Ginevra Lubrano (in arte GINEVRA) nata a Torino nel 1993, rappresenta una delle voci più significative del cantautorato italiano contemporaneo, incarnando quella generazione di artisti che ha saputo rinnovare il linguaggio della canzone d’autore attraverso un approccio intimista e narrativamente maturo. Cresciuta tra Collegno, Grugliasco e Torino, dopo essersi trasferita a Milano nel 2012 si è diplomata in canto presso il CPM Music Institute per poi laurearsi in Comunicazione e Società presso l’Università statale di Milano, costruendo un profilo culturale che unisce rigore accademico e sensibilità artistica. Il percorso discografico di GINEVRA inizia nel novembre 2018 con il singolo d’esordio FOREST, cui segue nel marzo 2019 l’EP RUINS, prodotto da Francesco Fugazza.
Le canzoni di GINEVRA si presentano come pagine di un diario: intime ed autobiografiche, caratteristica che ha immediatamente attirato l’attenzione della critica specializzata. Influenzata dal folk e dalla musica alternativa inglese, ma anche dall’elettronica, la cantautrice torinese ha saputo costruire un sound personale che dialoga con le tendenze internazionali senza perdere la specificità della tradizione italiana.
La sua crescita artistica si consolida con i singoli MATROPOLI e MOSTRI, fino al riconoscimento nazionale ottenuto nel 2020 quando partecipa alle selezioni per Sanremo Giovani, arrivando in semifinale e diventando protagonista di AmaSanremo con il brano VORTICE. Il primo album in studio DIAMANTI, pubblicato il 14 ottobre 2022, è stato inserito all’undicesimo posto nella lista dei migliori album italiani dell’anno secondo Rolling Stone Italia, confermando la solidità del suo progetto artistico.
Il 24 gennaio 2025, GINEVRA pubblica FEMINA, album in otto tracce che racconta la bellezza e la paura di anni non facili, con le responsabilità da adulto e il disorientamento delle grandi prime volte. L’album rappresenta il suo modo di essere femmina, di essere donna, configurandosi come un’opera di maturità che affronta tematiche universali attraverso il filtro dell’esperienza personale. La scrittura di GINEVRA si distingue per la capacità di trasformare l’autobiografia in racconto collettivo, dove la dimensione confessionale non si esaurisce nel narcisismo ma si apre alla condivisione di un’esperienza generazionale. La sua poetica si colloca nel solco della migliore tradizione cantautorale italiana, quella che da Gino Paoli a Fabrizio De André ha saputo elevare la canzone a forma di letteratura popolare, rinnovandone però il linguaggio attraverso una sensibilità contemporanea attenta alle dinamiche di genere e alle trasformazioni sociali.
In questa intervista per L’Altrove, esploreremo le connessioni tra la sua pratica compositiva e la tradizione poetica italiana, analizzando come il suo lavoro si inserisca nel panorama del nuovo cantautorato e contribuisca al rinnovamento di un genere che continua a rappresentare una delle espressioni più vitali della cultura musicale italiana.
La tua scrittura sembra oscillare tra poesia e canzone, tra parola che vive sulla pagina e parola che vibra in musica. Quando scrivi versi, senti di muoverti più nella tradizione poetica o nel cantautorato? Come si intrecciano, nel tuo stile, la tessitura ritmica della poesia e la melodia della canzone?
Devo essere sincera: non mi reputo un’esperta di poesia, non conosco le regole, i termini e gli spazi della poesia tradizionale. Sono però attratta dalla potenza delle parole e dal modo in cui occupano lo spazio. Questa attenzione la metto quando scrivo le mie canzoni, soprattutto nelle strofe, che per me sono associabili a piccoli componimenti brevi. Cerco di mescolare elementi lessicali quotidiani, riconducibili alla mia vita, a elementi più poetici e metaforici, lontani dalla quotidianità. Mi piace creare questo mescolamento. Dal mio punto di vista, ho sicuramente attinto più al cantautorato che alla poesia, ma allo stesso tempo ho sempre letto libri, romanzi, saggi e diari, e ho sempre scritto anch’io diari, pensieri e poi canzoni. Forse in qualche modo inconscio questi mondi – il mondo canzone e il mondo poesia – si sono andati a mescolare senza volerlo.
