Recensione: “Chiamali ancora per nome” di Ksenja Laginja | L’Altrove
Recensione: “Chiamali ancora per nome” di Ksenja Laginja | L’Altrove

Recensione: “Chiamali ancora per nome” di Ksenja Laginja | L’Altrove

La silloge Chiamali ancora per nome di Ksenja Laginja (Arcipelago itaca, 2025) si presenta come un’opera di straordinaria densità semantica e complessità strutturale, in cui la poeta genovese articola una riflessione filosofico-esistenziale sulla casa, sull’identità e sulla violenza originaria attraverso un linguaggio che rifugge programmaticamente ogni concessione alla prosa narrativa. Alex Tonelli, nell’introduzione al volume, identifica correttamente il nucleo generativo dell’operazione poetica di Laginja in quella che definisce una “dialettica negativa”, richiamandosi esplicitamente ad Adorno e alla sua fisiognomica mahleriana: una poesia-suono che increspa il silenzio senza mai cristallizzarsi in sintesi definitiva, aprendo “uno squarcio nella realtà” da cui sgorga “il sangue di una possibilità”.

Struttura e architettura del volume

La raccolta si articola in due sezioni complementari e dialetticamente opposte: In principio fu la casa e La desolazione dell’acqua, precedute da un componimento liminare che funge da epigrafe programmatica:

C’era un tempo in cui
abitavamo la terra dei giganti
e la preda era la ricompensa,
non abbiamo desiderato altro
crescendo a brandelli.

Questi versi inaugurali introducono immediatamente il lettore in una dimensione temporale mitica e primordiale, dove l’abitare si configura come condizione di violenza e frammentazione, di crescita “a brandelli” in cui la conquista della preda sostituisce ogni altro desiderio. È significativo che Laginja scelga una prospettiva collettiva – il “noi” che attraversa l’intera raccolta – per indagare l’esperienza della casa non come luogo di protezione ma come spazio di sopraffazione e dominio.

La figura del lupo: simbolo polimorfo della violenza

La figura del lupo, che percorre ossessivamente l’intero libro, costituisce il nucleo simbolico attorno al quale si coagula l’intera architettura semantica dell’opera. Non si tratta di un simbolo univoco o facilmente decodificabile, ma di una presenza polimorfa che incarna simultaneamente la violenza paterna, l’istinto predatorio, la legge che fonda e distrugge la comunità familiare. Nel primo componimento della sezione inaugurale, Laginja pone la domanda fondamentale:

Come si cattura un lupo?
È un sillabare caldo
serrato tra le labbra e il petto
la mano ferma posata
sul coltello, in attesa.
Parliamo sottovoce
tentando di riconoscerci,
questo l’amore lo dà
questo l’amore lo toglie
la capacità di raccogliere
i pezzi a volto scoperto.

La cattura del lupo è qui identificata con un atto linguistico (“un sillabare”), ma anche con la tensione violenta dell’attesa armata, mentre l’amore viene paradossalmente definito attraverso la sua doppia funzione di dare e togliere, di ricomporre e frammentare.

Il nome come violenza fondativa

La questione del nome – centrale nell’economia complessiva della raccolta, come indica il titolo stesso – emerge con particolare evidenza nel componimento di pagina 21:

Furono i colpi a plasmarci
forgiati a forza nella bocca
nel tempo dei cristalli.
L’umiliazione si concluse
all’origine del nome
che prese posizione
creando nodi, impossibili
da sciogliere.
Adesso che non eravamo più lì
fu evidente l’inganno del viaggio
che l’altezza si potesse misurare
attraverso l’apertura della bocca.
Capimmo così il senso della fame
come il lupo era entrato in noi
aveva indossato nomi e abitudini
si era seduto alla nostra tavola
e il perché ci davano la caccia.

Il nome appare qui come imposizione violenta, “forgiato a forza nella bocca”, strumento di un’umiliazione fondativa che crea “nodi impossibili da sciogliere”. La metafora dell’interiorizzazione del lupo – “era entrato in noi / aveva indossato nomi e abitudini” – rivela la dimensione più inquietante della riflessione di Laginja: la violenza non proviene semplicemente dall’esterno, ma si inscrive nella struttura stessa dell’identità nominata, trasformando le vittime in potenziali carnefici.

Il dialogo con Celan: nominare per salvare

Particolarmente significativo appare il componimento dedicato a Haim (presumibilmente un riferimento al poeta Paul Celan, nato Paul Antschel-Haim):

Tutti aspettiamo qualcosa
così si protegge l’amato
evitando di pronunciarlo,
per questo non ti nomino mai
non lo racconto a nessuno
né tento di avvicinarmi o sognarti
arrivo anche a negare il fatto
mi convinco in questo modo
di poterti salvare.
Haim, come si salvano le cose?
Lo chiedo a te che mi sei dentro
e strappi alla morte ogni rimorso
in questo premere con forza
alla radice di tutto.

