Il 5 novembre 2025 si è spenta a Milano una delle voci più originali e irriducibili della poesia italiana contemporanea. Tomaso Kemeny, nato a Budapest il 17 settembre 1939, trasferitosi a Milano all’età di dieci anni, dove si è laureato in Lingue e Letterature straniere all’Università commerciale Luigi Bocconi, ha attraversato oltre sessant’anni di vita poetica italiana con una coerenza intellettuale e una fervida immaginazione creatrice che lo hanno reso figura imprescindibile nel panorama letterario europeo. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile nell’ambiente poetico milanese e nazionale, privandoci di un “militante della Bellezza” che ha fatto della poesia non solo esercizio linguistico, ma azione vitale, performativa, rituale.
L’esilio come origine: Budapest, Milano, l’Europa
La biografia di Kemeny è segnata da quel particolare destino dell’intellettuale mitteleuropeo del Novecento: l’esilio, la lingua adottiva, la doppia appartenenza culturale. Nato nella Budapest del 1939, alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Kemeny porta in sé la memoria traumatica dell’Europa centrale. Il trasferimento a Milano nel 1948 segna una frattura biografica fondamentale: l’ungherese diventa lingua materna sepolta, l’italiano lingua dell’espressione poetica, del pensiero critico, dell’essere nel mondo.
Come ricorda Giuseppe Conte, “Tomaso era un uomo cosmopolita. Nato nel 1939 a Budapest, ha vissuto negli Stati Uniti, è stato in Francia vicino a André Breton, il fondatore del Surrealismo, e dopo la caduta del Muro di Berlino ha ripreso a frequentare il suo Paese natale, l’Ungheria, dove ha ricoperto ruoli importanti, anche di organizzatore culturale”. La scelta dell’italiano come lingua poetica non è mai stata per Kemeny un gesto di assimilazione acritica, ma piuttosto un atto d’amore consapevole verso una tradizione letteraria che abbraccia con totale devozione, dalla lirica petrarchesca al barocco marino, dal manierismo tassiano all’oltranza dannunziana.
L’anglista visionario: tra critica accademica e traduzione poetica
La dimensione accademica di Kemeny si sviluppa parallelamente a quella poetica: professore ordinario di Lingua e Letteratura inglese presso l’Università degli Studi di Pavia, egli si dedica con rigore filologico e passione interpretativa allo studio dei grandi della letteratura inglese. I suoi lavori critici su Dylan Thomas, innanzitutto, e su Shakespeare, Marlowe, Blake, Shelley, Coleridge, Joyce, le sue traduzioni da Byron e dallo stesso Marlowe ne dicono la statura di anglista.
L’interesse di Kemeny per questi autori non è casuale: si tratta di poeti visionari, ribelli, eretici rispetto ai canoni della loro epoca. In tutti questi autori Kemeny riconosce una poetica dell’eccesso, del sublime, della trasgressione visionaria che diventa cifra fondamentale anche della sua scrittura. La traduzione per Kemeny non è mai mero esercizio tecnico, ma atto critico e poetico insieme.
L’opera poetica: dalle sperimentazioni avanguardistiche al lirismo visionario
La produzione poetica di Kemeny attraversa più di cinquant’anni di storia letteraria italiana, dal tardo neoavanguardismo degli anni Settanta al mitomodernismo degli anni Novanta e Duemila, con una coerenza tematica e stilistica che non esclude profonde metamorfosi formali.
La silloge Il guanto del sicario del 1976 è stata pubblicata in doppia lingua inglese e italiana, collocando sin dall’esordio la poesia di Kemeny su un orizzonte internazionale. Il titolo stesso è emblematico: il “guanto del sicario” evoca una violenza mediata, differita, occultata sotto l’eleganza di un accessorio. La lingua di questa raccolta è sperimentale, densa di impasti fonici, di accumulazioni surrealiste, di scarti sintattici che ricordano le contemporanee ricerche del Gruppo 63 e della poesia visiva.
Con Il libro dell’angelo, pubblicato da Guanda nel 1991, Kemeny compie una svolta decisiva verso un lirismo visionario che non rinuncia alla complessità semantica, ma la piega verso una verticalità mistica e insieme erotica. La figura dell’angelo, ricorrente in tutta la raccolta, non ha connotazioni religiose ortodosse, ma è piuttosto l’emanazione di un sacro pagano, di una bellezza che è insieme spirituale e carnale, celeste e terrestre. Un componimento della raccolta recita:
La linea della vita solca il campo di grano.
