Attilio Bertolucci, nato a San Lazzaro di Parma il 18 novembre 1911 e scomparso a Roma il 14 giugno 2000, rappresenta una delle voci più singolari e appartate del panorama poetico italiano del Novecento. La sua opera, come osservato da Alfonso Berardinelli, si configura come un continuum biografico, psicologico e letterario privo di interruzioni o svolte radicali, caratterizzato da un’organicità di sviluppi e riprese che contraddistingue il suo percorso poetico. Figlio della borghesia agraria parmense, Bertolucci definì se stesso come un corridore che “preferisce fare le corse da solo, a costo di arrivare fuori tempo”, sottolineando così la propria deliberata eccentricità rispetto alle correnti dominanti del suo tempo.
La formazione intellettuale e l’esordio poetico
L’infanzia di Bertolucci trascorse in una campagna dove il poeta bambino poteva spaziare liberamente nella natura, esperienza che influenzerà per sempre la sua sensibilità attraverso l’occhio del puer. Tra il 1927 e il 1929, grazie all’amico Cesare Zavattini, redattore capo della Gazzetta di Parma, il giovane Bertolucci iniziò a pubblicare traduzioni da Lautréamont e Proust e alcune poesie. Nel marzo 1929, appena diciottenne, uscì per l’editore parmense Minardi la prima raccolta Sirio, nei cui versi agili e vari il poeta rivolgeva lo sguardo al quotidiano e al paesaggio agreste, cogliendo nella bellezza i segni della fragilità delle cose.
A dieci anni, Bertolucci aveva già intrapreso il suo apprendistato poetico con letture disordinate ma intense, affidandosi alla «Biblioteca Universale Sonzogno», dove poté leggere Baudelaire e Walt Whitman. Nel 1925 ricorda di essere stato tra i primi acquirenti degli Ossi di seppia di Montale e di aver acquistato i primi due volumi della Recherche di Proust a Venezia, iniziando a leggerli immediatamente e follemente. Questa precocità nella formazione letteraria si accompagnò a una passione altrettanto intensa per la storia dell’arte: abbandonati gli studi giuridici, Bertolucci frequentò le lezioni di critica dell’arte tenute da Roberto Longhi all’università di Bologna.
Nel 1934 pubblicò Fuochi in novembre, che gli meritò gli elogi di Montale e Sereni. Montale scrisse che “il Bertolucci ha quel che si dice un temperamento; ha vena, fantasia e respiro”, cogliendo perfettamente “temperamento, respiro e assenza di intenzione programmatica”. La critica montaliana identificava già il nucleo essenziale della poetica bertolucciana: l’estraneità a ogni fede estetica programmatica, poiché per Bertolucci la poesia non viveva di un’idea precostituita ma di esperienza personale e biografica allo stato puro.
La maturità romana e la stagione dell’amicizia
Nel 1951 Bertolucci si trasferì a Roma, stabilendosi presso l’abitazione di Roberto Longhi. Lo stesso anno uscì La capanna indiana da Sansoni, vincendo il Premio Viareggio. Tra i primi lettori del libro vi fu Pier Paolo Pasolini, che divenne uno dei suoi amici più cari. Bertolucci, che lavorava per Garzanti, aveva già incamminato Pasolini sulla strada del lavoro editoriale, mettendolo sotto contratto per Guanda per l’antologia della Poesia dialettale del Novecento (1952) e presentandolo poi a Livio Garzanti.
Il sodalizio tra Bertolucci e Pasolini rappresenta uno dei più significativi dialoghi poetici del Novecento italiano. Nel 1959, Attilio dedicò a Pier Paolo una Piccola ode a Roma, una lunga descrizione pittorica in distici che si apriva a una riflessione sui poeti esuli dall’Italia settentrionale a Roma: Virgilio, Catullo e, implicitamente, Bertolucci e Pasolini. Attilio fu inoltre determinante nel propiziare l’incontro fra Bernardo e il Pasolini regista, incontro decisivo per la vita e la carriera del figlio.