E come si colloca la tua ricerca artistica nel panorama del nuovo cantautorato italiano? Quali sono i tuoi riferimenti nella tradizione della canzone d’autore e come li rielabori nella tua personale poetica?
Penso che la rielaborazione sia inconscia e debba rimanere tale. Quando ero più piccola facevo più attenzione: mi appuntavo testi di brani e frasi di libri: avevo un vero e proprio elenco di ciò che mi aveva colpito. In qualche modo, tutto questo è rimasto dentro di me. Ora non faccio più questa cosa in modo sistematico, anche se continuo a sottolineare nei libri le parole e le frasi che mi colpiscono, pensando che in questo modo mi rimangano impresse. È poi tutta una rielaborazione inconscia. Vale lo stesso per le canzoni degli altri. Non saprei collocarmi. Non mi piace autocollocarmi o autodefinirmi, preferisco che lo facciano gli altri. Sicuramente ci sono tanti artisti che mi ispirano e mi hanno ispirata da quando ero piccola, sia della tradizione italiana che di quella musicale estera. Tante sono le cose che mi attraggono del lavoro di altri artisti, anche al di là della parola e del racconto. Per quanto riguarda l’Italia, posso citare Ivano Fossati, Enzo Carella, Lucio Battisti e Carmen Consoli – tra i primi che ho scoperto e apprezzato per l’uso preciso della parola – e, tra gli artisti più recenti, Andrea Laszlo De Simone, che ha sicuramente un approccio molto poetico alla scrittura. Per gli ascolti esteri: Feist, Yebba, Hope Sandoval dei Mazzy Star, e poi Bon Iver, James Blake… Tanti artisti molto diversi da me musicalmente mi ispirano. Quello che posso dire è che il mio approccio è sempre stato quello di utilizzare la canzone come sfogo delle paure, dei sentimenti, delle fasi della mia vita. Forse rimango attratta da chi utilizza la canzone in maniera simile: una ricerca dei propri simili.
La lingua non è mai neutra: l’inglese e l’italiano hanno segnato tappe diverse della tua identità artistica. Che differenza senti nella tua voce poetica quando scrivi nella tua lingua madre rispetto all’inglese? E come questo cambiamento si riscontra nei tuoi testi?
L’inglese per me è stato fondamentale come primo approccio alla scrittura, perché ho sempre ascoltato molta musica non italiana – e tutt’ora è così per un mio gusto personale. In quella prima fase la ricerca era quella della musicalità della parola più che del suo significato preciso. Il passaggio all’italiano è stato fondamentale perché avevo bisogno di essere più precisa nel racconto e di scrivere quello che pensavo senza avere paura di sbagliare: l’inglese non è la mia lingua madre. Per me è stato un passaggio necessario, anche se l’italiano mi suonava peggio rispetto all’inglese – è molto più duro, ed è difficile trovare parole così musicali. Allo stesso tempo avevo questa necessità di essere molto precisa, anche con le parole più scomode.
FEMINA è un lavoro che intreccia letture, riflessioni e vissuto, creando un coro di voci. Nel dare forma poetica a FEMINA, quanto è stata determinante l’esperienza della lettura – libri, saggistica – e quanta voce poetica ti è venuta dal vissuto intimo e personale?
