SECONDA PUNTATA: Le streghe italiane e la loro eredità
Seconda e ultima puntata del articolo sulle poete streghe del Novecento. Dopo aver esplorato ieri Sylvia Plath e Anne Sexton, oggi ci concentriamo sulle due grandi voci italiane, Amelia Rosselli e Alda Merini, per poi riflettere sull’eredità e l’attualità di queste figure che hanno trasformato la marginalità in potenza poetica.
Leggi la prima puntata pubblicata ieri, 30 ottobre
Amelia Rosselli: La Lingua della Follia come Sperimentazione Radicale
Esilio, trauma e frammentazione linguistica
Amelia Rosselli rappresenta un caso unico nel panorama della poesia italiana del Novecento. Figlia dell’antifascista Carlo Rosselli, assassinato insieme al fratello Nello da sicari fascisti quando lei aveva solo sette anni, Amelia visse un’esistenza segnata dall’esilio (tra Francia, Inghilterra, Stati Uniti e infine Italia), dal trauma storico-familiare, e da una grave sofferenza psichica che la portò a numerosi ricoveri psichiatrici e, infine, al suicidio nel 1996.
La sua opera poetica – Variazioni belliche (1964), Serie ospedaliera (1969), Documento (1976), Diario in tre lingue – è caratterizzata da una sperimentazione linguistica radicale. Il plurilinguismo (italiano, inglese, francese), i neologismi, le fratture sintattiche producono un effetto di straniamento che sembra comunicare l’inesprimibile esperienza della sofferenza mentale.
Tuttavia, come ha osservato Andrea Zanzotto, nessuna ‘volontà’ di sperimentalismo emerge, perché lo stesso respirare-sopravvivere della persona è un ininterrotto, aspro tentativo, è sperimentazione. Eppure in tanta presa di buio fisico c’è un massimo di coscienza, tanto più lucida quanto meno capace di estrinsecarsi in distensive volute di giustificazione.
La “follia” di Rosselli diventa metodo conoscitivo, strumento per indagare le zone più oscure dell’esperienza. La poetessa doveva affrontare la mancanza di contatto con la realtà, la scissione quasi totale del suo stato d’animo. Ma questa frammentazione diventa la base per un linguaggio che tenta di imporre ordine al caos, pur sabotando subito tale tentativo.
Storia di una malattia: la cronaca lucida del delirio
Nel 1977 Rosselli pubblica su «Nuovi Argomenti» Storia di una malattia, testo straordinario in cui la poetessa osserva la propria patologia con sguardo quasi clinico, pur essendo in pieno delirio persecutorio. Convinta di essere controllata dalla CIA, di subire intrusioni domestiche, Rosselli mescola ipotesi cospirative reali con la dimensione paranoica della sua psiche.
Ciò che rende questo testo eccezionale è la capacità di mantenere una lucidità analitica anche nel cuore del delirio: sebbene il quadro appaia delirante, Rosselli lo espone con una lucidità da ‘cronista dell’incubo’. Questa compresenza di follia e coscienza critica fa di Rosselli una sorta di “antropologa della propria malattia”.
Come scrive Alberto Moravia nell’introduzione alla sua poesia, molti poeti ultra moderni operano una trasmutazione della normalità nella anormalità della poesia. In Amelia l’anormalità della poesia è congenita con la sua psicologia.
In Rosselli non c’è separazione tra vita e opera, tra malattia e linguaggio poetico. La sua “follia” non è un impedimento alla creazione artistica, ma ne costituisce la materia stessa, il medium attraverso cui passa una verità altrimenti inesprimibile.
La “strega” come apolide esistenziale
Se Rosselli non utilizza esplicitamente l’immagine della strega come fanno Plath e Sexton, la sua posizione esistenziale incarna perfettamente la condizione di marginalità radicale che la figura della strega rappresenta. È stata definita “un’apolide dell’esistenza”, senza patria linguistica (il plurilinguismo), senza patria geografica (l’esilio), senza patria mentale (la follia).
La strega è per definizione l’apolide, colei che non appartiene a nessuna comunità, che vive ai margini del villaggio, che parla una lingua incomprensibile. Rosselli, con la sua lingua frammentata, ibrida, con la sua identità diasporica, con la sua condizione di alienazione radicale, incarna questa figura della poeta-strega che abita uno spazio liminale, di confine, da cui però può pronunciare una parola di verità.
