A cinquant’anni esatti dalla morte sulla spiaggia di Ostia, Pier Paolo Pasolini si trova in una posizione paradossale: celebrato unanimemente, citato da ogni parte dello spettro politico, invocato come profeta, eppure sistematicamente tradito nella sostanza del suo pensiero. Il 2 novembre 2025 non segna soltanto una ricorrenza cronologica, ma impone un’interrogazione radicale: come è stato possibile che un intellettuale così profondamente antagonista, scandaloso, inclassificabile sia diventato oggetto di consenso trasversale, di santificazione che ne svuota precisamente la carica eversiva?
La prima operazione di tradimento è stata la trasformazione di Pasolini in martire laico. Il corpo violato, assassinato in circostanze mai chiarite, è diventato reliquia: il luogo del delitto meta di pellegrinaggio, la morte violenta passione cristica. Questa santificazione ha permesso di rimuovere ciò che in Pasolini era irriducibilmente scandaloso: la sessualità dissidente, il corpo omosessuale desiderante, la carnalità che attraversava l’opera non come metafora ma come pratica vissuta. La critica cattolica progressista ha visto in lui il “cristiano senza chiesa”, rimuovendo la dimensione propriamente blasfema della sua poesia, dove sacro e osceno si contaminano indissolubilmente. La sinistra lo ha fatto “poeta civile” per eccellenza, cancellando tutto ciò che non era riconducibile all’ortodossia marxista: la critica feroce alla razionalizzazione progressista, la diffidenza verso industrializzazione e progresso tecnologico, il rifiuto dell’illuminismo come orizzonte esclusivo.
Il secondo meccanismo è l’uso citazionale, il saccheggio di frammenti estrapolati e piegati a finalità opposte. L’articolo sulla scomparsa delle lucciole è diventato luogo comune trasversale, perdendo la specificità di analisi del neocapitalismo come mutazione antropologica. La destra ha appropriato gli Scritti corsari leggendo la critica al Sessantotto come anticipo del conservatorismo, dimenticando che Pasolini lo criticava da sinistra, per il suo carattere piccolo-borghese. La sua difesa delle culture contadine non era nostalgia tradizionalista ma lamento per la distruzione di comunità autonome. Il celebre “Io so” è stato ridotto a slogan applicabile a qualsiasi circostanza, perdendo la precisione storica dell’analisi del potere democristiano.
Particolarmente grave è la rimozione del corpo e della sessualità. Sebbene l’omosessualità di Pasolini sia nota, essa viene sistematicamente desessualizzata, sublimata. Il desiderio per i ragazzi di borgata diventa “amore per il popolo”, la ricerca erotica viene trasfigurata in “antropologia partecipata”. Nella ricezione della poesia, componimenti esplicitamente erotici vengono letti come metafore politiche, la carnalità spiritualizzata. Il Pasolini che viveva la sessualità in modo non conforme ai modelli borghesi viene accuratamente cancellato. Questa rimozione è gravissima perché in lui la sessualità non era separabile dalla politica e dalla poetica: era la marginalità sessuale il fondamento della sua posizione epistemologica, ciò che gli permetteva di vedere quello che il centro non vedeva.
Il paradosso supremo è che Pasolini viene celebrato proprio quando le sue “profezie” si sono pienamente realizzate. L’Italia del 2025 è esattamente l’Italia che aveva previsto e temuto: mutazione antropologica compiuta, culture popolari scomparse, omologazione consumistica totale, società dello spettacolo dominante, corpi mercificati, linguaggio impoverito. Eppure questa constatazione viene metabolizzata in maniera consolatoria: lo celebriamo riconoscendo che aveva ragione, ma non cambiamo nulla. La profezia viene riconosciuta per neutralizzarla. I convegni si moltiplicano, le pubblicazioni commemorative si susseguono, ma la società procede lungo il tracciato che lui indicava come catastrofico. Significativamente, viene celebrato attraverso gli stessi dispositivi spettacolari che aveva identificato come strumenti di omologazione: la televisione dedica speciali, i social media pullulano di citazioni, l’industria culturale produce quantità sterminata di “prodotti” mercificando ciò che lui aveva opposto alla mercificazione.