S’inabissano le labbra nel calice caduco
del rosolaccio.
La pelle si accende tra i rovi.
Isolata, tra gli aculei, dorme la bambina
che prende le stelle al laccio.
La lingua qui è diventata più tesa, rarefatta, ma non meno densa semanticamente. L’immagine della “bambina che prende le stelle al laccio” condensa l’intera poetica di Kemeny: l’innocenza che sfida l’impossibile, il gesto poetico come cattura dell’inattingibile, la verticalità del desiderio che si protende verso l’assoluto.
Nel 2005 Kemeny pubblica quello che è forse il suo capolavoro assoluto: La Transilvania liberata, poema epiconirico in dodici canti, frutto di un lavoro di venti anni (Premio Montano 2006). Si tratta di un’opera monumentale che riscrive il genere dell’epica attraverso le coordinate del sogno, del mito e della storia ungherese. Il titolo allude alla Gerusalemme liberata tassiana, ma la liberazione di cui parla Kemeny è insieme storica e metafisica.
Con il Poemetto gastronomico e altri nutrimenti (Jaca Book, 2012), Kemeny “tocca tasti e toni diversi, festosi, ebbri, dionisiaci, e si consacra alla celebrazione della civiltà italiana, in particolare della sua musica, del suo vino e della sua cucina”. Quest’opera apparentemente più leggera è in realtà una celebrazione dionisiaca dell’esistenza, un inno alla vita che attraversa i sensi. Un verso della raccolta recita:
Europa, la tua figlia preziosa come la vita,
la bellezza dai mille volti viene prostituita,
allo sventolare delle bandiere.
«Liberté, égalité, fraternité»
si vendono al supermercato delle chimere.
La morte è un’altra cosa (2007): l’ultimo confronto
La raccolta La morte è un’altra cosa, pubblicata da ETS nel 2007, costituisce uno degli snodi fondamentali della produzione kemeniyana. Il titolo stesso è una dichiarazione di poetica: la morte “è un’altra cosa” rispetto a come la concepisce il senso comune, la morte nella visione di Kemeny non è fine, annullamento, negazione, ma trasformazione, passaggio, metamorfosi.
Dalla quarta di copertina apprendiamo che il volume contiene i versi: “e quando la luce tornerà alla luce sente che / tutto il potere sarà della poesia / dell’esistenza finalmente / anche per l’impossibilità innata / di venire a patti con la vita”. Questi versi condensano il nucleo del pensiero kemeniyana sulla morte: essa non è contraria alla vita, ma sua intensificazione, momento in cui “tutto il potere sarà della poesia”. La morte rivela l'”impossibilità innata di venire a patti con la vita”, cioè l’irriducibilità dell’esistenza a schemi razionali, la sua eccedenza rispetto a ogni tentativo di normalizzazione.
Un componimento recita:
Il mondo
Il mondo è piccolo in trasloco continuo
nel pensiero.
Resiste a ogni possibile rappresentazione.
I popoli corrono sulla pista
che pare allungarsi all’infinito.
Il poeta riannoda i frammenti dell’anima.
Solo la sua ironia può raffigurare
la morte come un precipitare eterno.
Scrive questo e nudo come un Dio
corre spinto dai venti dell’immaginazione.
Questi versi mostrano la complessità della visione kemeniyana: il mondo è “piccolo” eppure “in trasloco continuo nel pensiero”, il che significa che la realtà fenomenica è limitata, ma la sua rappresentazione mentale infinita. Il poeta ha il compito di “riannodare i frammenti dell’anima”, cioè di ricostituire un’unità di senso in un mondo frammentato. La morte viene raffigurata “come un precipitare eterno”, formula paradossale che unisce il movimento (precipitare) all’immobilità (eterno). Il poeta infine è “nudo come un Dio”, spogliato di ogni convenzione, e corre “spinto dai venti dell’immaginazione”.
In uno dei testi più potenti della raccolta 107 incontri con la prosa e la poesia (2015), Kemeny descrive un vero e proprio incontro di pugilato con la Morte. La Morte è bella, nonostante i colpi micidiali, il naso rotto e tutto ciò che annienta: “Disperarsi non ha senso. Mi sento forte e coraggioso come non mi sarei mai aspettato di potere essere. Con baldanza mi dissolvo in una vita infinitamente più vasta e bella della vita riservata agli uomini esposti alle comuni difficoltà quotidiane”. E in poesia scrive:
so che rimango vivo solo finché resisto
alla serie dei colpi pesantissimi.