In FEMINA sono andata molto a fondo del mio vissuto, in modo più preciso, aperto e autentico rispetto a prima. Ho annullato qualsiasi tipo di barriera e ho scritto questo disco che forse è quello che mi somiglia di più tra i lavori che ho fatto finora. C’è stata una ricerca ampia che ha spaziato dai libri ai film, alle mostre, ai viaggi: tutto quello che faccio, vedo e percepisco del mondo esterno ha un’influenza sul racconto e sulla visione dei testi e della musica. Diventa quindi una ricerca a 360°. Ci sono tanti libri che mi hanno ispirata: in primis Femina di Jannina Ramirez, che mi ha ispirato il titolo del disco, ma anche testi molto diversi da questo, che è molto storico – da La profezia della curandera (Hernán Huarache Mamani) a L’età fragile (Di Pietrantonio). I testi di Chandra Candiani sono stati importanti per me, sono i testi più poetici che ho letto. Come dicevo, non ho tanta cultura del mondo della poesia, però le poesie della Candiani mi hanno in qualche modo trovata, così come le sue raccolte di pensieri: lei ha sempre un approccio molto poetico. Anche i film mi hanno ispirata. Oltre al mio vissuto e all’ascolto della fase che stavo attraversando, il disco è diventato un racconto di quel periodo anche attraverso suggestioni esterne che ho cercato, più o meno volontariamente, e che hanno trovato spazio nel progetto.
Nelle tue canzoni emergono emozioni forti: rabbia, silenzio, desiderio. Sono motori e materia dei tuoi versi. Come trasformi in poesia l’emozione intensa, la rabbia o il silenzio? Hai una metafora o immagine che ti ha guidata nel brano che più ti fa sentire poetica?
Ci sono determinati concetti che preferisco raccontare in modo realistico e dettagliato, e altri che invece preferisco affidare alle metafore. Quelli più forti, come per esempio la rabbia, probabilmente preferisco che siano il più verosimili possibile, senza troppi giri di parole. Questo disco aveva una sua simbologia e i suoi riferimenti, ma allo stesso tempo voleva essere diretto, un dialogo sincero tra me e chi mi ascolta, in modo che non ci fossero troppe possibilità di interpretazione e che non fosse troppo etereo. Ho cercato di essere il più sincera e diretta possibile nel parlare di determinati sentimenti: la rabbia, la tristezza, la solitudine, la frustrazione. Le metafore sono tante. La prima che mi viene in mente è nel brano “la fonte”: in realtà non è una metafora, ma è proprio l’atto di immergere i piedi nel fango per raggiungere la fonte, che poi diventa metafora del doversi sporcare le mani per raggiungere i propri obiettivi e l’essenza della propria identità. Ci sono tante metafore nei miei testi, e quelle che riguardano il mondo naturale sono quelle da cui attingo di più. Il mondo naturale è un mondo che innanzitutto mi dà pace, mi fa stare bene, e che in qualche modo ha delle risposte alle nostre domande. Forse dovremmo guardare di più al mondo naturale per farci dare una mano, nei momenti belli ma anche in quelli meno belli.
Nei tuoi testi compaiono fiumi, città, montagne: paesaggi reali e interiori che diventano simbolo. Quanto i luoghi – il fiume, la città, le montagne – compaiono nei tuoi versi come elementi simbolici o autobiografici?
I luoghi che cito sono spesso sia simbolici che autobiografici. Vivo in città da sempre, ma fino ai 18-19 anni ho vissuto a Torino, che è la mia città natale ed è sul fiume. Sono sempre andata in montagna: di base è sempre stato il mio habitat. Uguale per il fiume, perché andavamo al fiume più che al mare – era più vicino alla casa dei nonni dove stavamo in campagna la maggior parte del tempo d’estate. Da lì è nata una passione per il fiume, che dal luogo fisico si trasforma in luogo metafisico di rigenerazione e di contatto con l’elemento acqua, che mi rappresenta molto. Tra l’altro sono del segno del Cancro, quindi sono abbastanza acquatica in generale. Direi entrambe le cose: sono luoghi autobiografici – appena posso vado in campeggio, al fiume, cerco di stare nella natura, cerco riparo nella natura – e allo stesso tempo sono luoghi a cui penso quando non ho la possibilità di essere lì fisicamente. Per me sono luoghi di evasione, in cui ritrovare le forze e l’essenza del mio essere.
Viviamo un tempo frammentato, dominato dai social e dall’immagine veloce, che spesso riduce lo spazio della parola. In che modo coltivi la tua autenticità poetica in questo contesto? Come difendi lo spazio della parola vera, dell’ascolto lento?