Nel panorama politico, Pasolini è terreno di contesa tra forze ugualmente distanti dal suo pensiero. Entrambe le appropriazioni lo tradiscono rimuovendone l’inassimilabilità, l’eccedenza, il rifiuto di ogni posizione codificata. Pasolini non era né progressista né conservatore: era radicalmente fuori da queste coordinate, e questa estraneità era la condizione della sua lucidità. Normalizzarlo schierandolo significa annullarne la potenza critica.
Cruciale è anche la marginalizzazione della poesia. Pasolini è riconosciuto come grande cineasta, ma la poesia – sua prima e forse più costante vocazione – resta confinata agli specialisti. Questa rimozione non è casuale: la poesia è più radicale, più compromettente. I film possono diventare classici da museo; la poesia resiste alla neutralizzazione. Il corpo desiderante, la lingua contaminata, la violenza formale, la blasfemia esplicita sono più difficili da metabolizzare. Le ceneri di Gramsci, La religione del mio tempo, Trasumanar e organizzar sono oggi sostanzialmente ignorate. Questa marginalizzazione è grave perché nella poesia si trovano gli elementi più irriducibili: la riflessione sulla lingua come luogo di dominio e resistenza, la tensione tra forma classica e contenuto sovversivo, la corporeità come cifra esistenziale.
Una ragione profonda del tradimento è che Pasolini è, per natura, ineredibile. La sua posizione era legata a una contingenza storica specifica – l’Italia della transizione dalla società contadina a quella industriale, la presenza di culture popolari autonome – non trasferibile al presente. Inoltre era costitutivamente contraddittoria, non sistematizzabile. Pensava per folgorazioni, intuizioni, paradossi, non per teorie coerenti. La sua forza stava nell’attraversare contraddizioni senza risolverle, nel mantenere tensioni inconciliabili. Questa modalità non può essere trasmessa come dottrina: o la si reinventa originalmente o si scade nell’imitazione sterile. La celebrazione maschera questa impossibilità facendo finta che Pasolini possa essere “applicato” al presente, chiedendo “che cosa direbbe di…?” i social media, l’immigrazione, il populismo. Ma questa domanda è già un tradimento: Pasolini non aveva ricette, aveva uno sguardo non ereditabile ma solo reinventabile.
Come è possibile allora un rapporto non tradente? Non attraverso la “fedeltà”, altra forma di mummificazione, ma attraverso un’infedeltà produttiva che riattivi la potenza critica. Un Pasolini attuale dovrebbe essere sottratto al consenso, restituito alla capacità di scandalizzare. Occorre recuperare ciò che è stato rimosso: la sessualità non normalizzabile, la violenza verbale, il rifiuto di ogni posizione rassicurante. Dovrebbe essere liberato dalla funzione di “profeta” che conferma l’impotenza. La sua denuncia era disperata ma non rinunciataria: fino all’ultimo cercò forme espressive che nominassero l’orrore senza esserne complici. È questa tensione tra lucidità disperata e ostinazione espressiva che dovremmo ereditare, non le singole posizioni. Richiederebbe infine di tornare ai testi più trascurati: la poesia, Petrolio, La Divina Mimesis, gli scritti teorici sul cinema. È lì che si trova il Pasolini meno addomesticato, più irriducibile.
A cinquant’anni dalla morte, il rischio è che il 2 novembre 2025 si configuri come ennesima occasione mancata: celebrazione retorica che conferma il tradimento. Le commemorazioni ufficiali rischiano di essere ciò che Pasolini avrebbe detestato: un rito spettacolare che assolve la società dal confronto con le sue denunce. La posterità tradita non è destino ineluttabile ma risultato di precise scelte. Pasolini è stato neutralizzato perché troppo pericoloso lasciarlo vivo nella sua alterità. Santificarlo, citarlo, appropriarselo sono stati modi per disinnescarne la carica eversiva.
Il vero omaggio, nel cinquantenario, sarebbe smettere di celebrarlo e cominciare ad ascoltarlo. Non per trovare risposte – che lui non aveva – ma per ritrovare la capacità di formulare domande radicali, di guardare il presente con occhi non addomesticati, di pensare e scrivere in modo non riassorbito dal sistema che si vorrebbe criticare. Questo è ciò che Pasolini continua a insegnarci, se solo accettassimo di smettere di tradirlo.
