Gli estratti della raccolta ancora inedita dal titolo Ossario di Silvia Chiarante rivelano una poetica del lutto che si fa liturgia carnale. La scrittura procede per stratificazioni barocche, dove il lessico funebre (“esequie”, “sepolcro”, “ossario”) si intreccia a un erotismo necrofilo e a una ritualità rovesciata. Lo stile privilegia l’iperbato, la sintassi spezzata, l’accumulo di sinestesie che traducono l’ineffabile del trauma in materia verbale densa, quasi tattile.
I temi dominanti – il lutto materno, la perdita amorosa, la dissoluzione identitaria – si incarnano attraverso un dialogo costante con un “tu” spettrale, presenza-assenza che abita il verso come doppio medianico. L’autrice costruisce un teatro di reliquie dove morte ed eros si confondono, dove il corpo diviene reliquia e la parola poetica si offre come sepoltura e resurrezione insieme, in una tensione tra consacrazione e profanazione dell’assenza.
Di seguito potrete leggere alcune poesie:
Margot d’Hiver
Nascere all’inverno
dalla bruma tra i capelli,
nelle litanie dei morti
che mi dicono i sospiri.
E li cantano presagi,
tra le dita spezzate ai germogli
che bucan la neve dai corpi
ma dalla terra non cantano radici.
Ed esuli nol sanno, che i vivi
non conoscono più i sensi
né per i versi, né dei respiri
che mi strappano dai denti.
E ci scacciano fantasmi.
Esequie di aprile
Tu, lo sfregio del tempo,
la Musa accasciata alla cipria del lutto
che velo sul buio fluttuava il tuo viso
a bisbigliarne le labbra in rilievo.
E bevve il silenzio.
Appeso, d’attesa e d’assenzio,
la bocca di cera che ghigna dal grido
la tua cartapesta di ossa ed orgasmo,
dal rivolo caldo che impregna anche l’orlo
al lembo ritratto del suo nascondiglio.
Tu chiami, lontano,
dall’eco remota del passo chiodato
dal fato sul nome che leva il tramonto
ed emula sangue al respiro affannoso
le dita di falce ritorte sul grembo.
Sepolcro
Della lontananza
Siedi,
le dita sui tasti che non tocchi.
Così, crudele, mi appari alle notti
a pungolarmi degli anni i silenzi
che pestan le assi violate dai tarli.
Se mi bramasti,
perché nella teca mi conti i rintocchi?
Non posso più dirli dai passi che strisci,
sottili d’artigli, all’ansimar dei morti
che dalle Ombre mi penetri i solfeggi.
Mordi.
Mio- che i giardini degli infermi
conoscono il male dei fiori che cantasti.
Tua-che nel tempo che strappa le vesti,
sono i rimpianti dei santi che invochi.
Bianca, redenta dai lutti,
ora che il rogo è un soffio di lapilli,
sempre ti cerco alla bocca come i marchi
delle ferraglie che imploravo di punirmi.
Ancora, tu manchi.
Manchi alla fame di cui ti saziavi
quando di peste e razzia m’invadevi.
Manchi nell’anima ai vicoli insonni
da cui ci strappavi nei colpi più fondi.
E in me poi languivi.
L’AUTRICE
Silvia Chiarante è nata a Giaveno nel 1989. Laureata in filosofia, ha pubblicato le sillogi Opera al Nero (Giovane Holden Edizioni, 2015 – a seguito della vittoria del relativo premio editoriale) e Requiem dell’esilio (Le Mezzelane Casa Editrice, 2018). Alcuni estratti di quest’ultima sono apparsi sulla rivista Gradiva (Olschki Editore). Altri suoi testi sono stati inclusi in antologie.