Trovo molto difficile ritagliarsi uno spazio interiore e fisico nel quotidiano, lontano dalla confusione che il nostro mondo – e soprattutto i social – generano di continuo. Premetto che lo trovo estremamente complicato nel mondo in cui viviamo, soprattutto vivendo a Milano, immersa in un contesto cittadino molto frenetico. Tendo ogni tanto a toccare l’apice della mia sopportazione e quindi poi mi isolo. Quando sono in vacanza cerco di staccarmi dai social. Ho impostato dei tempi di utilizzo sia di WhatsApp che di Instagram; TikTok non lo uso tantissimo, fortunatamente. Non mi viene semplice, perché penso che tutti noi siamo vittime del sistema telefono, del sistema mondo che viviamo.
Nel tempo però ho escogitato dei momenti in cui mi distacco da tutto questo, anche mentre scrivo: metto il telefono in aereo, perché anch’io sono distratta da questi mezzi. Trovo sia fondamentale per stare bene, e a maggior ragione per procedere con una ricerca artistica autentica, cercare di stare distaccati dal mondo social il più possibile. Mentre lavoravo a questo disco ho cercato di isolarmi per non avere troppi paragoni e appigli con il mondo artistico esterno. Devo dire che è una cosa che ha funzionato e che mi è piaciuta. Trovo molto frustrante come sono cambiati i social, come sono evoluti. Li trovavo alienanti anche prima, però nell’ambito della promozione dei miei dischi ho notato dei cambiamenti: questa fase specifica, la promozione di questo disco, ha vissuto il momento social più estremo.
L’algoritmo è cambiato moltissimo e penalizza la parola: post lunghi, video troppo lunghi. Trovo tutto questo frustrante, quindi tendenzialmente a un certo punto cerco di fregarmene – anche se non sono immune dal sistema, per cui anch’io ogni tanto ci casco. Cerco di isolarmi per rimanere intatta nell’equilibrio sia della creazione che della gestione della quotidianità. Ho impostato questi limiti di utilizzo dopo aver visto quante ore passavo su WhatsApp o Instagram: mi sono sinceramente spaventata. Non penso che l’isolamento totale sia la soluzione, perché purtroppo questo è il mondo che abitiamo – e dovrei anche fare completamente un altro lavoro per fregarmene del tutto. Penso però che possa esserci una via di mezzo, un atteggiamento più saggio. La cosa che mi fa rimanere speranzosa è che percepisco attorno a me tanta stanchezza rispetto al mondo dei social: iniziano a esserci locali dove entri senza il telefono, luoghi in cui la comunità e il momento presente sono al centro, e non tutto il resto. Forse questo potrebbe essere uno spiraglio di propositività per i tempi che viviamo.
L’incontro con GINEVRA si conclude così, lasciando risuonare quella tensione tra autenticità e compromesso, tra silenzio creativo e rumore digitale che attraversa non solo la sua esperienza ma quella di un’intera generazione di artisti. La sua voce – letteraria quanto musicale – si afferma come testimonianza di una ricerca identitaria che procede per sottrazione e accumulo insieme: sottraendo le sovrastrutture imposte dall’industria culturale contemporanea, accumulando esperienze, letture, paesaggi interiori ed esteriori.
FEMINA si configura così non soltanto come titolo di un album, ma come dichiarazione poetica di un’identità che si rivendica nella sua complessità, rifuggendo da ogni semplificazione. In un panorama musicale spesso appiattito sulla superficie, GINEVRA rivendica la profondità della parola, la lentezza dell’ascolto, la necessità di uno spazio – fisico e mentale – in cui la creazione possa ancora avvenire lontano dalla tirannia dell’algoritmo. La sua poetica del fiume, della montagna, della fonte da raggiungere immergendo i piedi nel fango, diventa metafora di un percorso artistico che non teme di sporcarsi le mani, di attraversare il disagio e la contraddizione, per restituirci quella verità che solo l’arte – quando è autentica – sa custodire e trasmettere.
