Recensione: “L’arte di non credere a nulla” di Raoul Schrott | L’Altrove
Recensione: “L’arte di non credere a nulla” di Raoul Schrott | L’Altrove

Recensione: “L’arte di non credere a nulla” di Raoul Schrott | L’Altrove

L’opera di Raoul Schrott, L’arte di non credere a nulla, tradotta da Federico Italiano per Crocetti Editore, si presenta come un’architettura letteraria di straordinaria complessità, in cui convivono riflessione filosofica, archeologia testuale e poesia che attinge alla tradizione europea e orientale. Il volume si presenta come stratificazione di livelli interpretativi: una cornice narrativa che racconta il ritrovamento di un misterioso Manuale dell’esistenza transitoria nella Biblioteca Classense di Ravenna; brani in prosa tratti da questo supposto manoscritto settecentesco; e componimenti poetici che costituiscono il nucleo pulsante dell’opera.

Schrott elabora una complessa narrazione delle origini del testo, che farebbe risalire il Manuale a Matthias Knutzen, teologo radicale del Seicento, rifugiatosi nell’abbazia benedettina di Pomposa. L’autore costruisce una fitta rete di riferimenti intertestuali – da Geoffroy Vallée al De tribus impostoribus, da Lucrezio a Spinoza, dalle poesie di Bhartṛhari agli scritti di Garlandus Compotista. Questa elaborata mise en scène non è mero gioco postmoderno, ma dispositivo epistemologico: la moltiplicazione delle fonti, l’incertezza attributiva, la stratificazione testuale diventano metafora dell’impossibilità di attingere a una verità originaria.

L’esistenza transitoria

Il concetto centrale è quello di “esistenza transitoria”, che Schrott definisce come “qualcosa di momentaneo che termina con la morte”. I brani in prosa sviluppano una cosmologia materialistica lucreziana: “il mondo è imperfetto · è nato da casuali traiettorie di corpuscoli che si scontravano o si combinavano tra di loro”. Ma alla fisica atomistica si sovrappone una fenomenologia del tempo: “crediamo di vivere il tempo: ma questo è sbagliato · ognuno vive solo istanti – istanti di esperienza”.

La struttura mosaica e il paradigma ravennate

Schrott esplicita il suo modello compositivo: i mosaici di Ravenna, con la loro tecnica di assemblaggio di tessere minute per creare figure che acquistano forma solo nella distanza. La poesia d’apertura, sant’apollinare in classe, illustra questo metodo:

riecheggiano i passi attraverso i pini · tra querce rocciose
e rose di ghiaia che in mezzo ai marmorei gigli
di mare arrivano fino al bosco perduto
fiori di neve estiva sotto le vigilie
delle sue corone d’aghi · niente spaurisce le pernici sassatili
dal loro muschio · recitano le loro strofe
su cui la brezza marina intona un canto gutturale
per posarsi sull’erba come rugiada · il suo blu diventa
sempre più verde per cedere tra i fiori di campo
al giallo del sole · o sancta simplicitas
in cui solo gli alberi svettano nel cielo
dai cui frutti di pietra si estrae la luce

Il paesaggio musivo diventa metapoesia: il mosaico ravennate è già linguaggio. La natura rappresentata nell’arte bizantina viene restituita alla sua materialità terrestre (“frutti di pietra”), mentre il sacro si dissolve in pura cromatura visiva.

La fenomenologia dei mestieri

Schrott costruisce una galleria di figure professionali che attraversano l’intera gamma delle attività umane. Ogni mestiere rivela una particolare angolazione esistenziale. Esemplare è la fotografa:

gli occhi ti diventano di ghiaccio · mi guardano attraverso le lenti
dell’obiettivo e si mettono in posa – il sorriso storto
espressivo o pieno d’anima · sciocco · come disinteressati assenti
davanti all’eternità in cui credono di essere catturati a ogni scatto
come se la vita si potesse giustificare con delle pose
mentre io cerco ciò che concedono solo a sé stessi
il momento della non simulata presenza
spulciando tra tutto questo fingere
a volte lo colgo mentre si voltano
per vedere la faccia che stanno
perdendo: arrossendo · arrabbiata · una sorta di passione
nella sconfitta · nulla di straordinario – eppure una fototessera
del privato · dalla quale con impensata risoluzione
qualcosa di noi emerge lievemente quasi
come la luce che annerisce l’argento

La fotografa diventa figura epistemologica: catturare l'”impensata risoluzione” in cui l’individuo si rivela oltre la maschera sociale. La metafora fotografica funziona come correlativo oggettivo del processo poetico stesso.

