Recensione: “Cicatrici” di Giovanna Rosadini | L’Altrove
Recensione: “Cicatrici” di Giovanna Rosadini | L’Altrove

Recensione: “Cicatrici” di Giovanna Rosadini | L’Altrove

Con Cicatrici (Einaudi, 2025), Giovanna Rosadini consegna alla poesia italiana contemporanea un’opera di straordinaria maturità formale e densità ontologica, che si presenta come un’analisi fenomenologica del tempo vissuto e una meditazione sul rapporto tra memoria, perdita e rigenerazione esistenziale. Dopo i precedenti lavori pubblicati presso il medesimo editore – Unità di risveglio (2010) e Fioriture capovolte (2018) – l’autrice genovese consolida un percorso poetico caratterizzato da un’esigenza di verità espressiva che rifugge ogni compiacimento lirico, orientandosi verso una scrittura capace di sostare nei luoghi più oscuri dell’esperienza umana senza cedere alla tentazione della consolazione facile o dell’elegia convenzionale.

Architettura compositiva e strategie testuali

La struttura del volume rivela un’architettura meditata, articolata in cinque sezioni che tracciano una parabola dal lutto alla possibile rinascita: Staring at the sea, Essere da un’altra parte, Corpo che dice tempo, Venezia 2020, Queriniana e una sezione conclusiva che suggella il percorso. L’epigrafe iniziale da Cesare Viviani – “Gli oggetti riposti conservano / il segno dell’abbandono” – funziona come chiave ermeneutica dell’intera raccolta, indicando la centralità tematica della traccia, del residuo, di ciò che permane dopo la perdita. La seconda epigrafe, tratta da Giancarlo Pontiggia – “Di’ solo ciò che sei, il resto / è niente” – istituisce invece un patto di autenticità con il lettore, proclamando un’etica della parola poetica che rifiuta ogni artificio retorico non necessario.

La Rosadini si muove con consapevolezza nel solco della grande tradizione lirica italiana, dialogando implicitamente con Montale (cui dedica significativamente la poesia Aprendo Le occasioni di Montale), con Luzi (citato nell’epigrafe alla prima sezione: “ché non si percepisce mai la vita / così forte come nella sua perdita”), ma anche con voci più contemporanee come Antonella Anedda, di cui vengono ripresi alcuni versi in epigrafe. Questo continuo tessere relazioni intertestuali non configura un’operazione di mera citazione erudita, bensì una modalità di costruzione del senso attraverso la stratificazione delle voci, come se la parola poetica potesse costituirsi solo nella consapevolezza della propria appartenenza a una tradizione vivente.

Il tempo della cicatrice: memoria, lutto, elaborazione

Il titolo stesso, Cicatrici, introduce una metafora somatica della memoria che attraversa l’intera raccolta. La cicatrice è il segno permanente di una ferita rimarginata ma non cancellata, la traccia visibile di un trauma che il corpo ha incorporato trasformandolo in parte della propria identità. Nella poesia della terza sezione, questa idea trova espressione esplicita:

Costellazione incisa sulla mappa del
corpo sono i segni lasciati dalla vita:
fratture e cicatrici per ogni caduta —
le emozioni trascorse disegnate sul volto.

Il corpo diventa così archivio vivente della propria storia, superficie inscritta dove il tempo ha lasciato i suoi geroglifici. La Rosadini elabora una vera e propria fenomenologia del corpo attraversato dal tempo, come testimonia la terza sezione, Corpo che dice tempo, dove una serie di brevi componimenti scandisce le diverse fasi dell’esistenza incarnata: dal corpo fetale (“Corpo fetale in liquido amniotico / distilla tempo al ritmo del battito”) alla dissoluzione finale (“Sparire, implodere in un punto cosmico”).