Alda Merini: Il Manicomio come “Terra Santa”
La “pazza della porta accanto”: autobiografia e testimonianza
Alda Merini è forse la più celebre “poeta folle” della letteratura italiana contemporanea. Ricoverata per la prima volta a sedici anni in clinica psichiatrica, passò complessivamente circa otto anni nell’Ospedale Psichiatrico “Paolo Pini” di Milano, tra il 1961 e il 1972. Questa esperienza segnò profondamente la sua vita e divenne materia centrale della celebre raccolta La Terra Santa (1984), che le valse il Premio Librex Montale.
A differenza delle altre tre poete, Merini ha sempre avuto un rapporto ambivalente con la propria “follia”. Se da un lato ha denunciato le violenze subite in manicomio, dall’altro ha rifiutato di presentarsi semplicemente come vittima. In un’intervista dichiarò: “Io la vita l’ho goduta tutta, a dispetto di quello che vanno dicendo sul manicomio. Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara”.
Questa capacità di trasformare l’esperienza traumatica in materia poetica, di trovare bellezza anche nell’orrore, è una delle caratteristiche più straordinarie della sua opera. Merini è riuscita a trasformare le difficoltà e l’orrore di una situazione estrema in poesia e bellezza.
La follia come “capitale” poetico e la testimonianza dell’orrore
Merini ha sempre insistito sulla distinzione tra follia e paranoia. Come ha affermato, “Il folle è un sapiente della grandezza, da non confondere col paranoico che vede grandezza ovunque, anche dove alberga la più totale ignoranza”. La follia, per Merini, è “un capitale enorme, estremamente prolifico, però lo può amministrare soltanto un poeta”.
Allo stesso tempo, ha sempre messo in guardia contro l’identificazione mistificante tra arte e follia: “si è fatta troppa confusione tra la mia poesia e la mia vita, anzi tra la poesia e la malattia”. La follia non è in sé poetica, ma può diventare materia poetica quando viene elaborata artisticamente.
La poesia di Merini sul manicomio ha un valore non solo estetico ma anche testimoniale. Ha dato voce a tanti uomini e donne umiliati, perseguitati, senza mai essere curati veramente. Ha descritto la realtà brutale dei trattamenti psichiatrici pre-legge Basaglia: le fascette, gli elettroshock come punizione, la spersonalizzazione.
Ma ciò che rende la sua testimonianza particolarmente potente è la capacità di mantenere insieme denuncia e trasfigurazione, realismo e visionarietà. Poesie come Laggiù dove morivano i dannati trasformano l’orrore del manicomio in immagini di bellezza straziante, carica di riferimenti biblici che conferiscono all’esperienza personale una dimensione universale e sacra.
Il titolo stesso della raccolta, La Terra Santa, opera questa trasformazione: il manicomio, luogo di abiezione, diventa paradossalmente uno spazio sacro, un “Golgota” dove si consuma un martirio che ha valore di testimonianza e di redenzione.
Il Corpo Elettrico e la Maternità Impossibile
Shock therapy e poetica del trauma
Un elemento che accomuna tutte e quattro le poete è l’esperienza dell’elettroshock, trattamento psichiatrico ampiamente utilizzato negli anni Cinquanta e Sessanta, spesso senza consenso informato e frequentemente usato come strumento di controllo più che di cura.
Plath ricevette elettroshock durante il suo primo ricovero nel 1953, esperienza che descrisse nel romanzo The Bell Jar come una tortura. Sexton fu sottoposta ripetutamente a elettroshock, esperienza che descrisse come “la peggiore tortura immaginabile”. Rosselli fu anch’essa sottoposta a trattamenti elettroconvulsivanti, esperienza che contribuì alla frammentazione del suo linguaggio poetico. Merini dedica alcune poesie potenti agli elettroshock: “Sono stata portata come un agnello al macello / e non sapevo che cosa mi aspettava / poi l’elettroshock / e la mia testa che si spaccava”.