Non mollo, non arretro,
finché non m’inghiotte l’istante tetro
nel quale mi dissolvo
per una vita infinitamente più vasta
riservata a chi combatte con onore
fino all’ultimo round.
Questi versi sono emblematici dell’eroismo poetico di Kemeny: la morte è un avversario da affrontare con coraggio, ma il dissolversi in essa non è annullamento, bensì accesso a “una vita infinitamente più vasta”. La metafora pugilistica conferisce al confronto thanatologico una dimensione agonistica, virile, byroniana. Si combatte “fino all’ultimo round” non per vincere (la morte è invincibile), ma per mantenere l'”onore”, cioè l’integrità dell’esistenza poetica.
Un altro componimento presente nella raccolta affronta il tema della morte attraverso il filtro del mito:
I sogni dei morti
I sogni dei morti
ad Auschwitz-Birkenau
Buchenwald e Treblinka
sono bianchi come il latte
che scorre dal grembo della Terra Promessa
e una lacrima
Kemeny, nato a Budapest nel 1939, porta in sé la memoria del trauma storico che ha segnato l’Europa centrale. I “sogni dei morti” nei campi di sterminio sono “bianchi come il latte”, immagine che unisce la purezza alla nutrizione, ma anche alla cecità. Il latte che “scorre dal grembo della Terra Promessa” evoca la promessa biblica mai mantenuta, la salvezza che non è arrivata. Il componimento si interrompe su “una lacrima”, sospensione reticente che dice l’indicibile.
Il mitomodernismo e la battaglia per la Bellezza
Non si può comprendere appieno l’opera di Kemeny senza inquadrarla nel contesto del movimento mitomodernista, di cui egli fu tra i principali fondatori e animatori. Il 21 gennaio 1995, al Teatro Filodrammatici di Milano, Giuseppe Conte, Stefano Zecchi, Roberto Carifi e Tomaso Kemeny fondano il Movimento Internazionale Mitomodernista.
Il mitomodernismo nasce come reazione alla poesia minimalista, intimista, prosastica che aveva dominato gli anni Ottanta italiani. Contro l’egemonia del “minimalismo” e degli “stratagemmi di astrazione manieristica”, Kemeny e i suoi sodali propugnano una poesia che “liberi senza riserve la potenza dell’immaginazione creatrice”, che crei “uno spazio altro, un ‘temenos’, un luogo circoscritto, inviolabile”.
Giuseppe Conte ricorda: “Tomaso era un militante della Bellezza. Lo ricordo sempre quando solo, statuario, improvviso, in un convegno milanese di bravi poeti pavidi e tristi, sfoderò sul palco un pugnale e si lanciò nel suo urlo byroniano di battaglia: ‘Fight for Beauty’. Che gelo cadde intorno”. Questo episodio è emblematico del metodo kemeniyana: la poesia non è solo scrittura, ma performance, azione, gesto che irrompe nel grigiore del quotidiano.
Tra le “azioni” pubbliche di Kemeny per promuovere la poesia si segnalano: l’occupazione della chiesa di Santa Croce a Firenze, conclusa con la lettura dei Sepolcri del Foscolo (1 ottobre 1994); la fondazione della Casa della Poesia di Milano; e soprattutto l’occupazione del Colle dell’Infinito leopardiano a Recanati, il 17 marzo del 2011, con “mille” poeti e artisti in occasione delle celebrazioni dell’unità d’Italia. Come ricorda Giuseppe Conte, “all’occupazione di Santa Croce a Firenze arrivò fasciato in una divisa napoleonica e con occhiali da sole dalla montatura bianca, il che ne fece subito un’icona di trasgressione, gioco, fantasia”.
La lingua di Kemeny: espressionismo, surrealismo, lirismo visionario
L’analisi stilistica della poesia di Kemeny rivela una stratificazione complessa di registri e influenze. Giulio Ferroni, nella sua Storia della letteratura italiana, scrive che Kemeny “trae lampi e colori inquietanti dall’intreccio di oscure trame linguistiche”. Questa formula critica è particolarmente illuminante: Kemeny costruisce i suoi testi attraverso “trame linguistiche” complesse, dove la sintassi si complica, le immagini si accumulano per giustapposizione più che per concatenazione logica, i registri lessicali si mescolano.