La dimensione del lutto permea l’intera raccolta, articolandosi in molteplici direzioni: il lutto per gli affetti perduti, per le amicizie tragicamente interrotte, per gli amori conclusi, per un mondo scomparso. Particolarmente toccante risulta la sezione dedicata ai cimiteri, dove la poeta confronta la propria necessità di un luogo terreno di memoria con la dispersione contemporanea delle ceneri. La poesia Cimiteri si snoda attraverso tre movimenti che costituiscono una vera e propria meditatio mortis. Nel primo movimento leggiamo:

Ci portasti a vedere la tua tomba,
uno zio ragazzo morto nella
Grande guerra, di cui avevi il nome.
Campagna toscana, nell’aretino,
la patina del tempo sui marmi bianchi
e nomi desueti (Zemilde, Argene)
istoriati in caratteri liberty, le foto
seppiate dagli sguardi remoti.
Lui, tu, la memoria etrusca nei tratti
del viso che è ancora nei sembianti dei figli,
i nostri: oggi che di te rimaniamo
noi quattro, e le tue ceneri ormai chissà
dove, potrebbe essere quello
il luogo dove ritrovarti, se ancora esistesse.
Abbiamo tutti bisogno di una casa,
anche da morti, almeno finché
scorre nel sangue di chi rimane il vivo
ricordo del corpo amato, di chi
ci ha generato, e resta possibile
condividere in un luogo terreno
le sue fattezze immateriali, l’impronta
delle mani sul lenzuolo dopo
che ti hanno portato via senza ritorno.

Questo testo esemplifica la capacità della Rosadini di intrecciare il personale e il collettivo, il privato e lo storico: la Grande Guerra, la memoria genealogica, la trasmissione dei tratti somatici attraverso le generazioni configurano una riflessione sulla continuità dell’esistenza che supera la singola vita individuale. L’immagine finale – “l’impronta / delle mani sul lenzuolo” – possiede una forza iconica che ricorda la Sindone, trasformando il lutto personale in archetipo universale.

Geografie dell’altrove: Cina, Venezia e i paesaggi della memoria

Un elemento di notevole interesse nella raccolta è rappresentato dall’apertura verso dimensioni geografiche e culturali altre, in particolare la Cina degli anni Ottanta, esperita durante gli studi universitari dell’autrice. Il componimento in prosa Nostalgia a prestito e la successiva Shanghai 1987 costituiscono una sorta di dittico memoriale che restituisce, con precisione quasi documentaria, l’atmosfera di un paese in transizione, sospeso tra passato maoista e apertura verso il capitalismo. La scelta della prosa per questi testi non è casuale: sembra rispondere all’esigenza di una maggiore ampiezza descrittiva, di una sospensione del ritmo lirico a favore di una resa più narrativa e circostanziata.

In Shanghai 1987, la Rosadini scrive: “La vita rispondeva. Noi, accesi e palpitanti in quel tempo esotico, calati in un mondo a parte indietro di decenni, contemporaneità sfalsata nelle sontuose campagne sospese in un passato remoto di villaggi in fango e paglia”. Questa “contemporaneità sfalsata” diventa metafora di una condizione esistenziale più generale: la percezione di vivere in tempi paralleli, di essere contemporaneamente qui e altrove, nel presente e nel ricordo. L’alterità geografica si configura così come spazio di una differente possibilità esistenziale, di un tempo non ancora corroso dalla perdita.

Venezia, invece, appare come topos della memoria personale e collettiva, città-palinsesto dove i diversi strati temporali coesistono. La sezione Venezia 2020, Queriniana – dodici componimenti dedicati alla Fondazione Querini Stampalia – trasforma la città lagunare in correlativo oggettivo di una poetica della stratificazione, dove l’acqua diventa elemento unificante e al contempo minaccioso. L’acqua è “alchemica”, “custode di tempo e memoria”, ma anche “nemica che esonda e travolge”. Questa ambivalenza riflette la duplicità costitutiva dell’elemento memoriale: preserva e distrugge, fonda l’identità e la erode.

La lingua poetica: tra esattezza lessicale e apertura semantica

Dal punto di vista formale, la scrittura della Rosadini si caratterizza per un’esattezza lessicale che non esclude l’ambiguità semantica. Il verso, generalmente medio-lungo, si distende in una sintassi complessa ma sempre controllata, capace di sostenere periodi articolati senza perdere in incisività. La punteggiatura viene utilizzata con parsimonia, privilegiando gli spazi bianchi e gli a capo come elementi di scandansione ritmica. Questo conferisce ai testi un respiro particolare, una qualità quasi respiratoria che mima il ritmo stesso del pensiero che si fa parola.