Questo “corpo elettrico” – attraversato dalla corrente, spezzato, frantumato, ma anche paradossalmente “elettrizzato” – diventa una metafora centrale della loro poetica. L’elettroshock rappresenta l’estrema violenza del potere medico-psichiatrico sul corpo femminile, ma anche diventa fonte di una lingua nuova, frammentata, “cortocircuitata”, che dice l’esperienza del trauma in modo più autentico.
Maternità interrotte, maternità ambivalenti
Un altro tema che attraversa l’opera di tutte e quattro le poete è quello della maternità problematica, ambivalente, impossibile o interrotta.
Plath fu madre di due figli, ma la sua poesia esplora costantemente l’ambivalenza della maternità, l’oscillazione tra amore divorante e desiderio di fuga. Sexton ebbe due figlie, ma la sua depressione cronica rese il suo ruolo materno estremamente difficoltoso. Esplora il senso di colpa della “madre cattiva”, che non riesce a corrispondere all’ideale sociale della maternità come realizzazione suprema della femminilità.
Rosselli non ebbe mai figli, e nella sua opera la maternità appare come una possibilità negata, un’assenza che pesa. Merini ebbe quattro figlie, che le furono sottratte durante i lunghi anni di internamento. Questa separazione forzata è uno dei traumi più profondi della sua esistenza. In La Terra Santa scrive: “Ho perduto i miei figli nella bufera / della mia pazzia / e i miei seni si sono disseccati / senza poterli allattare”.
La maternità, per tutte e quattro, diventa così non il compimento “naturale” della femminilità, ma un campo di battaglia, un luogo di conflitto, di ambivalenza, di dolore. Anche in questo senso sono “streghe”: donne che non corrispondono all’immagine idealizzata della madre devota e sacrificale.
Linguaggi della Devianza: Strategie Formali
Le quattro poete adottano strategie formali molto diverse per articolare l’esperienza della marginalità.
Plath utilizza forme poetiche tradizionali sottoposte a tensione estrema attraverso immagini violente, contraddittorie. La sua poesia è caratterizzata da un’energia verbale vulcanica, da una proliferazione di metafore che creano un effetto di saturazione semantica.
Sexton privilegia un tono più narrativo e discorsivo, utilizzando un linguaggio quotidiano che però carica di valenze magiche e trasgressive. Trasforma la cucina in laboratorio alchemico, il bagno in tempio di riti segreti. Questa strategia di “incantare il quotidiano” è profondamente sovversiva.
Rosselli adotta una sperimentazione linguistica radicale che destruttura la sintassi, mescola le lingue, crea neologismi. La sua poesia sembra imitare i processi del pensiero delirante, ma risponde a una precisa logica compositiva basata su principi musicali (“spazi metrici”). È la lingua del trauma, del delirio, della dissociazione, ma anche di una lucidità superiore.
Merini mantiene una forma poetica relativamente tradizionale (versi liberi ma melodici, ricchezza di rime), ma la carica di un immaginario visionario e religioso. La sua strategia consiste nel dire l’orribile con voce dolce, nel descrivere la violenza con lingua limpida. Come ha osservato Giovanni Raboni, “Merini ha la capacità miracolosa di trasformare la disperazione in musica, il dolore in bellezza, senza negare il dolore”.
Eredità e Attualità: Le Streghe del XXI Secolo
Il ritorno della strega
Negli ultimi anni si è assistito a un rinnovato interesse per la figura della strega. Il movimento femminista contemporaneo ha riscoperto la strega come simbolo di resistenza al patriarcato, ricollegandosi alla tesi di Silvia Federici secondo cui la caccia alle streghe fu funzionale all’instaurazione del capitalismo e alla sottomissione del corpo femminile.
Questo “ritorno della strega” ha dato nuova attualità alle opere di Plath, Sexton, Rosselli e Merini. Poesie come Her Kind di Sexton circolano sui social media come manifesti di empowerment femminile. Citazioni di Merini vengono condivise come aforismi di saggezza alternativa.
Questo uso “pop” delle poete streghe ha aspetti positivi (diffonde la loro opera) ma anche rischiosi (decontestualizza i testi, ne appiattisce la complessità). È necessario un equilibrio tra accessibilità e rigore.
Salute mentale e stigma: che cosa è cambiato?
