avvolgertene intero
perché ciò che ho desiderato
ebbe l’ampiezza di accadere.

Roma


Piccolissimo un punto chiaro
è ciò che resta e spezza il grigio.
Nella fibra e nelle sue radici
una sensazione di immenso
– gelo autentico di spazi –
lo esulta, altissimo.

Una coppia di gabbiani
sui ghiacci purissimi del cielo
ala dopo ala
lo riempie di luce.

Venezia

L’AUTORE

Gianfranco Vacca (Napoli 1959) a vent’anni si trasferisce da Capri, dove è cresciuto, a Genova e poi a Roma, per tornare infine a Capri, dove risiede. Nel 2011 pubblica Sarebbe stato un ottimo pazzo (Campanotto, premio Nabokov 2014). Due sue composizioni, accolte nella miscellanea dal titolo Le spigolature dell’Onagro, in onore del Professor Gianroberto Scarcia, compaiono insieme ad altri suoi editi e inediti in Ancora introvabile il padrone del silenzio, e-book pubblicato nel giugno 2013 da LaRecherche.it. Sempre nel 2013 pubblica la raccolta Cinepresa mistica (puntoacapo Editrice) accolto da una preziosa recensione di Sandro Angelucci sulla rivista online Versante Ripido, mentre due poesie tratte dal libro sono state pubblicate nella rivista letteraria on-line LaRecherche.it. Nel 2019 pubblica Se il silenzio se io ascolto, se i tamburi (puntoacapo Editrice), che nel 2023 si classifica al terzo posto nella XV Edizione del concorso nazionale per testi poetici editi Cardinal Branda Castiglione. È uno degli autori della miscellanea Il fiore della poesia italiana, a cura di M. Ferrari, V. Guarracino, E. Spano (puntoacapo Editrice, II ed. aggiornata 2016). Un suo testo è inserito ne Il fiore delle lacrime (puntoacapo Editrice, 2020). Suoi testi sono stati accolti in varie riviste letterarie online.

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