Il tempo come illusione

Schrott elabora una concezione del tempo che rifiuta la linearità cronologica: “tutto ciò che viviamo – tutto ciò che è reale – sono singoli istanti”. La poesia il conducente d’autobus traduce questa riflessione in immagine:

non guido davvero io: nel salire e scendere
mi oltrepassano tutti · nello specchietto retrovisore
li vedo crescere e invecchiare · sfregarsi gli occhi e sbadigliare
occupare il posto accanto · tacere
l’uno con l’altro e per lo più guardare fuori
dal finestrino come bramassero partire
ma dovessero ancora rimanere
le persone sono sempre più un mistero per me
bambini rumorosi · scolari che si baciano di nascosto
e che una volta adulti non salutano più neanche me
obliterano le loro vite con l’abbonamento
mentre questo contabile in prepensionamento
si tiene alla sbarra e ogni volta fa il giro completo
per raccontarmi di ieri come da un posto remoto
cancro al fegato · nipoti · e tutto ciò che lo infastidisce
apparentemente guido in un cerchio che non si chiude
per nessuno

Il conducente, immobile al suo posto, assiste allo scorrere delle vite come spettatore del tempo stesso. Il movimento circolare diventa figura dell’eterno ritorno svuotato di ogni dimensione metafisica.

L’ateismo come posizione etica

Il titolo dichiara programmaticamente la posizione atea, che non è nichilismo passivo ma assunzione lucida della condizione umana. La poesia un parroco rappresenta il momento di maggiore tensione dialettica con la dimensione religiosa:

c’è un buco nel mio cuore
da cui fuoriesce questo morbo umano
tutto il fiato velenoso che le candele
nella cappella non riescono a bruciare
così qualcosa in me di sano e luminoso rimane
sebbene a costo d’intorpidire
sono vicino a chiunque s’inginocchi ai banchi
e ascolto queste impotenze d’odio e avidità
come riverbero del tempo divenuto assordante
miserabile colui che non può più dire “qui c’è”
ma solamente “io sono” · concederei a tutti
la redenzione da questa purulenza
ma anch’io siedo in febbrili vuoti
nel legno della grata sono intagliate le rose del silenzio
sotto queste posso perdonare ma non assolvere

Il parroco è figura tragica, consapevole dell’inefficacia del sacro. L’immagine “cristo la rivelazione di un chiodo nella mano” riduce la promessa di redenzione a pura materialità del supplizio.

L’amore come resistenza al nulla

Nonostante la consapevolezza della precarietà, l’opera non celebra il nichilismo. L’amore emerge come dimensione in cui l’esistenza si intensifica. La poesia coppia d’amanti esplora la tensione tra intimità e solitudine ontologica:

per allungare finalmente il braccio verso di te –
se lo prendi lo afferri si immerge nell’acqua
senza che essa s’increspi · o vi si rompa il riflesso
sotto le suole crepitano foglie e il suolo s’infanga
il buio traforato da chiazze di sole
intorno a cui albero s’intesse ad albero nel pomeriggio
trarti via dal sentiero tenendoti per mano
verso le foglie dei faggi · verso il bosco · dentro una conca
e poi dall’alto delle chiome luce a cascata
in cui ci si tocca col capo e ci si lecca
a vicenda la pelle – per sentire vello e peluria

L’incontro erotico dissolve i confini tra i corpi e tra l’umano e il naturale. Il gesto di “trarsi via dal sentiero” figura la sospensione del quotidiano.

Il testamento e l’eredità dell’impermanenza

Verso la fine, Schrott inserisce testamento, summa delle posizioni etiche ed estetiche dell’opera:

ricordati di me affinché io possa dimenticarmi
trovami là dove più non sono
celebrami con un rito di luce dopo la mia morte
segui le nuvole – anche loro non vanno in nessun luogo
cercami tra questa coorte
di solitari a occhi chiusi
e prometti ciò che non mantengo
sii lo spaventa-fantasmi tra tutti questi demagoghi
e di’ che l’onore esiste eccome – anche per noi ladri
non ho mai desiderato un amore con bon ton
o pomeriggi domenicali o piante sul balcone
mai voluto contratti nuziali o un sermone per le mie esequie

Il testamento rovescia le convenzioni del genere: richiesta paradossale di essere ricordato “affinché io possa dimenticarmi”. Il poeta rivendica un’esistenza vissuta ai margini delle norme sociali, rifiutando ogni consolazione borghese o metafisica.

La bellezza nel fallimento

L’arte di non credere a nulla rappresenta un contributo significativo alla poesia filosofica contemporanea. Schrott riesce a coniugare rigore concettuale e intensità lirica, creando un’opera che resiste alle facili categorizzazioni. La sua posizione atea non è negazione nichilista ma affermazione di un’etica immanente, fondata sul riconoscimento della finitezza e della casualità dell’esistenza. Come scrive nella premessa: “Se c’è qualcosa che unisce tutti questi contorni è un’attitudine che cerca di trovare bellezza nel fallimento – per trarne una morale”.

In un’epoca caratterizzata dal ritorno di fondamentalismi religiosi e dalla proliferazione di narrazioni consolatorie, questa lucida accettazione della condizione umana depurata da ogni trascendenza rappresenta un gesto di onestà intellettuale e coraggio etico che merita la nostra più attenta considerazione critica.

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