Il registro è prevalentemente medio-alto, con inserti di lessico specialistico (medico, anatomico, geografico) che conferiscono precisione e concretezza all’immagine poetica. Significativa, in questo senso, è la presenza di termini come “enzima”, “linfa”, “sinaptico”, “epitelio”, che ancorano la riflessione esistenziale alla materialità del corpo. Allo stesso tempo, non mancano termini di ascendenza letteraria e filosofica (“cifrato”, “arcano”, “destinale”) che elevano il registro verso una dimensione più astratta e speculativa.

Storia, guerra, testimonianza

Un aspetto che merita particolare attenzione è la presenza, in Cicatrici, di una riflessione sulla Storia con la maiuscola, sui conflitti bellici e sulla responsabilità della testimonianza. Le poesie Guardando a est, Testamento del soldato e Madri in guerra introducono una dimensione civile e politica che amplia lo sguardo dalla sfera privata a quella collettiva. In Testamento del soldato, in particolare, la Rosadini dà voce a un giovane soldato che, di fronte alla morte imminente, si rivolge ai vivi:

«Se il cielo dovesse inabissarsi
e prendermi nel soffio del suo respiro
vi parlerò dalle brulle distese di silenzio
per ricordarvi di toccare il senso pieno
delle cose — mentre accadono, la gioia
per la nascita, l’intreccio amoroso dei
corpi che la precede, lo stupore
di ritrovarsi fuori di sé nell’altro, la
luminosa nudità di coloro che
si riconoscono, il miracolo dello
sguardo che fa esistere la bellezza
del mondo, la fiamma del tramonto
e la parola che nominando l’alba
fa nascere il giorno, sul profilo
dell’orizzonte. La calma potenza
del fiore che sboccia, del ramo
che si allunga. Il mistero ancestrale
degli oceani, e il remoto delle stelle».

Questo testo, di notevole intensità emotiva, trasforma la voce del soldato morente in portatrice di una sapienza essenziale, in testimone della vita nella sua dimensione più autentica. La guerra diventa così occasione per una riflessione sulla fragilità dell’esistenza e sul valore di ogni istante vissuto.

Verso una possibile rinascita

Nonostante la pervasività del lutto e della perdita, Cicatrici non si configura come opera nichilista o disperata. Al contrario, l’intera parabola del libro tende verso una possibile rigenerazione, verso un’apertura che si manifesta soprattutto nella seconda sezione, significativamente intitolata Essere da un’altra parte. Qui, la poesia Adesso introduce una nota di speranza:

Piove rado sul giardino ormai estivo
dove il sole allunga le dita —
scaglie di luce sul mare, sui tetti,
nell’ampio respiro dello sguardo
che sigla la parabola dell’orizzonte —
quella vertigine in agguato per chiunque
possa dirsi pienamente ancora vivo
Qualcosa, vibrando, ci attraversa
e per un attimo
sembra ritrovata
la lingua comune perduta

Il “ritrovamento della lingua comune” rappresenta forse il nucleo utopico del libro: la possibilità di una comunicazione autentica, di un riconoscimento reciproco che superi la solitudine radicale dell’io. Questa lingua non è data, ma va continuamente cercata, riconquistata attraverso il lavoro della parola poetica.

Una voce autentica ed espressiva

Cicatrici di Giovanna Rosadini si impone come una delle voci più autentiche e necessarie della poesia italiana contemporanea. La capacità di coniugare rigore formale e urgenza esistenziale, precisione lessicale e apertura semantica, dimensione privata e respiro storico-collettivo conferisce a questa raccolta uno spessore particolare. La poeta non offre consolazioni facili né rifugi nell’estetismo: il suo sguardo resta lucido di fronte all’orrore della perdita, alla consunzione del tempo, alla fragilità costitutiva dell’esistenza umana. Eppure, proprio in questa lucidità senza concessioni si apre uno spazio per la speranza, per la possibilità di una vita che, pur segnata dalle cicatrici del passato, possa ancora rigenerarsi e fiorire. In un panorama poetico spesso caratterizzato da manierismi e pose, la Rosadini offre una lezione di autenticità e di coraggio espressivo che non può essere ignorata.

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