Giorgio Linguaglossa, uno dei critici che più a fondo hanno studiato l’opera di Kemeny, parla di un “non-stile del linguaggio cosmopolitico”, di un “linguaggio-ircocervo, un meta linguaggio iperteatrale, impermeabile, revulsivo in grado di conglobare in sé le istanze e le pulsioni espressionistiche e quelle mimico-realistiche”. Vi convivono l’eredità surrealista, l’espressionismo visionario, il lirismo alto, e la componente teatrale.
Un esempio di questa complessità linguistica si trova in questi versi:
Forse si raggiunge la bellezza dopo la morte
quando il divenire naufraga nell’assoluto?
O, per dirla apertamente,
forse la bellezza non è che la nostalgia dell’eterno?
La domanda retorica, la metafora marittima (“naufraga”), l’opposizione filosofica tra “divenire” e “assoluto”, la ridefinizione della bellezza come “nostalgia dell’eterno”: tutti questi elementi mostrano una mente poetica che pensa per concetti filosofici, ma li traduce in immagini concrete.
Kemeny critico e teorico della poesia
Parallelamente all’attività creativa, Kemeny ha sempre esercitato una riflessione teorica sulla poesia. Nel suo pensiero poetico scrive: “La dannazione del poeta è farsi omologare nello spazio del mercato culturale con i suoi rituali e lasciarsi etichettare come ‘operatore culturale’, accettando di farsi esiliare dai misteri della Natura”.
“La poesia valida” – scrive Kemeny – “accende la scintilla anarchica in grado di mutare ‘il deserto che avanza’ in un bosco di rose ardenti. Il poeta, spinto da un’urgenza irrefrenabile, esplora e reinventa i misteri terribili della Bellezza”. La poesia è dunque anarchica, trasformativa, erotica, mistica.
La Casa della Poesia e l’eredità organizzativa
Fondatore della Casa della Poesia di Milano, Kemeny ne è stato a lungo l’anima e il vicepresidente. La Casa della Poesia, nata nel 2006, è uno spazio pubblico dedicato alla poesia in tutte le sue forme: reading, conferenze, mostre, performance. Kemeny vi ha organizzato centinaia di eventi, portando a Milano poeti da tutto il mondo, creando un punto di riferimento imprescindibile per la vita poetica milanese e italiana.
L’attività organizzativa di Kemeny non è accessoria rispetto a quella poetica, ma ne è parte integrante: egli concepisce la poesia come fatto collettivo, come costruzione di una comunità, come creazione di spazi di condivisione e di confronto. Alla Casa della Poesia ha progettato e realizzato eventi di tendenza mitomodernista documentati in volumi come Le avventure della Bellezza 1988-2008 (2008), Chi ha paura della Bellezza (2010), La nascita della Quarta Grazia (2013).
Conclusioni: l’eredità di un poeta visionario
La morte di Tomaso Kemeny il 5 novembre 2025 chiude un’epoca della poesia italiana. Con lui se ne va l’ultimo grande poeta-performer, l’ultimo visionario capace di coniugare rigore filologico e trasgressione immaginativa, erudizione accademica e azione pubblica, lirismo alto e impegno civile.
La sua opera resta come testimonianza di una concezione eroica, aristocratica, verticale della poesia, contro ogni tentazione minimalista e intimista. Kemeny ci ha insegnato che la poesia è “Fight for Beauty”, lotta per la Bellezza, insurrezione permanente contro l’impero del brutto e della mediocrità. Ci ha mostrato che il poeta non è un “operatore culturale”, ma un guerriero dello spirito, un angelo ribelle, un militante dell’immaginazione.
Le sue parole continuano a risuonare come un monito e una promessa: “Il poeta, spinto da un’urgenza irrefrenabile, esplora e reinventa i misteri terribili della Bellezza”. In un’epoca che ha smarrito ogni senso del sacro, della verticalità, della trascendenza, l’opera di Tomaso Kemeny resta una bussola per chi ancora crede che la poesia possa cambiare la vita, che le parole possano trasformare il mondo, che la Bellezza valga la pena di essere combattuta “fino all’ultimo round”.
Foto di Dino Ignani.