Nel 1939 Bertolucci aveva fondato con Ugo Guanda “La Fenice”, prima collana di poesia straniera in Italia. Nel 1958 uscì da Garzanti, a sua cura, un’antologia di Poesia straniera del Novecento, contenente numerose sue traduzioni. Nel 1975, dopo la morte di Pasolini, Bertolucci fu chiamato a dirigere con Enzo Siciliano e Alberto Moravia la prestigiosa rivista Nuovi Argomenti.
Viaggio d’inverno: la svolta della maturità
Nel 1971 venne pubblicato quello che resta probabilmente il libro più importante del poeta parmigiano, Viaggio d’inverno. Il volume comprende 84 poesie suddivise in sei sezioni di diversa lunghezza: I pescatori, Verso Casarola, Il tempo si consuma, Per una clinica demolita, Viaggio d’inverno. Franco Fortini aveva osservato che mentre i primi lavori erano caratterizzati dalla “scelta di un linguaggio umile per situazioni pastorali”, Viaggio d’inverno si rivelava più complesso e segnato da un’insicurezza dei sentimenti.
Il risultato che ottiene Bertolucci è quello di una poesia contrassegnata da un tono prosastico, narrativo e argomentativo, a cui il poeta si manterrà fedele anche nelle opere successive. La critica ha individuato nella raccolta un punto di svolta espressivo. Giovanni Raboni indicò nel tema del “dissanguamento” una metafora descrittiva e di senso, parte del rapporto strettissimo e inestricabile fra quotidiano e magico, normalità del repertorio e inquietante eccezionalità delle luci.
Una delle poesie più emblematiche della raccolta è L’erba, che testimonia la nostalgia del poeta per la terra d’origine:
Io voglio tornare a vivere dove l’erba
non è come qui puro ornamento, gioia degli occhi
che dura l’anno intero.
Di questi giorni misera si consola
d’un sole fugacissimo, e a quella
spera ingannevole, a quel breve calore
ride un poco tremando. Ma già l’aria abbuia,
chi è in cammino s’affretta, cerca con gli occhi
riverberi di fuochi e di lampade:
presto nevica, sarà tutto finito ancora una volta.
Questa lirica, tratta da Viaggio d’inverno, esemplifica perfettamente la tensione tra la Roma dell’esilio e l’Appennino delle origini, tra l’erba-ornamento metropolitana e l’erba vitale della campagna parmense.
Altrettanto significativa è Lasciami sanguinare, che rappresenta uno degli esiti più alti della raccolta:
Lasciami sanguinare sulla strada
sulla polvere sull’antipolvere sull’erba,
il cuore palpitando nel suo ritmo feriale
maschere verdi sulle case i rami
di castagno, i freschi rami, due uccelli
il maschio e la femmina volati via,
la pupilla duole se tenta
di seguirne la fuga l’amore
per le solitudini aria acqua del Bràtica,
non soccorrermi quando nel muovere il braccio
riapro la ferita il liquido liquoroso
m’inorridisce la vista, attendi paziente
oltre la curva via l’alzarsi del vento
nel mezzogiorno, fingi soltanto allora
d’avermi udito chiamare, entra nella mia visuale
da un giorno quieto di settembre,
la tavola apparecchiata i figli stanchi d’attendere,
i figli giovani col colore della gioventù
esaltato da una luce che quei rami inverdiscono.
Come ha osservato Maurizio Cucchi, in questa poesia si impone “la novità di una poesia che si sposta da un apparente stato di dolce pacatezza a un’intensità drammatica che registra la malattia, la nevrosi, con vere e proprie colate di materia verbale”. L’elemento più originale è l’uso della sintassi, con numerosi enjambement e ripetizioni.