Un altro aspetto che rende attuali queste poete è la questione della salute mentale. Negli ultimi decenni, grazie alla legge Basaglia in Italia e a movimenti analoghi altrove, la psichiatria ha subito trasformazioni profonde. Tuttavia, lo stigma sulla malattia mentale persiste.
La testimonianza poetica di Merini sui manicomi, o le esplorazioni di Plath e Sexton della depressione, mantengono un valore non solo storico ma anche attuale. La loro opera invita a riflettere criticamente sui limiti del discorso psichiatrico e sulla possibilità di articolare l’esperienza della sofferenza mentale in termini diversi da quelli medicalizzanti.
Il concetto di “neurodiversità” offre una chiave di lettura alternativa: invece di leggere la loro “follia” come deficit da curare, si può riconoscerla come una forma di elaborazione dell’esperienza, che produce conoscenze e linguaggi alternativi. Come scrive Merini, “i veri poeti sono sempre un po’ folli, perché vedono il mondo in modo diverso”.
Questa prospettiva non nega la sofferenza reale che la malattia mentale comporta, ma rifiuta di ridurre le persone neurodivergenti alla loro diagnosi, riconoscendo invece la loro agency, la loro creatività, la loro capacità di produrre saperi e culture alternative.
Il Dono Ambiguo della Strega
Sylvia Plath, Anne Sexton, Amelia Rosselli e Alda Merini incarnano, in modi diversi ma complementari, la figura della “poeta-strega”: colei che abita il margine, che parla una lingua altra, che viene marginalizzata e patologizzata proprio per la sua capacità di dire verità scomode, di nominare l’innominabile, di attraversare zone d’ombra dell’esperienza umana che la società preferisce rimuovere.
La loro opera ci ha lasciato un’eredità complessa e contraddittoria. Da un lato, hanno dimostrato che è possibile fare grande poesia a partire dall’esperienza del trauma, della follia, dell’esclusione, trasformando ciò che la società definisce come deficit in risorsa poetica di straordinaria potenza. Dall’altro, hanno pagato un prezzo altissimo per questa trasgressione: tre di loro morirono suicide, tutte vissero vite segnate dalla sofferenza, dall’incomprensione, dalla marginalizzazione.
La domanda che la loro esistenza e la loro opera ci pongono è radicale: è possibile separare il dono poetico dal dolore che l’ha generato? È possibile celebrare la loro grandezza artistica senza romantizzare la loro sofferenza? È possibile ereditare la loro lezione senza perpetuare le condizioni di oppressione che l’hanno resa necessaria?
Non ci sono risposte semplici a queste domande. Ciò che è certo è che la loro opera continua a interpellarci, a disturbarci, a costringerci a confrontarci con le zone d’ombra della nostra cultura, con le violenze strutturali che continuano a essere esercitate su chi è diverso, marginale, “altro”. La figura della poeta-strega resta una figura necessaria, una posizione critica da cui guardare il mondo con occhi disincantati e lucidamente visionari.
Come scrive Sexton in chiusura di Her Kind: “Una donna così non è proprio una donna. / Io sono stata della sua specie”. Questa identificazione non è una condanna, ma una rivendicazione. Essere “della sua specie” significa rifiutare le definizioni normative di ciò che una donna, una poeta, un essere umano dovrebbe essere. Significa scegliere la libertà radicale dell’alterità, con tutti i rischi che comporta.
L’eredità delle poete streghe è questo dono ambiguo: la consapevolezza che la vera poesia nasce spesso dal margine, dall’esclusione, dalla follia – non perché la sofferenza sia in sé poetica, ma perché solo chi ha attraversato le zone più buie dell’esperienza può trovare le parole per dirle. E nel dirle, trasforma non solo se stessa, ma anche chi legge, aprendo spazi di libertà e di verità che prima non esistevano.
Come scrive Merini: “La poesia è stata la mia salvezza, perché mi ha permesso di dare forma al caos”. Questa è, in fondo, la funzione più alta della poesia: dare forma al caos, nominare l’innominabile, trasformare il dolore in bellezza senza negarlo. Le poete streghe ci hanno mostrato che questo è possibile, e che vale la pena di tentarlo, ancora e sempre, contro ogni forma di censura, normalizzazione, addomesticamento.
La strega brucia, ma dalle ceneri rinasce. E continua a parlare.