La questione della nominazione si carica qui di una valenza protettiva: non nominare diventa strategia di salvezza, nel tentativo di sottrarre l’amato alla presa della morte attraverso il silenzio. Il riferimento a Celan non è casuale: come il poeta della Shoah, Laginja interroga il linguaggio nella sua capacità/incapacità di dire l’indicibile, di nominare il trauma senza tradirlo.

La casa: cumulo di pietre e inferno domestico

La casa, tema centrale della prima sezione, viene progressivamente decostruita e rivelata nella sua ambivalenza costitutiva. Il componimento di pagina 25 è esemplare in questo senso:

Prendi la casa
immaginala piena di bene
ricorda che ogni riflesso
custodisce sempre
una sofferenza.
È solo un altro cumulo di pietre
« mastica bene » ripetono
così si addomestica una casa
« deglutisci piano » se impari a farlo
il colpo annullerà la perdita.

L’imperativo dell’immaginazione (“immaginala piena di bene”) viene immediatamente contraddetto dalla consapevolezza che ogni riflesso “custodisce sempre una sofferenza”. La casa si riduce a “cumulo di pietre”, mentre l’addomesticamento passa attraverso una metafora digestiva inquietante, in cui masticare e deglutire diventano atti di incorporazione violenta che dovrebbero “annullare la perdita” ma ne rivelano invece l’incolmabilità.

Il componimento-chiave: Chiamali ancora per nome

Il componimento centrale della raccolta, quello che dà il titolo all’intero volume, merita un’analisi particolarmente attenta:

Ruppe il vaso a dicembre
senza rendersene conto
tra Il giovane Holden
e Una stagione all’inferno
che poi l’inferno era già lì
tra l’ingresso e la camera da letto
e abitava tutte le stagioni.
Chiamali ancora per nome
quello imposto a mani feconde,
l’inverno conquisterà tutto
compresa la terra
e i piedi che l’attraversano –
così ti chiedo una preghiera
per tutte le ombre orfane
dominate dal silenzio
ognuna a modo suo
chiede di restare.
Ora che non ci spetta nulla
oltre il campo di battaglia
indugio ancora nella stanza
metto da parte la vertigine
tra l’approdo e la sconfitta
insieme ai tuoi giovani passi,
abbandono così la terra
per riseminare il campo
senza mai lasciarti.
*
Avevi già compreso
l’ingiustizia della luce
che rivela solo
un lato delle cose.

La rottura del vaso – gesto involontario che richiama la shevirat ha-kelim della Kabbalah lurianica – avviene in uno spazio letterario significativo, “tra Il giovane Holden / e Una stagione all’inferno”, tra l’adolescenza tradita di Salinger e la discesa rimbaudiana nell’inferno del linguaggio. Ma l’inferno, precisa Laginja, non è dimensione metaforica: “era già lì / tra l’ingresso e la camera da letto / e abitava tutte le stagioni”. L’imperativo “Chiamali ancora per nome” acquista qui tutta la sua potenza semantica: si tratta di un atto di resistenza alla cancellazione, di fedeltà alla memoria contro l’oblio, ma anche di riconoscimento della violenza inscritta nel nome stesso (“quello imposto a mani feconde”). Le “ombre orfane / dominate dal silenzio” che “ognuna a modo suo / chiede di restare” sono le vittime della sopraffazione, i figli della casa-inferno, a cui la poeta dedica la sua “preghiera” laica. L’ultimo movimento del componimento introduce una consapevolezza gnoseologica fondamentale: “l’ingiustizia della luce / che rivela solo / un lato delle cose” richiama l’impossibilità di una conoscenza totalizzante, la necessaria parzialità di ogni sguardo.

La seconda sezione: rifondazione e desolazione

La seconda sezione, La desolazione dell’acqua, apre con un’epigrafe tratta da García Márquez: “Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito”. Se la prima sezione indagava la violenza del nome imposto, la seconda esplora la possibilità di una rifondazione linguistica, di un “nuovo alfabeto / che dobbiamo ricostruire / la possibilità di nominare / a voce ferma la casa”. Ma questa rifondazione passa necessariamente attraverso la desolazione, attraverso lo svuotamento:

Nel lago c’è il fuoco
e il pozzo è colmo,
dobbiamo svuotarlo
irrompere così nel fango
decomporre l’ostruzione
e sovvertire il suo corso
ritrovare la pelle animale
mutata nel tempo.

Il riferimento all’I-Ching (esagramma 49, 革 Gé: Il sovvertimento) situa questa operazione di svuotamento e rifondazione in una dimensione sapienziale e cosmologica.

