Recensione: “2040”di Jorie Graham | L’Altrove
Recensione: “2040”di Jorie Graham | L’Altrove

Recensione: “2040”di Jorie Graham | L’Altrove

Nel panorama della poesia contemporanea americana, Jorie Graham si è da tempo affermata come una delle voci più complesse e visionarie, capace di interrogare con rigore filosofico i nodi cruciali della condizione umana nell’Antropocene. Con 2040, pubblicato negli Stati Uniti nel 2023 e ora disponibile in Italia grazie alla traduzione di Antonella Francini per Crocetti Editore, Graham raggiunge quella che potremmo definire l’apoteosi – o forse l’estremità ultima – della sua ricerca poetica ecologica, spingendosi oltre i confini della testimonianza per abitare uno spazio liminale, postumano, purgatoriale.

Il volume si presenta come un’opera di straordinaria complessità formale e concettuale, che richiede al lettore non solo un’attenzione sostenuta ma una vera e propria disponibilità a entrare in una dimensione altra del linguaggio e del tempo. La struttura tripartita, preceduta da tre epigrafi programmatiche e conclusa da una Coda, delinea un percorso narrativo che si configura come un viaggio dantesco attraverso i cerchi di un inferno climatico e tecnologico, dove la speaker – alter ego dell’autrice – assume il ruolo di custode della memoria umana in un tempo sospeso tra estinzione e possibile rinascita.

La forma come mimesi del collasso

L’aspetto più immediatamente rilevante di 2040 è la sua architettura metrica, che Graham articola in due modalità formali contrapposte e complementari: le quartine con versi brevissimi, spesso di due sole parole, e i versi lunghi allineati al margine destro della pagina. Questa alternanza non è un mero espediente stilistico, ma costituisce il dispositivo retorico attraverso cui la poeta mimetizza il collasso stesso dell’ordine linguistico e ontologico. Come nota giustamente Antonella Francini nella sua densa introduzione, le quartine rappresentano “la unit of breath” di Graham, il respiro affannoso di chi sopravvive a malapena in un’atmosfera rarefatta, mentre i versi lunghi incarnano “un ritrarsi dalla fine”, un movimento elastico che rimbalza contro il muro dell’estinzione.

La poesia d’apertura, “Siamo”, esemplifica magistralmente questa strategia:

SIAMO
già estinti? Chi ha
la mappa. Posso
guardare? Dov’è il mio
titolo. È verificabile
la mia storia? Ho
incluso la memoria
degli animali? Le memorie
degli animali. Sono
ancora qui loro? Siamo
soli?

L’accumulo parattatico di domande, l’assenza di punti interrogativi nell’originale inglese, la frammentazione sintattica: tutto concorre a creare un senso di urgenza e disorientamento che riflette la condizione della speaker in questo limbo postapocalittico. La repetitio anaforica del pronome interrogativo (“Chi”, “Dov’è”, “Posso”) scandisce un’ansia epistemologica che non trova risposta, mentre l’uso del presente indicativo (“Siamo già estinti?”) collassa il futuro nel presente in una vertigine temporale che è cifra dell’intero volume.

L’ontologia del postumano e la crisi della presenza

Graham costruisce uno scenario che sfugge alle facili categorizzazioni. Non si tratta di una semplice distopia futuristica né di una fantascienza climatica: la dimensione in cui si muove la narratrice è piuttosto uno spazio mentale, un bardo tibetano secolarizzato, dove la coscienza umana persiste senza un corpo definito, senza coordinate spaziotemporali certe. La luce dice: “Tu qui quasi non ci sei. Il corvo è partito tempo fa”, rivelando la natura spettrale della presenza della protagonista.

Questa ontologia incerta permea l’intera raccolta e si fa particolarmente acuta in testi come “Io”, dove la speaker interroga la propria identità riflessa in uno specchio che non le restituisce più un’immagine riconoscibile. L’identità personale si dissolve, lasciando emergere una soggettività più vasta, collettiva, che incorpora la memoria dell’intera specie. È significativo che Graham ricorra frequentemente alla seconda persona plurale (“siete là ad ascoltarmi?”), interpellando i lettori del 2040 in un gesto che trasforma la poesia in messaggio postumo, in testamento di un’umanità che si sporge verso un futuro in cui potrebbe non esserci più.

Il corpo come archivio: malattia, vulnerabilità, testimonianza

La seconda sezione del libro introduce una dimensione autobiografica più marcata, con l’esperienza della malattia e della chemioterapia che si intreccia, in una sovrapposizione onirica, alla storia della colonizzazione americana. In “Des-“, Graham scrive:

Des-
stabilizzazione. De-
formazione. De-
privazione, dis-
simulazione, dis-
grazia. Ora
chi sto per
diventare
chiesi.