La camera da letto: il romanzo familiare in versi
La camera da letto, romanzo in versi diviso in due volumi pubblicati nel 1984 e nel 1988, rappresenta l’opera più imponente di Bertolucci. Il romanzo, in versi liberi, è diviso in due libri raggruppati in lasse di varia misura, per un totale di 9.400 versi distribuiti in 46 capitoli. Sebbene l’opera sia stata definita dall’autore nell’incipit del primo volume “Romanzo famigliare (al modo antico)”, la critica l’ha comunemente definita “romanzo in versi”.
Bertolucci racconta la storia della propria famiglia inserita nel quadro dei grandi avvenimenti storici. I primi otto capitoli partono dal XVII secolo, quando gli antenati del poeta si trasferirono dalla Maremma toscana all’alta val Bratica, fondando la località di Casarola, e arrivano al 1910. Dopo la nascita di Attilio Bertolucci (1911) i successivi trentotto capitoli si snodano lungo il periodo 1912-1951.
La camera da letto è prima di tutto poesia, anche se l’autore la definisce romanzo famigliare. È un poema alla maniera di Omero, o più verosimilmente una scia che segue la Recherche proustiana, testo che Bertolucci non perde mai di vista. L’autore mise mano alla stesura sin dal 1954, accennandovi in una lettera a Vittorio Sereni, e nel marzo 1958 uscì il primo capitolo sulla rivista Paragone. La storia e le parole furono rielaborate fino alla pubblicazione definitiva nel 1984.
La struttura narrativa dell’opera è costruita attraverso una modalità di osservazione che richiama la tecnica cinematografica. Come osservato da Cesare Garboli, si tratta della storia di un puer che rimane tale anche quando è cresciuto, in un processo attraverso cui il tempo viene eclissato per farlo trionfare, ritualizzando il cambiamento. Il tempo si blocca e si annulla in un “senza tempo”, che rende eterni gli istanti e la durata, mentre si osserve il corso della vita accompagnati dal passo calmo e padano di Attilio Bertolucci filtrato dagli autori inglesi e dalla voce di Omero e di Tasso.
L’interpretazione critica ha individuato nella Camera da letto una dimensione percettiva fondamentale. Come sottolineato da Nicola Gardini, l’opera presenta un particolare rapporto con il Tempo inteso come tempo percettivo, che richiama le “sensazioni” al modo delle sensations del poeta inglese Wordsworth. Il Prelude wordsworthiano fu infatti letto appassionatamente da Bertolucci al tempo della Capanna indiana, e questa influenza permea l’intera struttura del romanzo in versi, dove il Tempo diventa “sensazione delle sensazioni”, con il suo trascorrere su tutto, uomini e cose.
La poetica dell’aritmia e del tempo sospeso
Nel 1991 Bertolucci pubblicò Aritmie, con sottotitolo Incontri con artisti, libri, film. Ma anche i fumetti e i burattini, i quadri e la musica. La verità poetica rivelata dalle intermittenze della memoria. La raccolta riunisce saggi, articoli e riflessioni sulla propria esperienza poetica e culturale. Il volume è diviso in tre sezioni: Poetica dell’extrasistole, Persone, In cerca di immagini.
Il concetto di “aritmia” nel pensiero bertolucciano va inteso come una condizione fisiologica che diviene metafora poetica. L’aritmia cardiaca di cui soffriva il poeta non è semplicemente un dato medico, ma si configura come un principio compositivo, un ritmo esistenziale che si traduce in scelte formali. Come egli stesso scrive nel saggio che apre il volume, l’extrasistole – questa sospensione momentanea del battito cardiaco – provoca una percezione alterata del tempo, un’attenzione improvvisa al particolare che nella quotidianità passerebbe inosservato.
La dimensione temporale in Bertolucci, come evidenziato da Alfonso Berardinelli, è governata dalla lentezza, dalle lunghe pause, da un rifiuto istintivo del calendario e dell’orologio. Nel suo fraseggio poetico, nella sua metrica non trovano spazio i movimenti bruschi, le fratture, i salti improvvisi, le impazienze. Questa peculiarità ritmica si manifesta in una scrittura che cerca costantemente la continuità come sommo bene, pur nella frantumazione del tempo vissuto.