L’epifania del cervo

Il componimento di pagina 66 introduce un elemento epifanico che contrasta con la violenza pervasiva della raccolta:

Questo agitarsi nel buio
tra le geografie mobili e sovrapposte
alla stratigrafia della tana
noi lo chiamiamo figlio della colpa
ma un nome è un desiderio
e se vuoi puoi cambiarlo.
Ricordi la bellezza del cervo?
Ci apparve feroce e luminosa
come una rivelazione.
Il grande signore della foresta
in fuga dal branco
e noi lì davanti
incompresi
in quel miracolo.

La visione del cervo – “grande signore della foresta / in fuga dal branco” – costituisce un momento di grazia, una “rivelazione” che interrompe momentaneamente la logica predatoria del lupo. Ma significativamente, anche il cervo è in fuga, e i testimoni di questo miracolo restano “incompresi”, incapaci di tradurre pienamente l’esperienza epifanica in linguaggio condiviso.

Aspetti formali e stilistici

Sul piano formale, la poesia di Laginja si caratterizza per una sintassi spezzata, paratattica, che procede per accostamenti fulminanti piuttosto che per sviluppo argomentivo. I versi, prevalentemente brevi, creano un ritmo sincopato che amplifica la tensione semantica del dettato. L’uso dell’enjambement è sistematico e funzionale a creare sospensioni di senso, attese che vengono ora confermate ora smentite dal verso successivo. Il lessico alterna registri differenti: accanto a termini quotidiani (“tavola”, “pane”, “mura”) compaiono vocaboli che appartengono a linguaggi specialistici (l’alchimia, la biologia, la geologia), creando un effetto di straniamento che impedisce ogni lettura consolatoria.

La dimensione numerologica e alchemica

La dimensione numerologica esplicitata nelle Annotazioni iniziali – i 63 testi che compongono il libro, la cui somma (6+3=9) rimanda al numero della trasformazione alchemica, della Nigredo – non costituisce un vezzo esoterizzante ma rivela la profonda coerenza architettonica dell’opera. Il 9 come “opera al nero”, come “fase dissolutiva che precede la rinascita”, descrive perfettamente il movimento complessivo della raccolta: una discesa necessaria nell’inferno domestico, una dissoluzione delle false certezze, propedeutica a una possibile – mai garantita – ricostruzione.

Il finale: attraversamento senza possesso

Il finale della raccolta mantiene l’ambiguità costitutiva dell’intera operazione poetica. Il componimento conclusivo recita:

Si aprono così le cose
senza un rumore preciso.
Qualcosa è rimasto indietro
e solo ora iniziamo a capire
di non aver mai posseduto molto
di come l’acqua ci abbia
attraversato, passando oltre.

Non c’è catarsi, non c’è redenzione definitiva, ma solo la consapevolezza tardiva (“solo ora iniziamo a capire”) di “non aver mai posseduto molto”, di essere stati attraversati dall’acqua – elemento ctonio e purificatore, distruttore e rigeneratore – che passa oltre, che non si lascia possedere.

Conclusioni: un’opera di rigorosa intransigenza

Chiamali ancora per nome si colloca nel panorama della poesia italiana contemporanea come opera di rigorosa intransigenza formale e radicale onestà tematica. Lontana tanto dalla facilità comunicativa di certa poesia confessionale quanto dall’oscurità gratuita di alcuni esiti neo-ermetici, Laginja costruisce un linguaggio poetico che è insieme oscuro e necessario, ermetico e carnale. La sua è una poesia che non concede vie di fuga, che costringe il lettore a sostare nel disagio, nella contraddizione irrisolta tra il bisogno di nominare e l’impossibilità di dire, tra la violenza del nome imposto e la necessità di “chiamare ancora per nome” per non cedere all’oblio.

In questo senso, l’operazione di Laginja può essere accostata a quella di altre voci della poesia italiana contemporanea che hanno indagato il trauma familiare e la violenza archetipa – da Patrizia Cavalli a Mariangela Gualtieri, da Antonella Anedda a Elisa Biagini – pur mantenendo una voce assolutamente originale e riconoscibile.

Il merito principale di questa raccolta risiede nella capacità di tenere insieme rigore formale e urgenza esistenziale, ricerca linguistica e densità emotiva, costruzione simbolica e concretezza corporea. Il lupo, la casa, l’acqua, il nome non sono qui simboli decorativi ma nuclei semantici vivi, pulsanti, che portano addosso il peso della storia e del trauma. E in questo fedele “chiamare ancora per nome” – gesto insieme di denuncia e di pietà, di accusa e di ricordo – risiede la forza etica e poetica di un’opera destinata a durare.