Il prefisso privativo “dis-” diventa chiave interpretativa dell’intera sezione: la malattia del corpo individuale si fa metafora della malattia del corpo politico americano, fondato su un genocidio originario e infetto dai “virus del dominio e del razzismo”. Il corpo malato della poeta, sottoposto a trattamenti invasivi, diventa così il luogo in cui si deposita e si testimonia la violenza storica. La scena della sala operatoria, con il corvo che diventa “manifestazione” e i muri che si trasformano in ali, ha la qualità visionaria delle migliori pagine di Graham, dove il realismo clinico si trasfigura in allegoria senza perdere la propria materialità.

La resistenza della memoria contro la virtualizzazione

Uno dei nuclei tematici più potenti di 2040 è la critica alla virtualizzazione dell’esperienza e alla sostituzione della realtà con simulacri tecnologici. In “Il visore VR”, Graham inscena un incontro con un “sacerdote” della realtà virtuale che promette di ricreare il mondo scomparso secondo i desideri del cliente. Ma la narratrice non si lascia ingannare:

il braccio una cosa cresciuta veloce, dal suolo arido, come ci fosse suolo, o suolo e respiro di una volta,
quando c’era il mito, quando c’era
la fantasia della
creazione,
ma è il mio braccio

La realtà virtuale promette un paradiso terrestre artificiale, ma la speaker riconosce i segni della sconfitta dell’umano in questa simulazione perfetta. Graham sembra qui dialogare criticamente con le utopie transumaniste e con le retoriche della tecnologia salvifica, riaffermando invece il valore insostituibile della memoria incarnata, dell’esperienza vissuta, della materia stessa del mondo.

Le “visitazioni” e il ritorno del represso storico

La terza sezione concentra una serie di “incontri” o “visitazioni” che riportano la memoria della speaker nel “vecchio ordine”. Questi testi – “Gabbia”, “Arco temporale”, “Nebbia” – sono tra i più potenti del volume per densità emotiva e urgenza politica. “Gabbia”, in particolare, si configura come un dialogo serrato ispirato alla figura di George Floyd e alle opere di Francis Bacon, in cui la gabbia diventa metafora della condizione dell’afroamericano nella società statunitense:

Grip the bars and feel their tenderness. They mean
well. They mean
to keep you safe. That’s why they
shine the way they do.

L’ironia feroce con cui Graham denuncia la retorica del controllo “per il tuo bene” culmina nell’immagine finale del “foro di uno sparo”, che rompe il registro allegorico per riportarci alla brutalità del reale. È uno dei momenti in cui la poesia di Graham si fa più esplicitamente politica senza perdere la propria complessità formale.

La pioggia salvifica e l’utopia della rinascita

Il movimento conclusivo di 2040 porta finalmente la pioggia tanto attesa, quel “rain” invocato ossessivamente lungo tutto il libro come simbolo di rigenerazione e rinascita. In “Alba 2040”, la narratrice si scopre ancora viva, riconosciuta dal sole che sorge, mentre nella Coda finale, “Poi la pioggia”, si consuma l’unione cosmica tra il respiro umano e quello del mondo naturale:

& quando mi sedetti sul muretto
mi scivolò sul viso,
& il collo trattenne rigagnoli,
come fossi un piccolo libro
che veniva scrutato con cura in cerca
di errori, crinali, intervalli di
tempo nel mio pensiero

La pioggia “legge” il corpo della speaker come un testo, in una bella inversione che fa del corpo umano un archivio da decifrare. L’immagine finale delle mani alzate al cielo in un gesto di lode, con l’imperativo “metti la faccia in noi”, suggella un momento di grazia laica, di ricongiungimento tra umano e non-umano che rappresenta l’apertura utopica del libro.

Una poetica della responsabilità

2040 è un’opera ambiziosa, difficile, a tratti ostica, che non fa concessioni al lettore ma lo sfida a un’attenzione totale. Graham porta alle estreme conseguenze quella che Antonella Francini chiama giustamente la sua “ontologia dell’essere”, costruendo un affresco epico-elegiaco dell’Antropocene che rifiuta tanto il cinismo quanto l’ottimismo facile. La sua scommessa è che la poesia, con la sua capacità di conservare e trasmettere memoria, possa ancora essere uno strumento di resistenza e di immaginazione di futuri alternativi.

Certo, si può discutere se l’accumulo di riferimenti – da Sant’Agostino a Beckett, da Eliot a Dickinson, dalla mitologia classica alla fisica quantistica – non rischi talvolta di appesantire il dettato poetico, trasformando alcune pagine in esercizi eruditi piuttosto che in esperienze emotive. E l’insistenza sulla dimensione catastrofica può risultare, paradossalmente, paralizzante piuttosto che mobilitante. Ma sono rischi che Graham corre consapevolmente, nella convinzione che solo un linguaggio adeguato alla complessità del presente possa aiutarci a pensare e immaginare diversamente.

In ultima analisi, 2040 conferma Jorie Graham come una delle voci poetiche più necessarie del nostro tempo, capace di trasformare l’angoscia climatica in forma estetica senza tradirne l’urgenza esistenziale. Un libro imprescindibile per chiunque voglia comprendere come la poesia possa ancora, e forse soprattutto oggi, farsi “luogo di resistenza” contro le forze che minacciano la vita umana e non-umana sul pianeta.

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