Sul verso libero, Bertolucci espresse un giudizio che lega indissolubilmente la forma poetica alla propria condizione cardiaca: “il verso libero, vera ventata di novità nel panorama italiano, esaltò con i suoi ritmi nuovi” il poeta che lo lesse a soli quattordici anni. “Chi mi trascinò via, più tardi, non riuscì mai del tutto a distaccarmene. Lo dimostra la benedetta sospensione dell’extrasistole, nel verso come nel cuore: salutare avvertimento sul fatto che morte e perfezione sono una cosa”.
Le ultime raccolte e il compimento dell’opera
Nel 1993 uscì una nuova raccolta di liriche, Verso le sorgenti del Cinghio. La poesia che dà il titolo alla raccolta rappresenta uno degli ultimi capolavori bertolucciani:
Volevamo risalire alle sorgenti del Cinghio
il giorno era d’aprile ventoso e celeste
ci portava via sbiancava i salici bassi
già dietro di noi perduti come la casa
in cui s’erano dimenticati di noi
fuggitivi esploratori muniti di cibo e coltellini multipli
per una lunga assenza forse per un distacco…
Non io che partecipavo all’impresa come cronista
senza la bella volontà liberatoria degli altri
senza la loro strenua fiducia
mentre attraversavamo proprietà sconosciute
seguendo l’incantagione sinuosa del Cinghio
avvicinandosi all’occhio lo scenario azzurro delle colline
rumoreggiando più e più il rio amato…
Ma il tempo era passato per me che sentivo
acuta la perdita della casa e di chi a quest’ora
forse s’era ricordato di noi soffrendo
come io soffrivo del distacco
così che con l’astuzia persuasiva del poeta
li convinsi anime pure e schiette
volte al giusto di una fantastica impresa
a desistere a volgersi come una compagnia
di soldati sconfitti verso il quartier generale.
Questa lirica testimonia ancora una volta il tema del distacco e della nostalgia, della ricerca di un’origine che si allontana nel tempo.
Nel 1997 Bertolucci pubblicò La lucertola di Casarola, che contiene poesie giovanili e componimenti più recenti. La raccolta presenta versi disseminati negli anni, versi racchiusi fra le date 1928-1996, le date della sua vita di poeta. Nello stesso anno uscì il Meridiano Mondadori delle sue Opere, a cura di Paolo Lagazzi e Gabriella Palli Baroni.
La singolarità della voce di Attilio Bertolucci
Bertolucci è sempre andato controcorrente senza nemmeno accorgersene. Era semplicemente altrove, nel proprio luogo. In lui l’Ermetismo e altre poetiche o scuole non hanno lasciato traccia. La sua opera costituisce un unicum nel panorama novecentesco italiano per l’organicità della visione, per la capacità di coniugare istanza narrativa e tensione lirica, quotidianità e trasfigurazione.
La poesia di Bertolucci è estranea all’ermetismo e all’avanguardia del primo Novecento e si rifà piuttosto a Pascoli e ai crepuscolari. Tuttavia, la sua singolarità risiede nell’aver saputo creare una lingua poetica assolutamente personale, capace di coniugare il verso lungo prosastico con fulminee illuminazioni liriche, la descrizione minuziosa con la sospensione contemplativa, la cronaca familiare con l’universalità del mito.
La sua arte nasce dalle cose più semplici come la natura, l’affetto per la sua terra e la famiglia, e per questo la sua scrittura appare di immediata comprensione ma nasconde significati complessi e per nulla scontati: i suoi versi si tingono dei colori della natura, si riempiono di quotidianità e cantano l’amore per Casarola. In questo senso, Bertolucci rappresenta una delle voci più autentiche e necessarie della poesia italiana del Novecento, poeta della memoria e del tempo, della rêverie e dell’aritmia vitale, cantore di un mondo in cui “dietro il muro sbiadito e il marmo” si intravede sempre la poesia.
